giovedì, Novembre 24
Shadow

L’omicidio di John Lennon

Fa molto freddo l’8 dicembre 1980, davanti al Dakota Building, New York, residenza del più iconico e controverso componente dei Beatles, John Lennon. Paul Goresh, fotografo dilettante è appostato nella speranza di carpire una foto del cantante che è già una leggenda. Guarda incuriosito un grassoccio e occhialuto ragazzo, vestito in modo leggero, con una copia del “Giovane Holden” di Salinger che spunta dalla tasca dei giubbotto.

I due scambiano qualche parola e Goresh apprende che quel giovane, Mark David Chapman viene dalle Hawaii, un lunghissimo viaggio, che ha compiuto nella speranza, dice lui, di incontrare Lennon e farsi autografare una copia del suo ultimo album, “Double Fantasy“. Sono le cinque della sera, quando John Lennon, con i suoi inconfondibili occhialini e al fianco la moglie giapponese Yoko Ono, esce dall’edificio e viene accolto come sempre da una piccola folla di fan. Mark se lo trova davanti e timidamente riesce a farsi firmare l’album, poi la coppia scompare dentro una limousine che li attendeva e si dileguano nella notte newyorkese.

Non sono riuscito a fotografarlo. Troppa gente – dice Goresh a Mark David Chapman – Ti saluto.” Quest’ultimo lo invita a rimanere. “Prima o poi tornerà“. “Un’altra volta” gli risponde Goresh. Chapman insiste con una frase che in seguito sarebbe rimasta scolpita nella memoria del fotografo. “Se fossi in te resterei. Non si sa mai nella vita. Potresti anche non rivederlo mai più” ribatté Mark. Goresh andò via pensando che quel grassoccio fan di Lennon fosse un tipo davvero singolare.

Le ore passano. Fa sempre più freddo. Alle 23 Lennon e sua moglie tornano da una seduta di registrazione che si è protratta più di quanto programmato. John ha voglia di fare quattro passi e si fa lasciare dalla limousine all’angolo della strada. Mentre si incammina verso il Dakota Building sente una voce che lo chiama: “Mr Lennon!”. Si volta e fa appena in tempo a riconoscere quel ragazzo a cui poche ore prima ha autografato il suo ultimo disco. Chapman è in piedi a gambe larghe impugnando una rivoltella Charter Arms 38 Special, esplode due colpi che colpiscono al petto Lennon. L’ex Beatle si volta cercando di entrare nell’edificio ma viene raggiunto da altri due colpi sul lato sinistro della schiena, altri due gli perforarono la spalla sinistra. Uno dei colpi trapassa l’arteria succlavia.

Lennon si accascia nei pressi del concierge mormorando “Mi hanno colpito! Mi hanno colpito!“. Nel frattempo Chapman come svuotato dal suo gesto estremo, si mette a sedere poco lontano sul bordo del marciapiede leggendo il “Giovane Holden” e qui che la polizia lo arresterà senza alcuna difficoltà. Il dottor Stephan Lynn, responsabile del pronto soccorso dell’ospedale del Roosevelt Hospital Center, richiamato d’urgenza sul posto di lavoro da casa dopo un turno di lavoro di tredici ore, ricevette Lennon nella sala emergenze dell’ospedale pochi minuti dopo le 23:00, quando gli agenti Frauenberger e Moran appena arrivati sul posto, richiesero assistenza urgente per una vittima di numerosi colpi di arma da fuoco. All’arrivo Lennon non respirava e non aveva più pulsazioni. Il dottor Lynn, altri due medici, un’infermiera, ed altro personale medico cercarono di rianimare Lennon per 10 o 15 minuti ma senza successo. 

Mark David Chapman fu accusato di omicidio di secondo grado e venne condannato ad una pena da un minimo di 20 anni al massimo dell’ergastolo. A partire dal 2000, scontato il termine minimo della pena, si è visto rifiutare la richiesta di scarcerazione sulla parola per ben undici volte. Chapman rilasciò numerose interviste e durante una di queste, al Larry King Show, spiegò le motivazioni del suo folle gesto: “Ero un nulla totale e il mio unico modo per diventare qualcuno era uccidere l’uomo più famoso del mondo, Lennon. Mi sentivo tradito, ma a un livello puramente idealistico. La cosa che mi faceva imbestialire di più era che lui avesse sfondato, mentre io no. Eravamo come due treni che correvano l’uno contro l’altro sullo stesso binario. Il suo “tutto” e il mio “nulla” hanno finito per scontrarsi frontalmente.”

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