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SCIENZA & DINTORNI

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La guerra sporca di De Vecchi in Somalia

E’ l’8 dicembre 1923 quando un ingrugnito Cesare Maria De Vecchi, uno dei quadrumviri della Marcia su Roma, giunge nella colonia somala con il ruolo di Governatore, in sostituzione del giolittiano Carlo Rivieri che l’aveva amministrata con prudenza e sobrietà.

De Vecchi sa che non si tratta di una promozione ma l’incarico nella lontana colonia africana è la “punizione” del Duce per i contrasti che si erano sviluppati tra i due all’indomani della conquista del potere. Il gerarca però è un osso duro, non intende essere “pensionato” in una sonnolenta colonia, lontana dalla madrepatria e soprattutto dai giochi di potere.

Poco dopo il suo arrivo telegrafa al Ministro delle Colonie Federzoni affermando che la situazione in Somalia è disastrosa, tra l’altro De Vecchi dichiara che i somali possiedono 16.000 fucili contro i 2500 in dotazione alle forze armate della colonia, e che egli avrebbe proceduto senza esitazione e «con ogni mezzo disponibile al disarmo delle popolazioni».

Sono le premesse di una serie di sanguinose campagne militari lanciate da De Vecchi che moltiplicheranno per 8 i costi della colonia somala, che prima di allora non aveva creato problemi importanti. Ai primi di gennaio 1924, pochi mesi dopo il suo arrivo, De Vecchi ordina il disarmo generale della popolazione somala.

Il maggiore Dell’Era, commissario della regione di Scebeli cercherà invano di far ragionare il neo Governatore sul nonsenso di intraprendere una campagna militare per requisire dei fucili che erano veri e propri catenacci, mai usati per altro contro l’autorità italiana in Somalia. Ignorando anche gli inviti di Federzoni ad un atteggiamento cauto, De Vecchi ordina di mettere a ferro e fuoco il territorio dei Galgial Bersane e poi quello dei Badi Addo.

Si trattava dell’antipasto di una più ambiziosa operazione di polizia coloniale in attesa delle reazioni di Mussolini e Federzoni, L’obiettivo principale della strategia del Quadrumviro era completare il disarmo dei Sultanati del Nord. De Vecchi era pienamente consapevole che quest’azione avrebbe scatenato una vera guerra, della prevedibile durata di 1 o 2 anni. Valutato il silenzio da Roma come una forma di assenso, De Vecchi potenziò l’esercito coloniale portandolo da 3000 a 12.000 effettivi, con 16 aerei da ricognizione ed una squadra navale agli ordini dell’ammiraglio Conz.

Il 1 ottobre 1925 le forze coloniali invadevano il sultanato di Obbia e in meno di un mese l’occupava interamente senza subire alcuna perdita. Questo clamoroso successo non fu però bissato in Migiurtinia. De Vecchi che nel frattempo aveva assunto direttamente il comando del corpo di spedizione, si trovò di fronte ad un attacco alle spalle.

Mentre le truppe coloniali cacciavano, inutilmente, il sultano Osman Mahmud, alle sue spalle, nel sultanato di Obbia che si credeva ormai pacificato, un luogotenente del sultano, Omar Samantar, attaccava il presidio di El Bur, uccidendo il comandante italiano ed una sessantina di ascari, ma soprattutto impadronendosi di un arsenale molto ben fornito.

De Vecchi riuscì a schivare un tentativo di destituzione ad opera del Capo di Stato Maggiore Badoglio e proseguì le sue campagne militari per circa due anni, riuscendo finalmente a spegnere i focolai di ribellione a Nord. Nel conflitto erano morti quasi esclusivamente somali, 97 ascari e 449 dubat (oltre a 341 feriti) per la parte coloniale e 1236 morti (ed oltre 700 feriti) per i “ribelli”. Gli italiani deceduti ammontavano a sole sette unità.

Fiero della sua opera il Quadrumviro così scriveva:

Con la visita di Sua Altezza Reale il principe Umberto, la Somalia da Ras Chiambone al Golfo di Aden aveva ricevuto la consacrazione alla sua nuova vita, alla sua maggiore prosperità, e il Governatore, dopo lo sforzo quinquennale e il compiuto programma, chiedeva al Capo del Governo di essere esonerato dalla carica, ciò che gli veniva concesso. Rimpatriava il 4 maggio 1928

In realtà Mussolini aveva già deciso verso la fine del 1927 di richiamare in Italia De Vecchi. La sua politica coloniale oltre a rischiare di compromettere le trattative in corso con Addis Abeba per giungere ad un patto ventennale di amicizia, aveva fatto lievitare enormemente i costi per mantenere salda la presa sulla Somalia. Soltanto nel 1927 Roma aveva dovuto pagare un conto salatissimo, ben 62 milioni di lire, in una fase in cui il governo fascista era impegnato nel tentativo di sostenere e risanare la moneta nazionale.

De Vecchi al suo rientro in patria fu “parcheggiato” dal giugno del 1929 quale primo ambasciatore italiano in  Vaticano,  dopo la firma dei  Patti Lateranensi, carica che mantenne fino al gennaio del 1935.

Natale Seremia

Appassionato da sempre di storia e scienza. Divoratore seriale di libri. Blogger di divulgazione scientifica e storica per diletto. Diversamente giovane. Detesto complottisti e fomentatori di fake news e come diceva il buon Albert: "Solo due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana, riguardo l’universo ho ancora dei dubbi."

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