La radio italiana nei “mitici” anni Sessanta

L’inizio di quelli che una certa mitologia ha definito i “favolosi anni Sessanta” coglie la radio italiana avvitata in una profonda crisi di ascolti e di identità. La causa non è certo la concorrenza di emittenti  private, siamo ancora in regime di stretto monopolio pubblico, e dovremo attendere il decennio successivo per registrare la presenza di un vivace e competitivo mercato radiofonico privato.

La crisi della radio che dopo anni di incontrastata egemonia si trova confinata ad un ruolo di “chiacchiericcio per pensionati” è causata da un nuovo medium: la televisione che dall’esordio ufficiale nel 1954, in pochi anni, si è dapprima appropriata dei format radiofonici riadattandoli al nuovo mezzo che fonda sulle immagini il proprio pathos emotivo e successivamente ha ideato contenuti e modelli propri che hanno rapidamente reso obsoleta gran parte della programmazione radiofonica.

Un segnale  inequivocabile della marginalizzazione della radio è la scomparsa repentina del “divismo radiofonico” a tutto vantaggio di quello televisivo. La lenta  riscossa della radio inizia nel 1962 con una riorganizzazione della RAI,  che divide i programmi per direzioni, ad ognuna delle quali viene affidato uno specifico “genere” di trasmissione. Si affronta inoltre una nuova collocazione oraria della programmazione radiofonica per proteggere le trasmissioni di punta dalla concorrenza televisiva. Il risultato di questa ridefinizione di competenze e di orari è che la radio diverrà un mezzo consumato soprattutto di mattina.

Sul piano più specifico della programmazione i giornali radio diventano più attenti alla copertura delle grandi notizie interne ed internazionali nel mentre nascono nuove rubriche di intrattenimento musicale come Omnibus che occuperà quasi tutta la fascia mattutina del programma nazionale. La radio diventa il banco di prova di trasmissioni e personaggi che più tardi troveranno il grande successo popolare sul piccolo schermo, oppure diventa  il rifugio sicuro di emergenti star televisive, tra un programma tv e l’altro, come ad esempio Mike Bongiorno che nel 1960 conduce il quiz radiofonico Il salvadanaio, poi sostituito da Attenti al ritmo, di chiara impronta musicale.

La radio  è ancora una palestra formidabile per conduttori che in seguito saranno elementi centrali della televisione italiana come Pippo Baudo che si rivela al pubblico con Il mondo del varietà a cui seguirà Domenica Insieme, evocatrice non soltanto nel titolo di uno dei più longevi contenitori televisivi della RAI: Domenica In.

Nel 1965 Maurizio Costanzo, nel suo Cabaret delle 22, inaugura il format delle chiacchiere da salotto che lo renderà il signore incontrastato dei talk show per diversi decenni. Sempre quell’anno nasce una delle trasmissioni cult della radiofonia italiana “Bandiera Gialla” di Gianni Boncompagni che, come recita il suo claim, è “severamente vietata ai  maggiori di 18 anni”. Bandiera Gialla ha in nuce tutta la carica trasgressiva ed innovativa del futuro Alto Gradimento.

Anche sul fronte sportivo nascono due rubriche che faranno la storia della radio italiana Tutto il calcio minuto per minuto e 90° Minuto con le voci inconfondibili ed indimenticabili di Niccolò Carosio, Paolo Valenti e Nando Martellini.

La riscossa della radio nei confronti del cannibalismo televisivo non dipende però soltanto  dalla sperimentazioni di nuovi linguaggi e trasmissioni, un ruolo  decisivo lo svolge l’introduzione del transistor e la nascita delle radioline portatili. La loro introduzione proprio negli anni Sessanta non si  limita a portare la radio fuori dalla mura domestiche ma attraverso la perdita delle ritualità del suo consumo ne afferma una fruizione individualizzata e personalizzata nel tempo e nello spazio.

L’innovazione tecnologica delle  radioline a transistor coincide con un nuovo orientamento dei giovani verso la musica rock quale medium dei propri miti e modelli di comportamento a scapito del cinema. La radio di quegli anni rincorre alcune specifiche fasce di pubblico, soprattutto giovani e casalinghe, sulle quali orienta una programmazione in grado di contrastare lo strapotere televisivo. Questa opera di rinnovamento e di ideazione di nuovi modelli comunicativi trova uno dei suoi punti di forza nella riforma della radio  del 1966 voluta dal direttore della RAI Leone Piccioni.

E’ un momento di grande fermento per la nascita di programmi che segneranno un’epoca. Destinato ad un pubblico familiare la domenica mattina va in onda Gran Varietà, di Amurri e Jurgens, condotto nella prima stagione da Johnny Dorelli. E’ un programma monstre per l’epoca, 1 ora e 40 minuti divisi in due parti, dove con ritmo serrato sono proposti comici, cantanti, imitatori, artisti. Sempre di domenica, nell’ora di massimo ascolto, tra le 13 e le 13.30 viene proposto un quiz curioso e di grande successo, Il Gambero condotto da Enzo Tortora. In questo caso il concorrente deve mantenere quanto più possibile il montepremi iniziale.

La radio inoltre punta decisamente sulla serialità degli sceneggiati con la  formula inedita di Una Commedia in 30 minuti e lo sceneggiato da un quarto d’ora del mattino. L’ascolto delle puntate si trascina per settimane con un gradimento altissimo. I serial radiofonici iniziano nel 1967 con Rocambole di Ponson du Terrail e continueranno con grande fortuna fin quasi ai giorni nostri.

Per quanto riguarda l’informazione le edizioni del giornale radio passano da 26 a 32 mantenendo il primato di ascolto all’inizio della mattina e nelle ore centrali della giornata, contemporaneamente si ristrutturano i Gazzettini regionali.

Proprio quando la radio sembra essersi definitivamente risollevata dalla crisi degli inizi degli anni  Sessanta, i fermenti giovanili del 1968 innescano i prodromi di un nuovo momento di difficoltà. Soprattutto tra le giovani generazioni emerge la necessità di nuove forme espressive di comunicazione anche alternativa rispetto all’ingessato modello della radio pubblica monopolistica.

Un primo squillo del terremoto prossimo venturo che investirà il monopolio pubblico si realizza il 6 marzo 1966. Nell’etere italiano, soprattutto nella parte nord occidentale del paese, irrompono le emissioni della nascente Radio Montecarlo per l’Italia.

Frutto di un’idea lanciata da Noel Coutisson, l’emittente manda in onda per due ore al giorno Fumorama, un programma musicale in lingua italiana, condotto da un cantautore allora molto conosciuto Herbert Pagani. Il programma oltre a contrassegnarsi per una scelta musicale in linea  con le attese della gioventù del tempo si caratterizza per una conduzione spigliata, divertente, irrituale che rompe lo schema rigido prevalente nella radio pubblica.

E’ il primo vagito del fenomeno delle radio libere che porterà alla riforma radiofonica del 1975 ed all’avvento di un sistema misto, pubblico/privato, della radiofonia italiana.

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