• 15 Novembre 2021 15:20

SCIENZA & DINTORNI

Divulgazione storica e scientifica – DIRETTORE Fabiana Leoncavallo

Perché sono state domesticate poche specie animali…

Quando i nostri progenitori riuscirono a domesticare alcune specie animali misero le basi per il “grande balzo in avanti” delle loro civiltà. Gli animali domestici sono fonte di carne, di lana, di cuoio e pellami, di latte e derivati, di concime; sono mezzi di trasporto, armi da guerra e persino veicoli di diffusione di malattie, anche letali.

Dagli uccelli e dai mammiferi di piccola dimensione agli animali di taglia più grossa la domesticazione degli animali ha avuto un ruolo altrettanto importante della domesticazione delle piante selvatiche. E se in Eurasia e Nordamerica il lupo è stato trasformato in cane e utilizzato come aiuto per la caccia, come sentinella, come semplice compagnia o, in alcune società, come cibo, ancora più importante è stata la domesticazione dei mammiferi di grande taglia che hanno permesso di tirare gli aratri o i carri, di essere utilizzati in guerra e di fornire ingenti quantitativi di carne e latte.

Se per grossa taglia ci poniamo il livello minimo di 45 kg di peso le specie domesticate in un lontano passato sono solo 14. Nove di questi animali hanno raggiunto una certa importanza solo nelle zone d’origine, mentre i «cinque grandi» (pecora, capra, bue, cavallo e maiale) si sono sparsi per il mondo intero.

Gli altri cammello, dromedario, lama ed alpaca, asino, renna, bufalo asiatico, yak, banteng domestico ed il mithar sono diffusi prevalentemente nell’area di origine. Qualcuno potrebbe obiettare che esistono altre specie domesticate in antichità come gli elefanti utilizzati fin dal III secolo a.e.v. anche in battaglia. Si tratta però in questo caso di animali domati e non animali domestici.

Un animale domestico si definisce come un animale modificato selettivamente, che nasce e cresce in cattività, nutrito sempre dall’uomo. Questo implica che la stessa sopravvivenza in natura di questi animali dipende in modo decisivo dall’uomo. Gli animali vengono selezionati in base alle nostre esigenze e non sulla base dell’evoluzione naturale e di conseguenza si adattano all’ambiente umano e non a quello selvatico.

Durante la lunga opera di selezione antropica alcune specie animali sono diventate più piccole (buoi, pecore e maiali). Altre hanno sviluppato un mantello più folto come pecore e alpaca. Molte hanno sviluppato un cervello più piccolo e sono rimaste dotati di organi di senso meno efficienti in quanto non hanno più bisogno di sfuggire ai predatori.

I progenitori delle 14 specie che abbiamo preso in considerazione non erano sparse in modo omogeneo per tutto il pianeta. Il Sudamerica ne aveva soltanto una, che diede origine al lama-alpaca; il Nordamerica, l’Australia e l’Africa subsahariana nessuna (una cose incredibile se pensiamo all’enorme biodiversità animale del continente africano). Ben tredici su quattordici, invece, erano confinate tra l’Europa e l’Asia, inclusa la costa nordafricana, unico lembo del continente nero a possedere qualche progenitore delle specie che saranno successivamente domesticate.

Sette di queste 14 specie erano concentrate tutte nel Sudest asiatico. Uno dei motivi di questa concentrazione in Eurasia delle specie domesticabili è insita proprio nella definizione di questi animali. Definiamo un «candidato per la domesticazione» un mammifero terrestre erbivoro od onnivoro (e non prevalentemente carnivoro) che pesi in media piú di 45 chili.

L’enorme estensione territoriale di questa parte del mondo e la sua grande varietà di ambienti ha favorito la concentrazione di questi candidati alla domesticazione. Ma la quantità di specie tendenzialmente domesticabili non è stato l’unico fattore, se analizziamo la “percentuale di successo” osserviamo che l’Eurasia ha domesticato il 18% delle specie candidabili, l’Africa nessuna delle 51 potenzialmente disponibii. Eppure l’Africa ha fallito in questa selezione animale antropocentrica anche su esemplari che sono parenti stretti di animali europei o asiatici come le zebre (i cavalli) o i pecari (i maiali).

Non ci sono motivazioni di ordine culturale per giustificare questo insuccesso. Appena le cinque grandi specie domestiche (pecora, capra, bue, cavallo e maiale) sono state importate nell’Africa subsahariana sono stati accolte entusiasticamente dalle popolazioni.

La stessa storia si è ripetuta in altre parti del mondo, tutte le volte che un popolo nativo di una zona priva di animali adatti è venuto in contatto con le specie eurasiatiche. Basti pensare, come unico esempio tra i tanti, agli indiani americani delle Grandi Pianure, famosi per essere dei cavalieri abilissimi, un animale che videro per la prima volta verso la fine del Diciassettesimo Secolo più di 2500 anni dopo le popolazioni euroasiatiche.

Un indizio dell’insuccesso nella domesticazione di specie animali in determinate aree geografiche del mondo può esserci fornito dagli animali di compagnia. Catturare un esemplare selvatico per ammaestrarlo e tenerlo con sé è il primo passo verso la domesticazione ed è una pratica comune a tutte le culture del pianeta. Sono innumerevoli le specie che l’uomo ha “ammaestrato” per utilizzarli come animali da compagnia, magari intervallandoli con l’uso alimentare. Eppure di queste decine di animali selvatici ammaestrati o domati che dir si voglia quasi nessuno ha completato il passaggio alla domesticazione.

Il terzo fattore da prendere in seria considerazione è il dato cronologico. Tutte le specie per le quali esiste una documentazione archeologica al riguardo sono state domesticate tra l’8000 e il 2500 a. C., cioè nei primi millenni di vita sedentaria delle società umane successivi all’Era glaciale. L’era dei grandi mammiferi domestici iniziò con pecore, capre e maiali e terminò con i cammelli nel 2500 a. C. Dopo, il nulla.

Recenti ricerche sul DNA mitocondriale hanno dimostrato che molte di quelle 14 specie sono state domesticate più volte ed indipendentemente in diverse aeree del mondo come ad esempio i bovini indiani (quelli con la gobba, per intenderci) e quelli europei entrambi discendenti da una specie selvatica che si era differenziata centinaia di migliaia di anni fa.

Perché l’uomo ha fallito con ben 134 delle 148 specie candidate? Per essere domesticato un mammifero deve avere molte qualità e basta che ne manchi una perché ogni sforzo sia destinato al fallimento. Diamo una rapida scorsa ad alcune di queste qualità la cui assenza delimita la possibilità di domesticare una specie.

Abitudini alimentari.

Per domesticare un carnivoro, a parità di peso corporeo con un erbivoro, occorre per mantenerlo fornire l’equivalente di 5 tonnellate di erbivori, ovvero 50 tonnellate di mais. Un dispendio in termini di risorse assolutamente insostenibile. Non si tratta della qualità della carne, che per alcune specie è per altro ottima (come nel leone) ma appunto dei costi esorbitanti per l’eventuale allevamento di queste specie.

Tasso di crescita.

Un animale domestico, per avere valore, deve crescere in fretta. Quale allevatore potrebbe aspettare che un giovane elefante raggiunga al quindicesimo anno di vita la sua maturità?

Riproduzione in cattività.

Ci sono molte specie selvatiche che non si riproducono quando sono in condizioni di cattività o che perlomeno lo fanno con estrema difficoltà. Per avere un’idea di quanto sia difficile raggiungere questo risultato, la prima volta che si è riusciti a far riprodurre in cattività un ghepardo è stato il 1960. La vigogna, un camelide andino ambitissimo per la qualità del suo pelame che produce una lana pregiata ha un rituale di corteggiamento lungo ed elaborato che non si realizza in cattività anche perché i maschi sono molto aggressivi.

Cattivo carattere

E’ indubbio che ci sono animali particolarmente feroci che rendono la domesticazione proibitivo. Un esempio classico è il grizzly, l’orso americano. La sua carne è deliziosa e ricercata, e un individuo adulto ne fornisce fino a 800 chili. Crescono in fretta, sono principalmente vegetariani (ma anche formidabili cacciatori) e non sono schizzinosi, adattandosi a mangiare anche i rifiuti umani, se non fossero così feroci sarebbero un’enorme risorsa di carne. Lo stesso vale per l’imprevedibile ed aggressivo bufalo africano.

Tendenza al panico

I mammiferi reagiscono ad un possibile pericolo portato dai predatori in modo differente ci sono quelli che al minimo segnale fuggono immediatamente come antilopi e cervi e quelli che come pecore e capre mantengono la posizione e fuggono soltanto in caso di estremo pericolo. Va da se che i primi non sono adatti all’allevamento per la capacità di disperdersi frequentemente ad ogni più piccolo ed anche immotivato allarme.

Struttura sociale

Tutte o quasi le specie domesticate in passato hanno in comune tre caratteristiche: vivono in branchi, hanno una struttura gerarchica organizzata, e non sono rigidamente territoriali (cioè branchi diversi possono avere parti di territorio in comune). Le caratteristiche di questa struttura sociale permette all’uomo di inserirsi e prendere il posto del maschio alfa o della femmina dominante a secondo della specie. Sono specie che si lasciano facilmente ammassare in grande mandrie rendendo l’allevamento economicamente vantaggioso.

In conclusione le 14 specie domesticate possiedono tutte le caratteristiche che abbiamo sinteticamente illustrato.

Natale Seremia

Appassionato da sempre di storia e scienza. Divoratore seriale di libri. Blogger di divulgazione scientifica e storica per diletto. Diversamente giovane. Detesto complottisti e fomentatori di fake news e come diceva il buon Albert: "Solo due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana, riguardo l’universo ho ancora dei dubbi."

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.