Il fronte serbo nell’inverno del 1914

L’Austria-Ungheria rappresentò per tutta la Grande Guerra la zavorra degli Imperi Centrali. La Germania dovette intervenire pesantemente sia sul fronte orientale, contro i russi, sia sul fronte italiano qualche anno dopo per impedire il collasso e la disgregazione dell’impero asburgico.
L’esercito austriaco era afflitto da una cronica incompetenza dei vertici militari, ad iniziare dal Comandante in Capo Franz Conrad von Hötzendorf. Era inoltre un esercito multietnico che parlava una babele di lingue (cosa che a volte rendeva problematico persino il coordinamento tra le varie unità), con contingenti di regioni dell’Impero che ormai da tempo aspiravano all’indipendenza. Come se non bastasse tutto questo le armate austriache erano mal equipaggiate e dotate di una pessima logistica che impediva alle truppe schierate sui vari fronti di avere cibo, munizioni e medicinali sufficienti.
Il fronte serbo fu certamente il teatro meno importante della Grande Guerra ma, paradossalmente giocò un ruolo decisivo nella disgregazione dell’Impero asburgico.
L’incombere dell’inverno rese quel teatro di operazioni un vero inferno. Il fango inghiottiva tutto ed era praticamente impossibile muoversi al di fuori delle poche strade migliori che attraversavano il paese. Le poche automobili in dotazione agli austriaci si impantanavano continuamente e spesso dovevano essere disincagliate dalla morsa del fango grazie all’utilizzo dei cavalli.
Nonostante i successi iniziali i serbi versavano in condizioni se possibile ancora peggiori. I civili morivano letteralmente di fame, le poche strutture ospedaliere erano al collasso. Le munizioni ed i rifornimenti per l’esercito scarseggiavano terribilmente.
Il generale austriaco Oskar Potiorek (l’uomo responsabile della sicurezza dell’assassinato Arciduca Francesco Ferdinando) era un vanaglorioso incompetente che aveva fallito le offensive di agosto e di settembre del 1914.
Ciò nonostante grazie ad una schiacciante superiorità numerica, nel mese di novembre Potiorek inflisse una serie di sconfitte all’esercito serbo. La sua presunzione lo spinse però a continuare l’offensiva nonostante le truppe austriache fossero stremate e necessitassero di riposo e di una profonda riorganizzazione.
Inutilmente alcuni comandanti di divisione gli fecero notare che i soldati combattevano ancora con le uniformi estive ed avevano fame perchè i rifornimenti erano scarsi ed incostanti. Potiorek liquidò queste osservazioni come piagnistei ed affermò tracotante che “la guerra era fame!”.
Il 6 novembre Potiorek lanciò una nuova offensiva verso l’interno della Serbia, scagliando mezzo milione di soldati contro i circa 250.000 serbi. L’esercito serbo fu costretto a ritirarsi progressivamente e mentre gli austriaci marciavano verso Belgrado osservarono la povertà di una nazione di contadini il cui massimo lusso nelle povere case era il possesso di una macchina per cucire.
Il 3 dicembre le truppe austriache presero Belgrado sfilando in parata per la capitale serba e giungendo a meno di settanta chilometri dal Quartier Generale dell’esercito serbo. Centinaia di migliaia di profughi scappavano dall’avanzata austriaca intasando le strade sui cui si ritiravano le truppe sconfitte serbe. Le munizioni a disposizione del piccolo Stato balcanico erano praticamente esaurite. La situazione era così disperata che il Comandante in capo serbo, generale Putnik esortò il governo ad aprire dei negoziati con Vienna per la stipula di un armistizio. Sorprendentemente il Primo Ministro Pasic ordinò di continuare a combattere.
Le condizioni delle avanzanti colonne austriache però non erano migliori. Gli uomini spesso erano costretti a dormire nel fango,la logistica era praticamente collassata e la fame torturava gran parte dei soldati asburgici.
I cannoni continuavano ad impantanarsi nel fango e spesso ci volevano sei buoi ed alcuni cavalli per districarne uno soltanto.
La penosa avanzata era ostacolata da migliaia e migliaia di profughi serbi che in parte ritornavano verso le case abbandonate qualche settimana prima ed in parte scappavano dalla linea del fronte.
Metà dei cavalli (non dimentichiamo che la Grande Guerra fu l’ultimo conflitto dove questi animali svolsero un ruolo decisivo) avevano puzzolenti piaghe che ne minavano l’efficienza. In questo quadro drammatico un ruolo decisivo lo ebbe la Francia che riuscì ad inviare un contingente di munizioni. Il 3 dicembre sorprendentemente l’esercito serbo attaccò ad Arandjelovac, il fronte austriaco crollò al centro e poco dopo collassò su entrambe le ali. Era come un castello di carta in precario equilibrio spazzato via da un piccola folata di vento.
La ritirata che si innescò fu precipitosa, disordinata: colonne di salmerie, artiglieria, genieri, truppe d’assedio quasi in preda al panico scappavano letteralmente davanti alle avanguardie serbe.
Il 14 dicembre il ponte di barche costruito sul fiume Sava fu letteralmente preso d’assalto dai resti dell’esercito austriaco in rotta.
Il 16 dicembre le truppe del generale Misic che aveva diretto la controffensiva (e che divenne un eroe nazionale) rioccuparono una desolata Belgrado. Misic il giorno dopo poteva comunicare al governo serbo: “In territorio serbo non ci sono più soldati austriaci, a parte i prigionieri.”
La ritirata di Potiorek lasciò ai serbi 130 cannoni e 40.000 prigionieri e finalmente costò il posto all’incompetente Comandante ed a gran parte degli alti ufficiali del suo Stato Maggiore.
L’Austria-Ungheria nella campagna serba aveva perso in pochi mesi (agosto-dicembre) 274.000 uomini su poco più di 450.000 schierati. Un vero disastro.
La Serbia però usciva da questa che sarebbe stata la sua ultima vittoria profondamente indebolita e devastata. Il piccolo esercito serbo aveva perso 164.000 uomini di cui 69.000 morti.
Negli anni a venire il 62,5% dei maschi serbi dai 15 ai 55 anni morirà in guerra, lasciando un paese poverissimo, affamato e stremato da un conflitto terribile quanto insensato.

nella foto il generale Conrad, Comandante in Capo dell’Esercito Austriaco

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