• 4 Maggio 2022 12:36

SCIENZA & DINTORNI

Divulgazione storica e scientifica – DIRETTORE Fabiana Leoncavallo

Adolf Hitler si è suicidato da poco più di un giorno e con lui il giorno dopo Goebbels ed altri gerarchi nazisti. Di Bormann e del suo tentativo di salvarsi in extremis non si sa niente, il suo cadavere verrà ritrovato qualche giorno dopo, probabilmente suicida anch’egli. Senza il fanatismo delirante di Hitler che esigeva una difesa fino all’ultimo uomo di Berlino, al comandante del LVI corpo corazzato tedesco e ultimo Kampfkommandant di Berlino, generale Helmuth Weidling può finalmente prendere atto che continuare i combattimenti sarebbe una scelta insensata.

Convoca pertanto la sera del 1 maggio, intorno alle 23 presso la base strategica nel Bendlerblock tutti i suoi pari in grado di essere raggiunti. La riunione si apre con la notizia della morte del Furher che diversi alti ufficiali costretti a combattere nel più totale isolamento apprendono soltanto in quel frangente. Ci vorranno pochi minuti per decidere che la proposta di Weidling di accettare la resa incondizionata è l’unica strada percorribile.

Pochi minuti dopo viene intercettato dalla stazione radio della LXXIX divisione della Guardia sovietica a Berlino un radiomessaggio in lingua russa: “Attenzione! Attenzione! Trasmette il LVI corpo corazzato tedesco. Chiediamo la sospensione del fuoco. Verso le 0 e 50 minuti, ora di Berlino, mandiamo parlamentari alla Postdamer Brücke. Segno di riconoscimento: bandiera bianca. Attendiamo risposta”. Il comando russo accetta e Weidling incarica Theodor von Dufving di consegnare ai sovietici la capitolazione di Berlino. Accompagnato da un soldato con una bandiera bianca e da un interprete, von Dufving si incontra con il rappresentante sovietico, il colonnello Semčenko, che in cambio di una resa incondizionata assicura “condizioni onorevoli”: gli ufficiali potevano tenere con sé le “piccole armi da fianco” (spade o pugnali, ma non pistole) e prendere tanti bagagli quanti potevano portarne. Inoltre, i sovietici si impegnavano a “proteggere la popolazione civile e assistere i feriti”.

Le particolari condizioni in cui si svolgeva la battaglia per Berlino e la quasi totale distruzione delle reti di comunicazioni indussero Dufving a chiedere almeno tre o quattro ore di tempo prima della cessazione effettiva in tutti i settori della capitale dei combattimenti. Le unità combattenti dovevano infatti essere avvisati mediante dei portaordini. L’inizio della tregua fu pertanto fissato per le ore 6 del 2 maggio. Alle tre Dufving ritornato al quartier generale tedesco comunica a Weidling l’esito delle trattative.

Fra le 5.30 e le 6, lo stesso Weidling e il suo Stato maggiore lasciavano il Bendlerblock e si consegnavano ai sovietici. Il generale tedesco assicurò il comandante sovietico Čujkov di aver diramato l’ordine di resa ma di non essere in grado di assicurare che ogni unità combattente lo avesse ricevuto. Per questo pretese che Weidling scrivesse il seguente comunicato:

Il 30 aprile 1945 Hitler si è suicidato e ha così piantato in asso coloro che gli avevano giurato fedeltà. Fedeli all’ordine del Führer voi, soldati tedeschi, credete di dover ancora combattere per Berlino, benché le vostre munizioni stiano esaurendosi e la situazione generale renda assurda un’ulteriore resistenza. Ordino l’immediata cessazione di ogni e qualsiasi resistenza. Ogni ora in più che combattete prolunga le inaudite sofferenze della popolazione civile di Berlino e dei nostri feriti. D’accordo con il Comando supremo delle truppe sovietiche, vi invito a sospendere la lotta immediatamente”. I russi portarono Weidling in uno studio di registrazione e lo stesso messaggio fu inciso e diffuso per tutta Berlino dagli altoparlanti di automobili e mezzi blindati.

Nonostante questo alcuni focolai di resistenza presidiati da SS continuarono a combattere furiosamente anche il 2 maggio e soltanto alle 17 di quel giorno la resa diventò completa e definitiva. Berlino era caduta. Ben presto si formarono lunghe colonne di soldati tedeschi laceri, abbrutiti e con lo sguardo vacuo che imboccavano il lungo e duro cammino della prigionia. L’8 maggio il generale Weidling ed altri 12 ufficiali della Wercmacht e delle SS furono imbarcati su un aereo e trasportati a Mosca.

Nel 1952 sottoposto a processo fu condannato a venticinque anni di prigione. Weidling morirà nel novembre del 1955 presso l’ospedale della Lubjanka; ufficialmente per arresto cardiaco. Ma torniamo al 2 di maggio i berlinesi che fino ad allora si erano rifugiati nelle cantine e nei bunker, lentamente emergevano all’aria aperta in un silenzio spettrale, niente più colpi di artiglieria, niente più raffiche di mitra e di fucileria.

AI loro occhi attoniti si presentava una città distrutta, qua e la divampavano ancora incendi, le case erano nella quasi totalità sventrate, strade e macerie erano cosparse da un numero impressionante di cadaveri tedeschi e russi. Accanto a carri armati distrutti, pezzi di artiglieria ribaltati, automezzi incendiati, i berlinesi trovarono molte carcasse di cavalli uccisi. Queste bestie furono letteralmente assaltate e macellate sul posto, in mezzo a spintoni e tafferugli per procurarsi qualche grammo di proteine.

La giornalista Margret Boveri, che aveva resistito fino alla fine nel suo appartamento in Wundstraße, nel quartiere di Charlottenburg, la mattina del 2 maggio sentì girare voce che veniva distribuita carne di cavallo. “Mi precipitai e trovai sul marciapiede il corpo a metà di un cavallo morto ancora caldo, e tutt’intorno uomini e donne armati di coltelli e di accette che se lo spolpavano. Anch’io ho tirato fuori il mio grosso coltello a serramanico, mi sono conquistata un posto e ho partecipato allo spolpamento. Non è stato facile. Mi sono procurata un quarto di polmone e un pezzo di coscia con il pelo ancora attaccato sopra, poi, coperta di schizzi di sangue, mi sono ritirata.

In quei primi giorni di maggio i saccheggi di negozi, magazzini e caserme dove si trovava ancora del cibo furono all’ordine del giorno. Mentre i berlinesi erano lacerati tra la preoccupazione per un futuro quanto mai incerto e il sollievo per la fine di una guerra tremenda, i soldati russi furono giorni di esaltante felicità. Dopo l’aggressione nazista iniziata il 22 giugno 1941, quasi quattro anni dopo, a prezzo di sacrifici e perdite inanerrabili, i russi erano ebbri di esaltazione per quella che consideravano una “vittoria colossale”.

Natale Seremia

Appassionato da sempre di storia e scienza. Divoratore seriale di libri. Blogger di divulgazione scientifica e storica per diletto. Diversamente giovane. Detesto complottisti e fomentatori di fake news e come diceva il buon Albert: "Solo due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana, riguardo l’universo ho ancora dei dubbi."

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