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Badoglio, l’uomo per tutte le stagioni – Episodio 2

Abbiamo lasciato Badoglio alla vigilia di Caporetto. Cadorna fino agli ultimi giorni non ha creduto ad un’offensiva su larga scala del nemico, poi l’enorme mole di informazioni che nel tempo si sono accumulate, lo spinge a dare ordini di irrobustire l’apparato difensivo prima di prendersi un congedo per visitare le postazioni sull’Altopiano di Asiago perché continuava a temere che il ventilato attacco potesse provenire dal Trentino.

Nonostante gli ordini, come vedremo, Capello e Badoglio, per cui la guerra era attacco o non era, non cambieranno atteggiamento. Il 23 ottobre Cadorna convoca un vertice nei pressi di Cividale a cui partecipa anche il tenente generale Badoglio comandante del XXVII Corpo d’Armata schierato tra  Dolje e Breg. Badoglio in dialetto piemontese assicura al Generalissimo che è tutto a posto e che non ha bisogno di niente per fronteggiare l’eventuale attacco nemico. Poi va a dormire tranquillamente alle 22, come sempre. Cascasse il mondo quella era l’ora nella quale Badoglio si ritirava.

Alle due di notte, con puntualità teutonica, inizia il bombardamento dal Rombon. Il cannoneggiamento non è soltanto furioso ma anche chirurgico, centri di comando, comunicazioni tutto viene spazzato via. Badoglio si ritrova isolato a Cosi, lontano dall’azione e non riesce a mettersi in contatto con il colonnello Cannoniere (in nomine fatum) che comando le 800 bocche di fuoco del suo Corpo d’Armata che pertanto rimangono mute e non rispondono al fuoco nemico.

Allora cerca lui stesso di raggiungere le prime linee e qui inizia ad incontrare gruppi sempre più numerosi di sbandati che fuggono, cerca di fermarne qualcuno ma viene insultato ed ignorato. Dal varco prodottosi nel suo XVII Corpo d’Armata il nemico dilaga ed alle 15 entra a Caporetto. Badoglio vaga per tutto il giorno inutilmente è un generale senza soldati. Isolato, tutti lo cercano, nessuno lo trova. Tre divisioni del suo Corpo d’Armata affidate al comando del generale Enrico Caviglia, che diverrà il suo accusatore numero uno e rivale per tutta la vita, si ritirano ordinatamente ed intatte fino al Piave.

Badoglio però è furbo e cerca di ricostruirsi immediatamente una “verginità”, si fa trovare sulla linea della Torre ed il 30 ottobre viene addirittura insignito della medaglia d’argento al valore! Il 6 novembre arriva a Vedelago con i resti della sua imponente armata ridotti ad una divisione raccogliticcia. Viene destituito dal comando, ma la sua caduta in disgrazia durerà pochissimo. Quando Armando Diaz è nominato Capo di Stato Maggiore del Regio Esercito viene deciso di affiancargli due sottocapi esperti, uno è Giardino, l’altro Badoglio. Con questa resurrezione nasce il mito di Badoglio.

La Commissione d’inchiesta su Caporetto durante i suoi lavori raccoglie un cospicuo dossier sui misfatti di Badoglio ma provvidamente per il nostro interviene Vittorio Emanuele Orlando che attraverso un intermediario intima al Presidente della Commissione Paratore di stralciare la posizione di Badoglio dall’inchiesta e di far sparire ogni prova delle sue colpe nel disastro di Caporetto. Anche Diaz che non è un’aquila in fatto di strategia ed ha bisogno dell’esperienza del nostro, interviene a suo favore. Badoglio è salvo.

Nell’anno che porterà da Caporetto a Vittorio Veneto, Badoglio rimasto unico sottocapo di Stato Maggiore, si riscatterà mettendo in mostra tutte le sue qualità organizzative. Prima della fine della guerra ottiene l’ennesima promozione, generale d’armata e subito dopo il conflitto il Re lo nomina senatore del Regno (i nostri senatori a vita di nomina presidenziale per intenderci). Nominato dal Presidente del Consiglio Francesco Saverio Nitti  commissario straordinario militare per la Venezia Giulia si ritrova con la gatta da pelare dell’occupazione fiumana guidata da Gabriele D’Annunzio.

Badoglio e D’Annunzio si conoscono, sono buoni amici, ed il primo spera di convincere il Vate a desistere attraverso dei negoziati, ma quando si rende conto che D’Annunzio è irremovibile, decide di non “sporcarsi le mani” con un’azione militare repressiva, per non inimicarsi i nazionalisti ed approfittando della sua nomina a Capo di Stato Maggiore, al posto di Diaz, conferisce a Caviglia l’incarico di risolvere la questione fiumana, mentre lui va a partecipare alla conferenza per il disarmo della Germania.

Nel 1922 fa però un altro mezzo passo falso. Badoglio non è più Capo di Stato Maggiore dal 3 febbraio 1921. In qualche modo viene reso noto un colloquio avuto con Facta dove assicura che se l’esercito verrà chiamato ad intervenite con la forza contro il fascismo non esiterà. Mussolini lo attacca duramente dalle pagine del suo giornale, Il Popolo d’Italia. Badoglio fa retromarcia, smentisce di aver pronunciato quelle parole ed il 4 novembre stringe pubblicamente la mano a Mussolini, appena diventato Presidente del Consiglio.

Ogni dissapore è appianato, d’altra parte, il nostro a 51 anni non vuole certamente uscire dal “giro che conta” e si avvicina sempre di più al fascismo che arriva ad elogiare pubblicamente a più riprese. Mussolini che ha bisogno di accreditarsi sempre di più nelle forze armate, nel 1923 nomina Badoglio, Ambasciatore d’Italia in Brasile e nel 1925, il 4 di maggio assume per primo l’istituenda carica di capo di stato maggiore generale, che mantiene ininterrottamente sino al 4 dicembre 1940. Riprende inoltre l’incarico, collegato alla carica precedente di capo di stato maggiore dell’Esercito.

Il 17 giugno 1926 viene promosso maresciallo d’Italia (insieme a Enrico Caviglia, Emanuele Filiberto Duca d’Aosta, Gaetano Giardino e Guglielmo Pecori Giraldi), grado istituito appositamente per quegli ufficiali che si erano particolarmente distinti durante la guerra mondiale, in precedenza attribuito solamente a Diaz e a Cadorna.

Mussolini ormai si affida ciecamente a Badoglio che ricambia il favore politico anche con un’impresa militare, la definitiva occupazione dell’Africa Orientale. Constatato che De Bono non è in grado di sedare la ribellione delle bande guidate da Hailè Selassié spedisce il marchese del Sabotino a Massaua il 26 novembre 1935. Il 5 maggio 1936 Badoglio entra trionfalmente ad Addis Abeba, ha impiegato cinque mesi e dieci giorni per vincere la guerra etiopica.

Badoglio regala l’Impero al Duce che nel discorso pronunciato lo stesso giorno con la sua solita roboante oratoria affermerà: «[…]Non è senza emozione e senza fierezza che, dopo sette mesi di aspre ostilità, pronuncio questa grande parola. Ma è strettamente necessario che io aggiunga che si tratta della nostra pace, della pace romana, che si esprime in questa semplice, irrevocabile, definitiva proposizione: l’Etiopia è italiana!»

….continua…..

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