• 16 Novembre 2021 0:17

SCIENZA & DINTORNI

Divulgazione storica e scientifica – DIRETTORE Fabiana Leoncavallo

La mortalità infantile: uno dei migliori indicatori della qualità della vita

Quando si cerca di misurare la qualità della vita di un singolo paese di solito si prendono in esame una batteria di indicatori con i quali cercare di “quantificare” un valore così sfuggente, articolato e persino opinabile. Se volessimo semplificare al massimo questa valutazione, considerando soltanto un indicatore, il tasso di mortalità infantile è certamente la cartina al tornasole più utile per fare una sommaria fotografia della qualità della vita di uno Stato.

La mortalità infantile è un indicatore cosí significativo perché valori bassi sono impossibili da ottenere senza una combinazione di diversi fattori fondamentali per una buona qualità della vita: un sistema sanitario efficace in generale; un’appropriata assistenza prenatale, perinatale e neonatale in particolare; un’alimentazione corretta durante il periodo della gravidanza e il primo anno di vita dei bambini; adeguate condizioni igieniche; e l’accesso a un sistema di assistenza sociale per le famiglie piú svantaggiate. Inoltre è fondamentale un livello di istruzione adeguato per i genitori e non per ultimo un reddito familiare adeguato per sostenere i costi della prevenzione e delle cure necessarie ad evitare che un bambino muoia entro il primo anno di vita.

L’insieme di questi pre-requisiti fa del tasso di mortalità infantile l’indicatore singolo più adatto e completo per un confronto veloce della qualità della vita delle nazioni. La mortalità infantile nelle società preindustriali era alta e sostanzialmente equamente distribuita. Nel 1850 negli Stati Uniti e nell’Europa Occidentale si collocava tra 200 e 300, vale a dire un bambino su cinque non arrivava a festeggiare il primo compleanno.

Nel 1950 la media occidentale era stata ridotta a un valore compreso tra 35 e 65 ogni 1000 nati (in media un neonato su 20 sarebbe morto entro il primo anno di vita) e nei Paesi più sviluppati i tassi erano inferiori ai 5 morti su 1000. I tassi di mortalità infantile migliori si registrano prevalentemente negli Stati con popolazioni sotto i 10 milioni di abitanti e con una popolazione etnicamente più omogenea. E’ intuitivo come Stati con popolazione molto numerosa e una presenza corposa di etnie differenziate, spesso provenienti da ondate migratorie, registrino tassi di mortalità infantile più alti.

Ancora oggi, nei paesi poveri, questo tasso è intollerabilmente alto. In una serie di paesi della fascia subsahariana questo indice tocca i 60 bambini morti su 1000, valori che l’Europa registrava oltre un secolo fa. Se questi dati purtroppo non ci sorprendono, forse molti non sanno che gli Stati Uniti, la prima potenza economica e militare del mondo non è messa bene relativamente al tasso di mortalità infantile.

L’ultimo confronto disponibile (per il 2019) mostra che, con 6 bambini su 1000 nati vivi che muoiono entro il loro primo anno di vita, gli Stati Uniti non compaiono tra i primi venticinque paesi al mondo con i tassi di mortalità infantile più bassi. Si tratta di un tasso di mortalità infantile molto piú elevato rispetto a quello della Francia (4), della Germania (3) e del Giappone (2) e dell’Italia 2,75. Il tasso statunitense superava nel 2019 del 50 per cento quello della Grecia (4), considerato dai media come un paese devastato dopo la crisi finanziaria che l’ha portata vicino al default.

Non va meglio per gli Stati Uniti se osserviamo il dato dell’aspettativa di vita: nel 2017 gli Stati Uniti erano al trentaquattresimo posto nella classifica mondiale per aspettativa di vita, con una media di 78,6 anni per entrambi i sessi, dietro, ancora una volta, alla Grecia (intorno agli 81), cosí come alla Corea del Sud (quasi 83). Per non parlare di Italia, Giappone, Francia, Spagna, Germania e molti altri ancora.

Quali sono le ragioni di questa debacle della superpotenza americana? Essenzialmente due: la presenza di profonde disuguaglianze sociali e l’assenza di un sistema sanitario gratuito ed universale.

Fonti:

I numeri non mentono di Vaclav S.

Natale Seremia

Appassionato da sempre di storia e scienza. Divoratore seriale di libri. Blogger di divulgazione scientifica e storica per diletto. Diversamente giovane. Detesto complottisti e fomentatori di fake news e come diceva il buon Albert: "Solo due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana, riguardo l’universo ho ancora dei dubbi."

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