venerdì, Maggio 7

Un virus diabolico

I primi pazienti affetti da Covid19 sono stati ricoverati a Wuhan il 16 dicembre 2019. Molti di loro non sono sopravvissuti. Quindici mesi dopo la pandemia ha contagiato ufficialmente 124 milioni di persone in tutto il mondo e mietuto 2.750.000 vittime.

Una nuova conoscenza di SARS-Cov-2

Oggi conosciamo molte più cose su SARS-Cov-2, questo coronavirus che ha sconvolto la vita economica e sociale del pianeta. Si tratta di un virus estremamente insidioso che contagia in modo totalmente asintomatico circa il 20% delle persone infette, una robusta maggioranza è afflitta da sintomi lievi o moderati e circa il 5/6% sviluppa la malattia in forma grave. Le persone che contraggono forme virulente della malattia sviluppano una forma potenzialmente letale di polmonite detta sindrome da distress respiratorio acuto (ARDS).

Queste persone sono necessariamente ospedalizzate e spesso finiscono in terapia intensiva. Anche questo coronavirus come SARS-Cov e MERS fa si che il sistema immunitario si attivi a sproposito: l’infiammazione che ne risulta porta all’ARDS ed una vasta gamma di gravi sintomi.

Un’iperattività infiammatoria

Questo stato di iperattività infiammatoria è comprovato dalla presenza di alti livelli di proteine immunitarie nel sangue dei pazienti. Questa risposta immunitaria per così dire “scomposta” provoca coaguli sanguigni, danni cardiaci ed insufficienze d’organo. Per questo sono necessari biomarcatori in grado di monitorare l’andamento della malattia ed un suo eventuale passaggio da una forma lieve ad una grave.

Il sistema immunitario ha fondamentalmente due modalità di azione. Una risposta rapida d’emergenza ed una più lenta ma duratura contro virus, batteri ed altri patogeni. Il primo ad entrare in “campo” è il sistema immunitario innato. Alcuni recettori presenti su queste cellule immunitarie rilevano gli invasori ed attivano una complessa cascata di segnali che usano proteine chiamate citochine.

Tempesta di citochine

Le citochine fanno da “messaggeri” alle cellule circostanti affinché attivino le difese programmate determinando una sorta di auto distruzione delle cellule infette o intensificando l’allarme per coinvolgere altri tipi di citochine. Il sistema immunitario innato richiama inoltre determinati globuli bianchi del sangue per arrivare ad una forma più duratura di immunità al patogeno aggressore.

Nel giro di un paio di settimane i livelli di anticorpi mirati e di linfociti T sono in numero sufficiente da neutralizzare o uccidere il patogeno. Questo è quello che avviene nel 95% circa dei casi di Covid19. Nel restante 5% qualcosa va storto e si produce un eccesso di citochine, tanto che si è paragonato questo fenomeno alla “tempesta di citochine” che si osserva in altre condizioni mediche.

Le ricerche più recenti suggeriscono che nella maggior parte dei casi questa produzione anomala di citochine differisce però dalla cosiddetta tempesta di citochine, anche se permane un rischio per il paziente. Gli effetti di questa infiammazione possono innescare la sindrome da ARDS con danni permanenti o duraturi per i polmoni oppure portare all’accumulo di fibrina, una sostanza responsabile della coagulazione del sangue.

L’inganno del sistema immunitario innato

SARS-Cov-2 sembra eludere un’altra delle capacità del sistema immunitario “innato”, ovvero l’azione che inibisce la replicazione virale. Si è provato ad utilizzare una classe particolare di citochine, gli interferoni per bloccare i vari passaggi della replicazione virale in una cellula. Gli interferoni però non sembrano rispondere in maniera efficace e tempestiva nei pazienti anziani o in persone esposte a grandi quantità di carica virale.

Le tempeste di citochine erano espressioni tipiche di altri coronavirus come SARS-Cov e MERS. Per questo ricercatori e clinici hanno pensato che questo analogo meccanismo perverso funzionasse anche per SARS-Cov-2. Studi ed osservazioni durante questo primo anno di pandemia hanno consentito di rilevare stranezze tra i profili di citochine dei pazienti affetti da Covid19.

Si sono riscontrati alti livelli di IL-5 e IL-17, citochine che non sono associate alle classiche attività immunitarie antivirali ma sono utilizzate essenzialmente contro parassiti e funghi. Può essere quindi che questa anomale risposta finisca per sottrarre risorse di cui l’organismo avrebbe bisogno per combattere il virus.

Utilizzando la tecnica della citometria a flusso si marcano sottogruppi di cellule sanguigne con anticorpi fluorescenti. Attraverso questo procedimento un team di ricercatori è riuscito a rilevare un cambiamento misurabile nella popolazione delle cellule immunitarie circolanti nei pazienti rispetto ai donatori sani. In particolare due tipi di cellule del sistema immunitario innato erano particolarmente abbondanti. I pazienti Covid19 avevano una concentrazione tre volte superiore rispetto ai donatori sani.

L’inefficacia dei farmaci anti-citochine

Il numero eccessivo di questo particolare tipo di cellule nelle affezioni gravi invade i polmoni provocando una violenta risposta infiammatoria. Purtroppo i farmaci utilizzati per ridurre il numero di citochine, come il tocilizumab, hanno dato risultati estremamente modesti. Per questo gli scienziati hanno cercato altre risposte per comprendere le cause della risposta iper-infiammatoria di Covid19.

Un’altra ipotesi è stata avanzata dall’Oak Ridge National Laboratory degli Stati Uniti che analizzando dei campioni di fluido polmonare ottenuti da pazienti Covid, hanno rilevato la presenza di una piccola proteina (la brachidinina) che potrebbe, come le citochine, indurre una risposta infiammatoria. Per avvalorare però un ruolo del genere della brachidinina occorreranno ulteriori conferme.

Il ruolo dei neutrofili

In alcuni pazienti sono state rintracciate dosi elevate di neutrofili nel sangue. I  neutrofili sono un tipo di globuli bianchi del gruppo dei granulociti, il cui citoplasma contiene granulazioni caratteristiche e un nucleo lobato; hanno funzioni di difesa dell’organismo contro infezioni batteriche e fungine. Vengono chiamati neutrofili perché non incorporano coloranti istologici, né acidi né basici.

Come se non bastasse i neutrofili che aggrediscono i patogeni possono attivare la produzione della bradichina. Sufficienti osservazioni cliniche hanno ormai dimostrato che la presenza di un numero elevato di neutrofili il primo giorno di ricovero ospedaliero permette di prevedere, in modo quasi certo, il successivo passaggio in terapia intensiva.

Le trappole extra-cellulari

Recenti studi suggeriscono che i neutrofili possano svolgere un ruolo non secondario nello scatenarsi della malattia di Covid19. Queste cellule spargono delle “trappole extra cellulari”, di fatto ragnatele di DNA, in grado di catturare e distruggere i patogeni. Purtroppo le stesse trappole sono in grado di danneggiare i tessuti. Analizzando campioni autoptici, dei ricercatori tedeschi, hanno, infatti, osservato occlusioni dei piccoli vasi sanguigni dovuti a queste trappole extra cellulari.

L’insieme di questi studi evidenzia inconfutabilmente la natura “diabolica” del virus che sta sconvolgendo il mondo. SARS-Cov-2 ha la capacità di utilizzare il sistema immunitario, come un cavallo di Troia, contro noi stessi.

Per saperne di più su Scienza & Dintorni:

La “variante inglese” del Covid19. Cerchiamo di fare chiarezza

Fonti:

alcune voci di Wikipedia

Le Scienze, marzo 2021, ed. cartacea

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: