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Il mito di Masada

Tutto inizia nell’anno 66 dell’era volgare quando gli ebrei dell’odierno Israele insorsero contro l’occupazione romana. La rivolta andò avanti fino al 70 quando i romani conquistarono Gerusalemme radendola quasi completamente al suolo. Un gruppo di ribelli riuscì a scampare alla distruzione di Gerusalemme fuggendo a Masada: erano i sicarii (da sica, arma simile al pugnale), guidati da un uomo chiamato Eleazar ben Ya’ir. Costoro presero possesso degli edifici fortificati e dei palazzi che Erode aveva fatto erigere come rifugio per sé e la sua famiglia in caso di bisogno.

Masada è una spianata lunga quasi un chilometro e mezzo e alta circa 400 metri, all’epoca con mura di cinque metri d’altezza che la racchiudevano, rendendola pressoché inespugnabile. A rendere ancor più difficile un assedio contribuiva la particolare conformazione geomorfologica della zona: l’unico punto d’accesso infatti era l’impervio sentiero del serpente, così chiamato per i numerosi tornanti che lo rendevano un gravissimo ostacolo per la fanteria.  I romani presero d’assedio questa roccia apparentemente inespugnabile e quello che sappiamo degli avvenimenti che seguirono ce lo racconta Giuseppe Flavio nato Yosef ben Matityahu storico e politico romano di origini ebraiche.

Grazie alla conformazione del territorio, alle opere di fortificazione ed alle enormi cisterne che raccoglievano l’acqua piovana permettendo agli assediati di sopravvivere in un territorio arido e caldissimo, il gruppo di ribelli tenne duro per tre anni, compiendo scorribande nelle aree circostanti per procurarsi il cibo, finché i romani non decisero di piegarne la resistenza e soffocare anche gli ultimi residui di ribellione.

Guidati dal generale Flavio SIlla fabbricarono un enorme rampa di accesso che permise loro di far avanzare le macchine d’assedio per attaccare le mura della fortezza: un ariete, catapulte per il lancio di pietre e baliste in grado di scagliare enormi frecce. Scrive Giuseppe Flavio: «Venne fabbricata una torre di sessanta cubiti tutta ricoperta di ferro, dall’alto della quale i romani, tirando con un gran numero di catapulte e baliste, ben presto fecero piazza pulita dei difensori delle mura impedendo a chiunque di affacciarvisi».

Messi alle corde dall’ingegno e dalla potenza di fuoco romana durante una breve tregua i 966 giudei di Masada, secondo la cronaca di Giuseppe Flavio, decisero di commettere suicidio per non cadere in mani romane ed essere giustiziati o resi schiavi dal nemico. Sempre stando a Giuseppe Flavio, il loro leader Eleazar ben Ya’ir chiese a ciascun padre di famiglia di uccidere la propria moglie e i propri figli. Gli uomini poi estrassero a sorte dieci di loro con il compito di porre fine alla vita di tutti gli altri. I dieci rimasti infine ricorsero nuovamente al sorteggio per decidere chi avrebbe ucciso gli altri nove. L’ultimo rimasto si uccise con le proprie mani risultando quindi l’unico a commettere tecnicamente il peccato di suicidio proibito dalla religione ebraica.

Fu così che quando i romani irruppero nella fortezza ormai espugnata trovarono 960 cadaveri e solamente due donne e cinque bambini che si erano rifugiati in una cisterna sotterranea. Ad alimentare questa leggenda così importante per il nazionalismo ebraico fu Yigaël Yadin (Gerusalemme, 20 marzo1917 – Hadera, 28 giugno1984), archeologo, militare e uomo politico israeliano, e gli scavi che condusse a Masada.

I lavori condotti da Yadin a Masada nell’arco di due campagne sul campo, da ottobre 1963 a maggio 1964 e poi di nuovo da novembre 1964 ad aprile 1965, rappresentano sotto diversi aspetti una pietra miliare per l’archeologia. Ad esempio, Yadin fu il primo ad avvalersi della collaborazione di volontari internazionali. Reclutò aiutanti pubblicando annunci sui giornali, sia in Israele che in Inghilterra, e si ritrovò con volontari provenienti da ventotto paesi diversi.

Yadin con quello che noi oggi chiamiamo un instant book avvalorò la tesi del suicidio degli eroici sicarii interpretando le centinaia di manufatti ritrovati durante gli scavi in modo da sostenere la versione fornita da Giuseppe Flavio. Ed è proprio la storia personale di Flavio che avrebbe dovuto mettere sull’avviso Yadin se non fosse stato accecato da un eccessivo amor patrio. Alcuni anni prima degli avvenimenti di Masada, nel 67 e.v. durante le prime fasi dell’insurrezione contro Roma, Giuseppe Flavio o meglio Yosef ben Matityahu era un generale ebreo impegnato nella lotta contro i romani in un sito chiamato Iotapata. I giudei riuscirono a opporre resistenza per quarantasette giorni, ma alla fine il generale e altri quaranta superstiti si rifugiarono in una grotta, dove decisero di darsi la morte uccidendosi l’un l’altro, pur di non cadere prigionieri. Quando ormai erano rimasti in vita solo lui e un altro uomo, convinse quest’ultimo a consegnarsi agli invasori insieme a lui.

E’ evidente quindi che Flavio ripropone una sua esperienza personale nella costruzione del mito di Masada, probabilmente per ordine degli stessi romani che vollero edulcorare quello che era verosimilmente successo, ovvero che infrante finalmente le mura grazie alla costruzione della rampa di accesso e penetrati nella fortezza avevano sfogato la frustrazione di tre anni di resistenza massacrando tutti i difensori, donne e bambini compresi.

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