La tirannia del PIL e la qualità della vita

Già durante la Seconda Guerra Mondiale e negli anni successivi, con generale e progressiva diffusione, gli Stati hanno iniziato a misurare la prosperità del paese attraverso un indicatore, il PIL (Prodotto Interno Lordo). Il PIL misura tutti i beni ed i servizi prodotti da uno Stato in un determinato periodo di riferimento, generalmente un anno.

Quando l’indicatore sale si dovrebbe registrare una momento di prosperità dell’economia in questione, quando scende è il termometro di una fase di crisi o di stagnazione che in determinati casi può portare perfino al “fallimento” di uno Stato.

Da tempo però sappiamo che il PIL non misura il benessere globale di una società. C’è una celebre battuta di Robert Kennedy che fotografa meglio di ogni altra considerazione questa evidenza: “Il Pil misura tutto, eccetto quello che rende la vita degna di essere vissuta”.

Questo indicatore feticcio per molti economisti e per i politici di mezzo mondo non misura infatti la salute, lo stato dell’ambiente, le opportunità di genere, l’istruzione e molti altri indicatori della qualità della vita delle persone. La pandemia di Covid19 ha evidenziato, se ce ne fosse stato ancora bisogno, come questo parametro sia del tutto inadeguato per misurare lo stato di benessere complessivo di una società.

Gli Stati Uniti, prima economia del mondo, con un PIL di oltre 20.000 miliardi di dollari nel 2019 sono stati travolti dalla pandemia con quasi 8,2 milioni di contagiati e circa 220.000 morti, il Vietnam con un PIL di 262 miliardi dollari, ad oggi registra 1135 contagiati e 35 morti (dati John Hopkins University).

Insomma il PIL da solo non è in grado di misurare il benessere di una nazione. Anzi la rincorsa alla crescita di questo indicatore porte le economie apparentemente più “virtuose” ad incrementare l’efficienza nell’uso delle proprie risorse. Questo si traduce nel fatto che ogni attività taglia i costi per raggiungere i profitti di breve termine nel minor tempo possibile. Questa visione miope porta nel medio e lungo periodo ad un peggioramento della qualità della vita delle persone.

Per rimanere in ambito pandemico, gli Stati Uniti nella rincorsa alla razionalizzazione del sistema ospedaliero, in nome di una presunta efficienza, hanno affrontato l’insorgere di Covid19 con 2,8 posti letto per 1000 persone. L’impatto della pandemia ha travolto molte parti del sistema sanitario statunitense per l’inadeguatezza della ricettività ospedaliera.

Intorno al 2008, agli albori della crisi finanziaria innescata dai mutui subprime, si è iniziato a ragionare con maggiore insistenza su un panel di diversi indicatori in grado di essere un termometro più efficace del benessere di una società. Dopo anni di studi e di approfondimenti che hanno coinvolto anche l’OCSE, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico che organizza 37 paesi, è emerso che ogni paese deve avere a disposizione una dashboard che accanto al PIL, affianchi anche metriche per salute, sostenibilità, sicurezza, istruzione ed altro ancora, in grado di orientare le politiche economiche e sociali dei governi in modo più completo ed efficace del semplice PIL.

L’OCSE consiglia una batteria di 11 indicatori e persino i “pasdaran” del PIL, Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale aprono ad una maggiore attenzione per quelle metriche in grado di misurare una porzione più ampia e completa del benessere di una nazione. La Nuova Zelanda ha già introdotto questi “indicatori del benessere” nella sua procedura di bilancio fin dall’anno scorso.

D’altra parte i limiti del PIL erano noti anche ad uno dei suoi “inventori” l’economista Simon Kuznets (1901-1985). Sebbene avesse ipotizzato la relazione tra la crescita economica e la distribuzione del reddito, fu sempre molto critico riguardo alla pretesa di misurare il benessere sociale basandosi sul reddito pro capite, come sostenne in un discorso al Congresso degli Stati Uniti. Anni più tardi, dichiarò che bisognava tener conto delle differenze tra la quantità e la qualità della crescita, dei suoi costi e dei suoi benefici, e distinguere tra breve e lungo periodo.

Il PIL inoltre non è in grado di eliminare dal suo computo quei processi speculativi di origine finanziaria che in certe fasi dominano l’economia di uno o più paesi e il PIL continua a misurare una crescita drogata ed inconsistente. Un esempio eclatante è stata la crisi del 2008 provocata da una bolla finanziaria speculativa che ha rivelato tutta la fragilità e l’inconsistenza della crescita economica certificata dal PIL. Quando la bolla immobiliare dei mutui subprime esplose trascinò l’economica statunitense e poi per effetto domino quella di metà del globo ad un livello così basso come non si vedeva dalla fine della seconda guerra mondiale.

Il PIL inoltre anche nelle sue fasi di crescita non misura le disuguaglianze. E’ quindi facile avere contemporaneamente una crescita, anche consistente, del prodotto interno lordo ed un’altrettanta crescita delle disuguaglianze sociali nello stesso periodo di riferimento. Se il Pil cresce e nello stesso tempo cresce l’inquinamento questa crescita non è ecosostenibile ed i danni a medio e lungo termine possono essere devastanti. Se l’aspettativa di vita cala, il fatto che il PIL salga, non può nascondere che la salute pubblica di quel paese è gravemente pregiudicata e di conseguenze il benessere delle persone che ci vivono.

Non è possibile sostituire il PIL con un unico super indicatore che certifichi il reale benessere di una comunità. Occorre dotarsi di un pannello di controllo con un set di indicatori pensati ad hoc per “coprire” quelle aeree come istruzione, salute, ambiente, sicurezza, tempo libero, occupazione etc. che il PIL non è in grado di considerare.

I decisori politici devono poter usare questo panel di indicatori insieme al “vecchio ed inadeguato” PIL per produrre una governance in grado di migliorare la qualità della vita di tutti i cittadini.

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