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La Svizzera nella Seconda Guerra Mondiale

Il ruolo di questo piccolo paese incastonato tra le Alpi e la regione del Giura durante la Seconda Guerra Mondiale è pieno di luci ed ombre e non può essere liquidato con giudizi frettolosi e netti. Per capire un pò la situazione nel quale si venne a trovare questo piccolo stato federale che all’epoca contava circa 4 milioni di abitanti è necessario ricordare gli sviluppi politici e soprattutto militari di quel periodo.

La situazione geopolitica della Svizzera agli albori della guerra

Nel 1938 la Germania nazista ha annesso l’Austria senza incontrare la minima opposizione e con la caduta della Francia nel maggio del 1940, la Svizzera si trova circondata dai tedeschi e dai loro alleati. Il timore di un’invasione nazista era presente fin dallo scoppio della guerra e nel marzo 1939, i riservisti furono chiamati a guardia del confine con la Germania. Alla popolazione venne detto di fare scorta di cibo e furono date istruzioni su come comportarsi in caso di raid aerei.

Henri Guisan fu nominato Comandante in Capo dell’Esercito Svizzero con il grado di Generale – un grado militare che in Svizzera esiste solo in tempo di guerra. Vennero fatti piani per “ridotte nazionali” nelle Alpi, con cui organizzare una resistenza in caso di invasione. Si confidava sull’inviolabilità di queste estreme difese nell’area alpina. Allo stesso tempo la Svizzera si dichiarò paese neutrale ai sensi della Convenzione dell’Aja del 1907.

La neutralità

La sua neutralità fu accettata dai paesi belligeranti. Ciò non tolse che il territorio svizzero sarà teatro di una feroce guerra di spie che il governo si premunì di reprimere il più duramente possibile. Gli svizzeri, inoltre, si rifiutarono di accogliere gli ebrei che fuggivano dai tedeschi e trassero un enorme profitto dai fondi depositati nelle banche del loro paese sia dai personaggi chiave del regime nazista che dalle loro vittime ebree.

Nessuno reclamerà queste ingenti depositi poiché molti dei titolari morirono. La Svizzera poi sfruttando le possibilità previse dalla Convenzione dell’Aja mantenne un flusso commerciale importante con i paesi dell’Asse fornendo un importante sostegno tecnologico e industriale allo sforzo bellico, aumentando nel 1941 le esportazioni verso la Germania di sostanze chimiche e di metalli.

La Germania nazista primo partner commerciale

Nel periodo 1939-1944 il volume d’esportazione verso la Germania aumentò considerevolmente. Il commercio con i paesi alleati raggiungeva solo un terzo del commercio con la Germania nazista, che rappresentava anche anteguerra il principale partner commerciale della Svizzera.

Secondo i termini della Convenzione dell’Aia, i soldati dei paesi belligeranti che, per qualsivoglia ragione, si rifugiavano in un paese neutrale, dovevano essere internati. I loro movimenti venivano strettamente sorvegliati per impedirne la fuga. Venivano generalmente messi a lavorare nei cantieri o nelle fattorie, dove sostituivano gli svizzeri che prestavano servizio attivo alle frontiere.

In tutto, in Svizzera vissero più di 100.000 militari fuggiti durante il periodo di guerra. Il primo gruppo di rifugiati militari era formato dalle truppe francesi e polacche che scapparono oltre confine nel giugno 1940, quando la Francia cadde in mano tedesca. Gli altri erano prigionieri di guerra, disertori o feriti.

La politica dei rifugiati

Dopo la presa di potere dei nazisti in Germania, fino dall’autunno del 1933 circa 2000 rifugiati (soprattutto ebrei e intellettuali) fuggirono dalla Germania per la Svizzera, alla fine del 1938 erano già 10.000. Si tratta di un numero esiguo rispetto alla grande massa degli ebrei più avveduti che cercavano scampo dal genocidio nazista, ma la politica svizzera era contraria a qualsiasi accoglienza di rifugiati per non attirare l’ira del potente vicino.

Da agosto 1943 il governo svizzero, suscitando numerose proteste interne, decise la chiusura totale delle frontiere. Il paese diventò un importante ricettacolo dei beni saccheggiati dai nazisti in tutta Europa e pagò senza alcuno scrupolo a Hitler e compagni i proventi delle polizze sulla vita degli ebrei tedeschi, liquidando le recriminazioni del dopoguerra come «irrilevanti secondo la legge svizzera».

Le accuse alla Svizzera

Solo una minima parte di questi illeciti profitti è stata riconosciuta e una porzione ancora più piccola pagata alle vittime ebree e alle loro famiglie. Per la sua condotta durante la guerra la Svizzera è stata oggetto di aspre critiche, soprattutto per quanto riguarda il diritto d’asilo degli ebrei e l’accaparramento di ingenti capitali depositati presso le banche del paese.

Le accuse sono state esaminate alla fine del XX secolo da una commissione capeggiata dall’esperto storico François Bergier. Nel suo rapporto conclusivo prodotto nel 2002, la commissione Bergier confermò che molte migliaia di ebrei si videro negare l’accesso in Svizzera, ma anche che diversi vennero addirittura consegnati nelle mani dei tedeschi. Inoltre il rapporto confermò l’accusa che capitali per diversi milioni di franchi vennero dichiarati averi non rivendicati ed incamerati dalla banche svizzere.

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