La prima guerra libica

Le figuracce colonialiste di Adua e Pechino non erano bastate all’Italietta dei primi anni del Ventesimo Secolo. Il tarlo dell’imperialismo, sorprendentemente, attaccherà anche il prudente Giovanni Giolitti, dominus della vita politica italiana dall’ultima decade dell’Ottocento fin quasi all’inizio della Grande Guerra, di solito molto focalizzato sulla politica interna del paese.

Adesso l’obiettivo era la Libia, in funzione anti francese dopo che i transalpini avevano occupato la Tunisia, ambita preda italiana. Per riequilibrare la presenza francese nel Mediterraneo era quindi necessario impadronirsi dei possedimenti turchi della Tripolitania e della Cirenaica.

I nazionalisti nostrani avevano avviato fin dal 1903 una campagna che teorizzava l’esigenza vitale di dare uno sfogo adeguato alle ondate emigratorie di tanti poveri italiani. Non esitano quindi personaggi come Enrico Corradini, Luigi Federzoni, Maurizio Maraviglia, Francesco Coppola, Roberto Forges Davanzati a decantare le immaginarie ricchezze della Libia.

Inutilmente intellettuali del calibro di Luigi Einaudi, Gaetano Mosca ed Arcangelo Ghisleri contestarono il fatto che l’ambita “quarta sponda” potesse costituire una ricca e rigogliosa “colonia di popolamento” italiana. Gaetano Salvemini, fu facile profeta nel definire la Libia «una enorme voragine di sabbia» che avrebbe ingoiato, per anni, uomini e denaro. Il mistero dell’adesione di Giolitti ad una scelta così azzardata viene svelata dallo stesso Presidente del Consiglio il 7 ottobre 1911 al Teatro Regio di Torino, quando durante un intervento, dirà fra l’altro:

“Vi sono fatti che si impongono come una fatalità storica alla quale nessun popolo può sottrarsi senza compromettere in modo irreparabile il suo avvenire. In tali momenti è dovere del Governo di assumere tutte le responsabilità perché una esitazione o un ritardo può segnare l’inizio di una decadenza politica, producendo conseguenze che il popolo deplorerà per lunghi anni, e talora per secoli”.

L’Italia è convinta che far un solo boccone dei Turchi, anche sulla base dei rapporti che il console italiano a Tripoli, Carlo Galli, che non soltanto minimizzava i rischi della fase di sbarco ma assicurava Giolitti che gli arabi avrebbero accolto gli italiani come liberatori, poiché erano stanchi della dura dominazione ottomana.

La crisi di Agadir tra Germania e Francia accelera la decisione italiana di invadere la Libia. Il 26 settembre 1911, anche in relazione alle pressioni esercitate dal Ministro degli Esteri Antonino Paternò di San Giuliano, il Governo invia un ultimatum tanto inaccettabile quanto dalle motivazioni fantasiose alla Turchia.

Scaduto l’ultimatum, il 3 ottobre il viceammiraglio Luigi Faravelli si avvicinava alla costa libica con più di venti navi, tra corazzate, incrociatori e cacciatorpediniere, e apriva il fuoco sui vecchi forti di Tripoli difesi da cannoni altrettanto obsoleti. Due giorni dopo, senza incidenti, avveniva lo sbarco, e nel giro di un paio di settimane l’intero corpo di spedizione, forte di 34.000 uomini e 72 cannoni, al comando del generale Carlo Caneva, prendeva possesso di Tripoli e Homs in Tripolitania, di Bengasi, Derna e Tobruq in Cirenaica.

I Turchi per conto loro possedevano soltanto 4.000 uomini a cui si aggiunsero alcune migliaia di arabi e circa 2.000/3.000 guerrieri senussiti al comando di Omar al-Mukhtar.

Il generale Caneva disponeva per il controllo della zona di Tripoli, la sera del 22 ottobre 1911, di 22.500 uomini distribuiti in un perimetro abbastanza ristretto, fra ras Lamhar e il villaggio di Sciara Sciat. Mentre per tre quarti dello schieramento, da ovest a sud, era stato facile organizzare le difese, perché le trincee avevano di fronte il deserto e alle spalle i palmeti, a oriente, invece, dal Forte Messri al mare, le linee italiane passavano attraverso ben due milioni di palme dell’oasi, cioè in mezzo a un autentico labirinto di sentieri da cui il nemico poteva infiltrarsi piuttosto facilmente.

All’alba del 23 ottobre inizia la controffensiva turca appoggiata da contingenti arabi e da una parte della popolazione locale. Alle 7.45 il terzo e decisivo attacco nella zona critica dello schieramento italiano, presi anche alle spalle dalla popolazione locale insorta contro l’occupazione locale, due compagnie di bersaglieri dell’11° Reggimento venivano completamente annientate.

Turchi ed arabi si accaniscono contro i cadaveri dei soldati italiani, un corrispondente francese del Matin così descriveva dopo il 23 ottobre 1911 le sevizie subite da circa 80 bersaglieri: «… si sono tagliati loro i piedi, strappate le mani, poi sono stati crocefissi. Un bersagliere ha la bocca strappata sino alle orecchie, un altro ha il naso segato in piccoli tratti, un terzo ha infine le palpebre cucite con spago da sacco… »

Sciara el Sciatt viene rioccupata al tramonto dai fanti dell’82º Reggimento fanteria “Torino”, cui si aggregarono i superstiti della 4ª e 5ª compagnie (57 uomini inquadrati in due plotoni). Le perdite italiane superano le 500 unità. A questo punto, gli italiani traumatizzati dalla batosta e scossi dagli episodi di brutalità perpetrati dalle forze turco-arabe, scatenano un’altrettanto bestiale ed insensata rappresaglia.

Si va casa per casa ed in questa orgia di furore vengono ammazzati dai 1000 ai 4000 arabi, di tutte le età e di entrambi i sessi. I giornali italiani strillano al “tradimento” ma la popolazione locale era stata occupata da un esercito invasore, che senso aveva invocare “l’inganno”, “l’attacco proditorio”? A niente valgono gli editoriali di grandi giornalisti come Luigi Barzini. Una forca viene costruita nella Piazza del Pane di Tripoli e 14 arabi saranno impiccati e lasciati a penzolare, nei loro vestiti cenciosi, per giorni.

All’indomani della battaglia di Sciarra Sciat, alle 16.45 Giolitti telegrafa al generale Caneva confermando che sono pronti dei campi di detenzione per gli arabi giudicati collusi con il nemico e che si proceda al loro sollecito imbarco in direzione della isole Tremiti. Tra il 25 ed il 30 ottobre 1911 vengono imbarcati in condizioni inumane oltre 4.000 arabi destinazione Ustica, Ponza, Caserta, Gaeta, Favignana.

Sono uomini di ogni età, dai ragazzini ai vecchi canuti. Prigionieri in gelide camerate, con un’alimentazione insufficiente, colpiti da malattie infettive quali tifo, vaiolo e colera, gli arabi moriranno a grappoli. Soltanto nel lager delle isole Tremiti al 9 gennaio 1912 risultavano deceduti 198 prigionieri, fra i quali due bambini di 10 anni, 35 vecchi dai 60 ai 70 anni, 7 dai 70 agli 80 e uno di oltre 90 anni. Al 10 giugno, il totale dei morti saliva a 437, vale a dire il 31% della massa originaria dei relegati. E questo era solo uno dei campi di concentramento destinati alla prigionia dei libici.

Il 18 ottobre 1912 la Turchia di fatto capitolava accettando il Trattato di pace con la mediazione della Gran Bretagna. Il Trattato di Losanna, non prevedeva “la sovranità piena ed intera del Regno d’Italia” sulla Tripolitania e la Cirenaica, così come dichiarato unilateralmente dall’Italia con Regio decreto n. 1247 del 5 novembre 1911, convertito in legge il 23 e il 24 febbraio 1912, bensì la sola amministrazione civile e militare – una sorta di protettorato – su un territorio che giuridicamente restava a far parte dell’Impero Ottomano.

La «passeggiata militare» era costata all’Italia 3431 morti e 4220 feriti. La partenza delle truppe turche consentiva adesso di completare l’opera con la conquista dell’interno della Libia. Ma l’Italia ancora una volta aveva fatto i conti senza l’oste, ovvero le bande di guerriglieri arabi che si opposero con feroce determinazione all’occupazione italiana. I relativi successi operati nel controllo di alcune parti dell’interno, non soltanto furono pagati a caro prezzo, ma furono del tutto provvisori, l’incombere della Grande Guerra portò al ritiro delle truppe italiane.

Il primo tentativo di occupare la Libia era miseramente fallito.

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