Il Sud Est asiatico alla vigilia dell’invasione giapponese

Fino al dicembre del 1941 il ritmo lento e viziato della vita nelle colonie asiatiche rimase sostanzialmente indifferente alla guerra che incendiava l’Europa. Il tenente Earlin Black, infermiera militare di stanza nelle Filippine, ci da uno spaccato della vita degli occidentali in quell’angolo dell’Asia: “Ogni sera ci cambiavamo per la cena, noi in abito lungo, gli uomini in smoking con tanto di fascia. Era una vita molto formale. Anche per andare al cinema mettevamo l’abito lungo”.

Allo stesso tempo nella colonia inglese di Singapore, un ingegnere cecoslovacco Val Kabouky, descriveva i residenti occidentali come “moderni pompeiani”, chiara allusione a persone che vivevano vicine ad una terribile eruzione senza rendersi conto che il loro tempo, da tranquilli padroni di quell’angolo di mondo, stava tramontando.

Dopo più di due anni di guerra 31.000 europei mantenevano una parodia di privilegio imperiale su 5 milioni di malesi e cinesi. Governanti e militari inglesi in Malesia mostrarono una clamorosa assenza di talento e di capacità organizzative e militari di fronte all’invasione giapponese. L’esempio più clamoroso fu rappresentato dal maresciallo dell’aria Robert Brooke-Popham (1878-1953). Nominato Comandante in Capo per l’Estremo Oriente, giunge a Singapore per assumere questa delicata funzione il 18 novembre 1940.

Fin dall’inizio, diede prova di scarsa perspicacia e di un atteggiamento di imbelle superiorità, sottovalutando chiaramente l’importanza e la difficoltà della sua missione e il pericolo che incombeva sulle colonie inglesi di fronte alla minaccia del Sol Levante.

Durante i mesi precedenti l’aggressione giapponese del dicembre 1941, Brooke-Popham espresse sempre sicurezza sull’efficacia delle difese apprestate, sulla sufficienza dei suoi mezzi aerei e sulla superiorità britannica nei confronti del nemico asiatico (da lui svalutato quasi con un pregiudizio razziale). Già il 27 dicembre 1941 veniva sollevato dall’incarico e sostituito con il generale sir Henry Pownall.

Nonostante le truppe britanniche ed imperiali fossero state posizionate nel nord della Malesia in prospettiva di un assalto anfibio delle forze giapponesi dalla Thailandia, la sorpresa per l’invasione nipponica fu totale. Quando alle prime luci dell’alba, le prime bombe giapponesi caddero su Singapore gli inglesi rimasero sorpresi quanto gli americani a Pearl Harbour.

Churchill d’altra parte aveva preso la decisione, probabilmente inevitabile, di concentrare il meglio delle forze imperiali in Medio Oriente. La difesa aerea della Malesia era affidata a 145 velivoli, tra cui 56 Buffalo, 57 Blenheim e 22 Hudson. Si trattava di aerei per la maggior parte obsoleti ma la vera supremazia oltre che nel numero era data dal superiore addestramento dei piloti nipponici.

Alla fine della prima giornata però l’aviazione britannica era stata praticamente dimezzata e gli aerei rimasti operativi non superavano le 50 unità. Non se la passava meglio la cosiddetta Forza Z, ovvero uno squadrone navale incompleto che costituiva quasi tutta la forza navale britannica che si doveva opporre all’invasione giapponese. Costituita da navi vecchie, come l’incrociatore Repulse, costruito nel 1916 e dalla più moderna HMS Prince of Wales, varata nel 1939, questa piccola flotta completata da quattro cacciatorpediniere, lasciò il porto di Singapore poco dopo l’8 dicembre 1941 per intercettare i convogli d’invasione giapponesi diretti in Malaysia, non prima che sulla Repulse la sera prima si svolgesse un anacronistico ballo di gala.

Il comandante della Forza Z, l’Ammiraglio Tom Phillips, imbarcato sulla Prince of Wales, decise di procedere con la missione nonostante la mancanza di copertura aerea per le proprie forze, ritenendo che le forze giapponesi non avrebbero operato lontano dalla terraferma e non credendo possibile che le proprie navi potessero essere danneggiate gravemente da attacchi aerei. Il risultato fu che il 10 dicembre la Forza Z venne attaccata da 86 aerei giapponesi della 22º Flottiglia con base a Saigon, che attaccarono contemporaneamente le due navi principali affondandole. I 4 cacciatorpediniere recuperarono in mare i sopravvissuti e poi fecero rotta verso Singapore ma ben 436 uomini perirono nel duplice affondamento.

Nella giungla a nord i reparti inglesi erano sempre più confusi e travolti dalla rapidità dell’avanzata giapponese, la difesa della Malesia fu compromessa, anche, dai limiti del comandante delle forze inglesi in quel teatro, il tenente generale Arthur Percival che addirittura fu preso prigioniero durante la battaglia di Singapore, il momento conclusivo e decisivo della campagna malese. La battaglia finale ebbe inizio l’8 febbraio 1942 (con l’attacco giapponese da nord attraverso lo stretto di Johore) e terminò il 15 febbraio con la resa totale delle forze britanniche e alleate e la vittoria completa dell’esercito giapponese. 

La battaglia di Singapore rappresentò una catastrofica sconfitta morale, politica e strategica per l’Impero britannico, la più pesante della seconda guerra mondiale, e, secondo le parole dello stesso Winston Churchill, costituì il disastro più grave e la più grande capitolazione della storia britannica.

N.B. nella foto i britannici si arrendono alle forze giapponesi dopo la conclusione della battaglia di Singapore.

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