L’etica di Aristotele

Nelle opere di Aristotele troviamo ben tre volumi dedicati all’etica, anche se due di essi, la critica ritiene che siano stati scritti dai suoi discepoli. Il terzo L’Etica a Nicomaco è invece prevalentemente accreditato al grande filosofo nato a Stagira il 383 o 382 avanti Cristo.
Il pensiero aristotelico intorno all’etica rappresenta le opinioni più convenzionali degli uomini colti del tempo ed è sostanzialmente privo di quel misticismo religioso di cui invece è impregnato il pensiero platonico.
Il bene afferma Aristotele è la felicità che non può provenire che dall’anima, che in accordo con Platone, si divide in una parte razionale ed una irrazionale.
La parte irrazionale si divide in vegetativa (che si trova nelle piante) ed appetitiva (che si trova in tutti gli animali). La virtù prosegue Aristotele si divide a sua volta in intellettuale e morale, ognuna delle due strettamente correlata ad una delle due tipologie di anima.
La prima si apprende attraverso l’insegnamento, la seconda attraverso le abitudini.
La virtù è sempre una via di mezzo tra due estremi, ciascuno dei quali è un vizio. Il coraggio sta tra la codardia e la temerarietà, l’amor proprio tra la vanità e l’umiltà, la modestia tra la ritrosia e la sfacciataggine e così via.
Sulle questioni morali Aristotele si mantiene come di consueto nel solco delle convenzioni del tempo tra le classi colte.
La persona perfetta per lui è molto diversa dal “santo cristiano” deve avere la giusta dose di amor proprio e deve enfatizzare i propri meriti, disprezzando chi merita di essere disprezzato.
Aristotele considera l’etica una branca della politica per questo non stupisce la sua preferenza per la monarchia e l’aristocrazia, regimi sociali che permettono l’affermarsi dell’uomo magnanimo, mentre i cittadini comuni devono accontentarsi di vivere sotto la benevolenza di questi eletti. Aristotele come Platone ritiene eticamente giusto una società nella quale pochi individui abbiano il meglio mentre la maggioranza deve accontentarsi di quello che residua.
Il punto di vista aristotelico che la virtù appartiene a pochi è la conseguenza della subordinazione dell’etica alla politica. Il pensiero stoico-cristiano esprime invece una visione altra della virtù, essa può appartenere sia al padrone che allo schiavo.
La concezione aristotelica in qualche modo si applica anche alle moderne democrazie, oggi diamo abbastanza per scontato che i nostri rappresentanti politici ai quali deleghiamo notevoli poteri dovrebbero avere comportamenti altamente meritori che non sono richiesti alla massa dei cittadini comuni.
Nelle democrazie occidentali è abbastanza diffuso il pensiero che un Capo dello Stato o un Primo Ministro, pur non identificandosi completamente nell’uomo magnanimo di Aristotele, debba avere determinati meriti connessi alla loro posizione.
Questi meriti non li etichettiamo come etici soltanto perché consideriamo questo termine con un’accezione più ristretta del grande filosofo greco.

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