Funghi e i batteri per contrastare i rifiuti di plastica

Funghi e i batteri per contrastare i rifiuti di plastica. Samantha Jenkins, stava analizzando una serie di tipologie di funghi, all’interno di un progetto di ricerca per la sua azienda, quando uno di essi, per potersi liberare, le ha fatto realizzare la scoperta.

Il fungo si è fatto strada attraverso la spugna di plastica. Questa lo avrebbe dovuto sigillare, invece l’ha scomposta e assimilata come qualunque altro tipo di cibo.

L’obiettivo del progetto era quello di valutare una serie di ceppi di funghi da poter utilizzare in pannelli isolanti a base biologica. Il fungo, invece, li ha dirottati verso un’altra direzione.

L’azienda di produzione biologica Biohm, ha deciso così di sviluppare il ceppo, per renderlo un digestore di plastica ancora più efficiente. Questo potrebbe divenire un metodo efficace per sbarazzarsi dei rifiuti di plastica.

Al microscopio è possibile vedere i batteri che digeriscono la plastica

È ormai risaputo che i rifiuti di plastica sono un problema ecologico molto grave. Secondo quanto affermato dalla Greenpeace, entro il 2025, in tutto il mondo saranno prodotti ben 6,3 miliardi di tonnellate di plastica pura, di cui si calcola che solo il 9% verrà riciclato. Tutto il resto verrà bruciato negli inceneritori oppure riversato.

Le cose stanno decisamente migliorando, visto che oltre il 40% degli imballaggi in plastica è stato riciclato nell’UE. Questa si pone di raggiungere l’obiettivo del 50% di riciclaggio entro il 2025.

Purtroppo però, alcune tipi di plastica, come il PET (polietilentereftalato), un materiale ampiamente utilizzato per produrre le bottiglie delle bevande, sono molto difficili da riciclare con i mezzi tradizionali. Forse un metodo biologico potrebbe divenire la soluzione ideale? Samantha Jenkins, attualmente, sta testando il loro fungo sia sul PET che sul poliuretano. La ricercatrice ha spiegato che: “Prendi la plastica, fai nutrire i funghi con essa. Questi poi producono i loro simili. In questo modo è possibile creare biomateriali per alimenti”.

Altre versioni che hanno avuto un certo successo

Una versione ottimizzata dei batteri E. coli, è riuscita a trasformare la plastica in un aroma. La ricerca è stata svolta dagli scienziati dell’Università di Edimburgo. Questi, recentemente, hanno utilizzato una versione ingegnerizzata in laboratorio del batterio E. coli.

I ricercatori hanno così potuto trasformare l’acido tereftalico, una molecola derivata dal PET, nell’aroma culinario di vanillina, attraverso una serie di reazioni chimiche.

La dott.ssa Joanna Sadler, della School of Biological Sciences dell’università, ha spiegato che: “Il nostro studio è ancora in una fase iniziale. Dobbiamo fare molto di più per poter trovare dei modi per rendere il processo più efficiente ed economicamente fattibile”.

Joanna Sadler, continua spiegando che: “Nonostante ciò, questo è un punto di partenza davvero entusiasmante. Esiste tutto il potenziale perché questo sia in futuro molto pratico a livello commerciale. Ovviamente bisognerà apportare ulteriori miglioramenti al processo”.

Un team del Centro Helmholtz, per la ricerca ambientale-UFZ, di Lipsia, contemporaneamente, sta utilizzando un batterio, che è stato originariamente trovato in una discarica locale, per riuscire ad abbattere il poliuretano.

Il batterio, denominato Pseudomonas sp. TDA1, consuma la plastica per aumentare la propria biomassa. Una parte di essa viene rilasciata come anidride carbonica. Pseudomonas, scompone il poliuretano attraverso degli enzimi. Il team, attualmente, sta effettuando un’analisi genomica del batterio. L’obiettivo è quello di identificare i particolari geni utilizzati per codificare questi tipi di enzimi.

Carbios utilizza gli enzimi per scomporre il PET

Tali tecniche saranno mai commercialmente valide?

Il prof. Ramani Narayan, dell’Università statale del Michigan, ha affermato che: “La conversione enzimatica, o microbica, del PET nei suoi elementi costitutivi è una scienza molto interessante e deve essere esplorata. Tuttavia, la tecnologia dovrà essere in grado di essere commercializzata”.

Una strada possibile, se pur ancora lontana, è la Carbios, un’azienda francese che utilizza una versione ingegnerizzata di un enzima per abbattere il PET. L’azienda ha recentemente annunciato di aver prodotto le prime bottiglie al mondo di plastica PET per alimenti, prodotte interamente con plastica riciclata con gli enzimi. Gli enzimi, a differenza della maggior parte dei metodi di riciclaggio, sono in grado di trattare il PET colorato.

Il vice amministratore delegato Martin Stephan, ha affermato che: “Con i metodi tradizionali, come ad esempio il riciclaggio meccanico, per poter realizzare un prodotto finale adatto alle bottiglie trasparenti, sono necessarie delle bottiglie anch’esse trasparenti”.

Martin Stephan, continua spiegando che: “Con la nostra tecnologia, invece, qualsiasi tipo di rifiuto in PET, può essere riciclato in qualsiasi tipologia di prodotto realizzato in PET”.

La Carbios afferma che la sua tecnologia può trasformare i rifiuti in qualunque tipologia di prodotto PET

Conclusioni

Le bottiglie prodotte con questo processo al momento presentano un costo pari al doppio di quelle che utilizzano prodotti petrolchimici. Martin Stephan, tuttavia, ha affermato che la tecnologia ha tutto il potenziale per eguagliare i bassi costi delle bottiglie prodotte in modo tradizionale.

Il dottor Wolfgang Zimmermann, dell’Istituto di chimica analitica dell’Università di Lipsia, ritiene che la tecnica sia decisamente promettente. Inoltre, ha dichiarato che: “Gli enzimi possono essere molto utili perché sono molto specifici. Inoltre, non si preoccupano della contaminazione, se la confezione è ancora sporca, e non consumano molta energia”.

Wolfgang Zimmermann, continua spiegando che: “Le bottiglie in PET possono essere riciclate utilizzando questo enzima in nuove bottiglie, ma sfortunatamente non sono molto resistenti alla degradazione enzimatica. Per questo l’azienda ha dovuto introdurre un pretrattamento aggiuntivo. Fatto ciò il materiale può essere degradato con l’enzima”.

Martin Stephan, conclude affermando che: “Il riciclaggio enzimatico, attualmente, possiede una gamma molto limitata. Siamo riusciti a sviluppare delle tecnologie per la fine del ciclo di vita di due soli poliesteri. Questi rappresentano circa 75 milioni di tonnellate di produzione annua, rispetto ad una produzione globale di plastica di circa 350 milioni di tonnellate. Occorrerà ancora molto lavoro”.

FONTE:

https://www.bbc.com/news/business-57733178?fbclid=IwAR0LNvnO63vVIv06J9iHfMcMKzYgut5X_s6oJvmFF1xGlLeuappUhS1f3ZA

Fabiana Leoncavallo

Laureata in architettura, mi ritengo una persona piuttosto poliedrica. Grande appassionata di scienze, astronomia, storia, letteratura, cinema e serie tv, tutti argomenti che amo descrivere nei miei articoli, che si basano su ricerche valide. Inoltre, amo molto effettuare studi sulla natura, sugli animali, sui cambiamenti climatici, sulla salute e l'alimentazione.

1 commento

  1. Cominciano a cadere inspiegalmente alcuni aerei, una super petroliera va fuori controllo e si schianta creando un immane disastro ecologico, sulla Iss va in tilt l’apparato elettrico che regola l’ossigeno all’interno e l’equipaggio si salva abbandonando affannosamente la stazione che fuori controllo precipita sulla Terra. Le indagine scopre che tutto questo è colpa di una variante di un batterio che si nutre della plastica che avvolge i fili elettrici dei circuiti di tutti gli strumenti elettrici provocando corti circuiti che producano disastri.
    È iniziata la pandemia della lebbra della plastica. Il mondo è devastato per l’impatto di questa pandemia mentre i disastri stanno distruggendo la nostra civiltà. Meditate gente …meditate gente … purtroppo io ci prendo nelle mie previsioni .

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