• 1 Maggio 2022 10:35

SCIENZA & DINTORNI

Divulgazione storica e scientifica – DIRETTORE Fabiana Leoncavallo

L’immagine (deformata) che abbiamo, quando pensiamo, all’espansione di Homo Sapiens dal continente africano al Medio Oriente e successivamente al resto del pianeta è quella di una specie di invasione, dove correnti migratorie importanti hanno fatto fuoriuscire dall’Africa l’uomo moderno espellendo, magari anche con la forza, le altre specie ominidi.

Si tratta di un’immagine sbagliata e fuorviante. Quando iniziò la diffusione planetaria di Homo Sapiens l’organizzazione sociale di questi cacciatori-raccoglitori era costituita da bande di poche decine di individui che tendevano a frammentarsi quando diventavano troppo numerosi. Il motivo è intuitivo, per sostenere dieci o quindici individui occorreva un ampio areale che fornisse la “dose giornaliera” necessaria di frutti e selvaggina. Per questo motivo quando su un territorio iniziavano ad insistere troppi individui, piccoli gruppi partivano in cerca di nuovi spazi e nuove risorse alimentari.

Questo lento processo di espansione, fatto da piccoli nuclei di individui non ha quindi niente a che fare con l’analogia dell’invasione che spesso usiamo a sproposito anche oggi per definire i movimenti migratori che interessano le società più ricche. Questo modo di procedere spiega come mai ci sono voluti innumerevoli tentativi prima che Homo Sapiens dalle sponde del Mediterraneo “colonizzasse” l’Europa settentrionale.

Alcuni siti archeologici in Bulgaria, in Romania e nella Repubblica Ceca testimoniano presenze di Homo Sapiens, circa 45.000 anni fa, quando l’Uomo di Neanderthal era ancora molto diffuso. Si tratta probabilmente di tentativi effimeri di espansione come prospetta un recente studio pubblicato su “Science Advances” che riporta i risultati dei più recenti scavi nelle grotte di Mandrin, un sito preistorico situato sulla riva sinistra del Rodano, unico al mondo.

Secondo il lavoro pubblicato su Science Advances da un gruppo internazionale di ricercatori, guidati da Ludovik Slimak (CNRS francese e università di Tolosa) e Clement Zanolli (università di Bourdeaux), alcuni esseri umani moderni 54.000 anni fa avrebbero vissuto per un brevissimo periodo, circa 40 anni, nella grotta Mandrin per poi non metterci mai più piede. Per millenni, prima e dopo il breve soggiorno dei sapiens, la grotta sarebbe stata stabilmente occupata dai Neanderthal.

I risultati dello studio si sono basati su un unico dente appartenuto a un bambino Homo Sapiens di circa sei anni e ad alcune punte affilate e piccole lame che vengono tipicamente associate a Homo sapiens. Il genoma di Homo sapiens europeo più antico ad oggi noto è quello di una donna di Zlaty Kun, Repubblica Ceca, risalente a oltre 45.000 anni fa.

Fino ad oggi si riteneva che la convivenza tra Nenderthal e Sapiens fosse durata circa 5.000 anni, se ulteriori studi e ricerche confermeranno la tesi di Slimak e Zanolli porterebbero questa “coabitazione” del continente europeo a 15.000 anni. In questo lasso di tempo, le due forme umane oltre ad essersi scambiati materiale genetico potrebbero anche essersi trasmessi conoscenze reciprocamente. Questa tesi è bene dirlo non convince tutta la comunità scientifica e pur aprendo interessanti prospettive, aggiungendo un ulteriore tassello all’intricato puzzle, della diffusione di Sapiens nel mondo, necessità di ulteriori conferme.

Natale Seremia

Appassionato da sempre di storia e scienza. Divoratore seriale di libri. Blogger di divulgazione scientifica e storica per diletto. Diversamente giovane. Detesto complottisti e fomentatori di fake news e come diceva il buon Albert: "Solo due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana, riguardo l’universo ho ancora dei dubbi."

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