SCIENZA & DINTORNI

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Il “professor” Mussolini

Novembre 1907. Una folla di maestri elementari si accalca presso i locali dell’Università Regia di Bologna per sostenere gli esami per l’abilitazione all’insegnamento delle lingue straniere nelle scuole secondarie. Tra di essi c’è il ventiquattrenne Benito Amilcare Andrea Mussolini. Aspira a poter insegnare tedesco e francese nei licei e più in generale negli istituti superiori.

La prima prova è un elaborato d’italiano il cui titolo è: “Il perder tempo a chi più sa, più spiace, disse Dante. Con quanta ragione lo disse?” Con la sua grafia minuta il futuro Duce del Fascismo, ma ancora socialista rivoluzionario, verga il seguente testo:

La massima del sommo poeta non può essere intesa nel senso della morale utilitaristica inglese. Un popolo di mercanti e di trafficatori considera l’impiego del tempo in relazione alla rapidità del guadagno. Pel cervello di un solvibile rigattiere una dissertazione sulla metrica dei rapsodi antichi o delle ricerche sulla primitiva cultura degli indi costituisce una perdita di tempo; l’onesto agente di cambio ritiene “parassiti” tutti quelli che “speculano” col pensiero e non coi “valori industriali”; sarà molto difficile che un maresciallo della benemerita a riposo si convinca che gli Studi manzoniani del d’Ovidio [Francesco, filologo e critico] possano “anche” valere la carta sulla quale sono stampati. Oggi, malgrado i conati idealistici delle nuove scuole filosofiche, è diffuso – specie fra le masse – un sentimento di disdegno per chi non può mostrare le ormai troppo rettoriche e tribunizie mani incallite, per chi produce intellettualmente e non trasforma delle merci.

Giorgio Sorel guarda dall’alto al basso les professionnels de la pensée ai quali – secondo le sue previsioni – non sarà certo facile di trovar posto e pane nella futura società composta esclusivamente di produttori sindacati. Per contro – notiamo in Italia – da qualche anno una specie di pronunciamento contro questa concezione grettamente utilitaristica del tempo e della vita umana. C’è una rivista, “Caenobium”, scritta da un uomo di vasto sapere – che ricordo con particolare gratitudine per l’aiuto prestatomi in una circostanza critica della mia vita – e ci sono dei giovani – homines novi – che unitamente con Giuseppe Renzi bandiscono dalle colonne di “Caenobium” una specie di buddismo a uso e consumo dell’Occidente.

La loro dottrina è un attacco aperto e qualche volta ben condotto contro il valore che la morale corrente dà al lavoro “materiale”. La vita dovrebbe essere contemplativa e riassumersi in una serie di “godimenti spirituali”. Non voglio discutere qui il valore di questa concezione. Può essere un altro “segno dei tempi” ma temo molto che essa trovi degli aderenti. Per essere “contemplativi” senza rischiare il codice penale, bisogna avere una rendita di almeno lire 50 al giorno, altrimenti si passa per “vagabondi”. La morale tradizionale borghese poi non accoglierà mai nel suo grembo, per quanto capace, una dottrina che, nell’applicazione pratica, si risolverebbe precisamente in una “sistematica inattività”, ergo in una assoluta, enorme, perdita di tempo. A questo punto però non posso resistere alla tentazione di fare una piccola incursione nel campo della filosofia.

Che gli antichi e i moderni, che i sommi e i lillipuziani filosofi non mi serbino rancore se entro per poco nella loro repubblica. Ecco, la frase «perdere tempo» è un assurdo, è una contradictio in adiecto, quando non si riferisce alla vita umana, come fenomeno determinato e determinabile. Astraendo da tutte le considerazioni di ordine immediato, utilitario, pratico – dall’empirismo cioè dall’enunciato – è possibile di perdere il tempo? E coloro che lo perdono potrebbero non perderlo? E quale appendice umoristica, se il tempo si perde, chi lo trova? Mi sembra che dopo aver convenientemente posta la questione nei suoi veri termini logici sia lecito concludere che: Non è possibile perdere il tempo, categoria dello spirito, nozione filosofica; è invece possibile, e biasimevole secondo i casi, trascurare l’impiego migliore della propria vita.

Utilitaristi o idealisti, costruttori di ponti o cenobiti, operai del braccio o asceti, non possono però divergere nel dare un valore supremo al tempo in rapporto alla nostra vita. Sul valore più o meno dell’impiego di questo tempo si può dissentire, ma il tempo in sé è la vita. Senza la nozione dello spazio e del tempo non sapremmo di esistere. Perdere del tempo non significa altro che rinunciare parzialmente o completamente alla propria vita. Chi sente ciò ed è forzato dagli eventi a vegetare inattivo prova dolore acutissimo. Il verso di Dante è il risultato di meditazioni sul valore e sulla brevità della vita umana. La natura che dispone del tempo può economizzare lo sforzo ma gli umani no. Perdere tempo o più esattamente perdere delle energie è un delitto, è una dissipazione folle di un incalcolabile tesoro.

Il danno prodotto da coloro che vegetano bestialmente ricade sulla stirpe. È una specie di furto del quale tutti possiamo dolerci. La nostra vita è una breve parentesi fra due eternità. Domani non saremo più. Ad altri sarà dato di passare per questi «odorosi colli» e di naufragare nelle nostre città. Consiglieremmo noi l’orazione: Ede, bibe, post mortem nulla voluptas? Questo, altro che importa? Importa di vivere intensamente – di «diffondersi» direbbe Gurjan – di «conquistare» direbbe Nietzsche, di utilizzare il tempo non in futilità puerili, ma per seguire un ideale di bellezza, di forza, d’amore… trarre dalla nostra anima come da un meraviglioso eptacordo tutti i suoni, tutti i canti e le nuove e le vecchie armonie… poi – giunti all’ultima sera – con la calma degli stoici antichi calare nel regno delle ombre.

Mussolini consegna il tema nella mani del professor Borghesi alle 12.27. Quest’ultimo esprime un giudizio duro ed anche un pò ingeneroso sull’elaborato, scrivendo al margine un commento sferzante: “Mente squilibrata”. Poi affibbia al tema il voto di 6+, appena sopra la sufficienza.

Molto peggio andrà con l’esame di tedesco, lingua che Mussolini era convinto (e lo fu per tutta la vita) di conoscere bene. La commissione esaminatrice all’unanimità lo respinge con un sonoro “quattro”. Fortuna migliore il futuro Duce incorre nell’esame di francese che supererà raccogliendo dagli esaminatori due “sette” ed un “otto”.

Conseguita l’abilitazione all’insegnamento della lingua francese, Mussolini andrà ad insegnarla per qualche tempo ad Oneglia, in Liguria. Da allora pretenderà, anche dai compagni socialisti, di essere chiamato professore, titolo che dismetterà soltanto quando assumerà quello che lo renderà storicamente immortale: Duce.

Fonte::

“L’archivio segreto di Mussolini” di A. Petacco

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