• Dom. Gen 24th, 2021

SCIENZA & DINTORNI

Blog di divulgazione storica e scientifica

I primi anni dell’unità italiana furono molto complicati. Nel meridione d’Italia imperversava quella che i Savoia preferivano etichettare come guerra al brigantaggio e che invece era pericolosamente simile ad una vera e propria guerra civile. L’arresto di Garibaldi per i fatti di Aspromonte aveva messo il paese in fibrillazione. Urbano Rattazzi travolto dalle manifestazioni popolari era stato costretto a dimettersi.

E sullo sfondo, irrisolta, c’era sempre la questione romana. Vittorio Emanuele al posto del dimissionario Rattazzi nomina Presidente del Consiglio Luigi Carlo Farini che entra in carica l’8 dicembre 1862, all’età di 50 anni. Pur non essendo piemontese, Farini aveva una lunga frequentazione con l’establishment sabaudo e pertanto godeva della fiducia del Re.

Si trattò di una scelta improvvida, Farini da tempo soffriva di turbe psichiche che peggiorarono rapidamente culminando in una riunione di gabinetto in cui diede in escandescenze cercando di sgozzare Vittorio Emanuele perché si era rifiutato di “dichiarare guerra alla Russia“!

Ricoverato in manicomio a Farini subentrò Marco Minghetti il 24 marzo 1863. Uno dei primi atti del nuovo Presidente del Consiglio fu quello di cercare di districare la spinosa questione di Roma Capitale. Qualunque soluzione doveva passare per una trattativa con la Francia. Napoleone III, in linea di principio non era ostile alla richiesta del Regno d’Italia ma non poteva ritirare la guarnigione francese che presidiava Roma dal 1849 senza incorrere nelle ire dei cattolici francesi.

Avviata la trattativa, un escamotage fu trovato da uno dei più fidati collaboratori del compianto Cavour, Costantino Nigra. Nato in un paesino piemontese nel 1828, Nigra aveva prestato servizio dal 1851 al Ministero degli Esteri venendo nominato segretario del primo ministro Massimo D’Azeglio e in seguito di Camillo Cavour, che accompagnò al Congresso di Parigi del 1856 come Capo di Gabinetto.

Diventato Ambasciatore a Parigi nel 1860, Costantino Nigra raggiunse, dopo estenuanti trattative, un accordo segreto con Napoleone III. L’Italia avrebbe trasferito la capitale da Torino a Firenze, fingendo che si trattasse di una scelta definitiva e la Francia avrebbe ritirato entro due anni la guarnigione romana, lasciando al Regno d’Italia la scelta del momento opportuno per prendere possesso della Città Eterna.

La Convenzione di settembre del 1864 che ratificava l’accordo ometteva dallo stesso l’inganno che avrebbe consentito, finalmente, al Regno d’Italia di avere la sua capitale “naturale”. Non fu facile per Minghetti convincere il Re e La Marmora, capo di Stato Maggiore dell’Esercito della bontà dell’accordo ma, alla fine il sovrano si convinse.

Non altrettanto facilmente la presero i piemontesi. A Torino scoppiarono gravissimi tumulti tra il 21 e il 22 settembre 1864 che l’esercito represse con vergognosa brutalità sparando sulla folla e causando una cinquantina di morti ed un centinaio di feriti. Per cercare di placare l’ira dei piemontesi il Re licenziò il bolognese Marco Minghetti e nominò Primo Ministro Alfonso La Marmora che imbottì l’esecutivo con un gran numero di piemontesi.

I tumulti non cessarono e si indirizzarono particolarmente contro i deputati toscani, accusati di far parte del “complotto fiorentino” che aveva portato allo scippo della capitale. Nonostante il forte malumore popolare dei nostalgici del Regno di Sardegna, Vittorio Emanuele il 30 gennaio 1865 convocò a corte un “gran ballo di carnevale” per un ultimo saluto alla sua Torino. In piazza Castello, di fronte alla reggia si raccolse una folla enorme che insultò e fece oggetto di lanci di sassi gli invitati ed i diplomatici. Come se non bastasse una parte dell’aristocrazia sabauda rifiutò l’invito del Re e lo stesso fece il Sindaco e l’intero consiglio comunale di Torino.

Furibondo Vittorio Emanuele letteralmente fuggì da Torino, anticipando il suo arrivo a Firenze, nella nuova capitale, di diversi mesi rispetto al programma ufficiale. La reggia fiorentina prescelta fu in quel di Palazzo Pitti ma Vittorio Emanuele vi soggiornò molto poco, preferendo la tenuta reale di San Rossore, dove trascorreva gran parte del tempo nelle amate battute di caccia.

A febbraio 1865 fu completato il trasferimento coatto di tutti i ministeri da Torino e Firenze, compresi 30.000 travet piemontesi, costretti ad un trasferimento che detestavano e che furono presto battezzati come “buzzurri” dai fiorentini. L’ex capitale d’Italia in un solo mese passò da una popolazione di 220.000 abitati a 190.000.

Firenze era impreparata a questo esodo massiccio e nell’arco di un tempo relativamente breve la città venne saccheggiata dalla speculazione edilizia: le vecchie mura abbattute, per far posto ai viali di circonvallazione, il centro storico medievale profondamente trasformato e “riqualificato” per far spazio ad anonimi edifici, i prezzi degli affitti alle stelle.

Gli unici fiorentini a guadagnare dai quattro anni di Firenze capitale furono gli speculatori immobiliari. La Camera dei deputati si riuniva nel Salone dei Cinquecento e il Senato nel Salone de’ Dugento. Ben cinque diversi governi si alternarono nella breve esperienza come capitale di Firenze. Il primo passo decisivo verso la conquista di Roma, però, era stato compiuto.

Natale Seremia

Appassionato da sempre di storia e scienza. Divoratore seriale di libri. Blogger di divulgazione scientifica e storica per diletto. Diversamente giovane. Detesto complottisti e fomentatori di fake news e come diceva il buon Albert: "Solo due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana, riguardo l’universo ho ancora dei dubbi."

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