Charlie, il Vagabondo

Una delle eccezioni più grandi dei comici che si affermarono tra il 1915 e tutti gli anni Venti dello scorso secolo, fu Charlie Chaplin. Questo artista riusci’ a creare un personaggio fortemente radicato nelle strade della Londra vittoriana, ma allo stesso tempo universalmente apprezzato ed amato come nessun personaggio di finzione fino ad allora.
Il Vagabondo (1916) è diventato una vera e propria icona del cinema comico (e non soltanto) mondiale segnando un punto di svolta nella carriera artistica del londinese Chaplin.
Carriera che paradossalmente deve molto alla profonda miseria della sua infanzia che mise in discussione la stessa sopravvivenza fisica dell’attore.
I primi dieci anni della vita di Chaplin sono talmente pieni di disavventure e drammi, da sembrare quasi una rappresentazione plastica dei personaggi dickensiani. Quando nel 1964 scriverà La mia autobiografia in diversi liquidarono sbrigativamente quei primi dieci anni, considerandoli un’invenzione del grande attore ai fini della costruzione della sua leggenda.
In realtà era tutto terribilmente vero.
Il padre era un modesto cantante di music hall che non conobbe mai il successo, esasperato dai frequenti tradimenti della moglie, abbandonerà ben presto la famiglia, morendo relativamente giovane e alcolizzato.
La madre anche lei con velleità artistiche mal riposte si occupa ad intermittenza della cura di Charlie e del fratellastro Sidney, finché le sue condizioni fisiche e mentali si aggravarono al punto da dover essere ricoverata in manicomio (probabilmente a causa dalla sifilide contratta con uno dei tanti amanti che avevano costellato la sua vita).
I due ragazzi vengono cosi chiusi in un istituto per un lungo periodo. In quei dieci anni Chaplin ha conosciuto, bambino, miseria, fame, follia, abuso di alcool, in dosi che a volte non sono riscontrabili neppure in un’intera esistenza.
A dieci anni, il padre (ancora in vita) lo introduce nel mondo del lavoro che gli è più congeniale: uno spettacolo di danza con gli zoccoli gli Eight Lancashire Lads una compagnia formata tutta da enfants prodige, sotto la guida di William Jackson.
Chaplin ha cosi il modo di vivere l’età d’oro del music hall inglese e di imparare tecniche e tempi di recitazione. A dodici anni lascia la compagnia e per due anni si guadagna da vivere svolgendo diversi mestieri per le strade di Londra. Nel 1903 Charlie ottenne una piccola parte in Jim, the Romance of a Cockney e la sua prima personale recensione favorevole sulla stampa; di lì a poco ebbe il primo ruolo fisso in teatro: quello dello strillone Billy in Sherlock Holmes (per la regia di Quentin McPherson), portato per due anni in tournée.
Grazie al fratello Sidney che nel frattempo è diventato una stella nei Speechless Comedians di Frank Karno il più grande impresario teatrale di music hall britannico, Chaplin viene scritturato. All’inizio Karno è piuttosto dubbioso sulle qualità di Charlie ma dopo nemmeno un anno dovrà ricredersi e il giovane attore diventare una delle star di punta della scuderia.
Mentre è negli Stati Uniti per una tournée con una delle compagnie di Karno, viene avvicinato da una casa cinematografica la Keystone che gli propone di girare un film.
Nel film che costituisce il vero esordio Charlot cerca lavoro (1915), Chaplin mette a punto il suo costume di scena (una stretta giacchetta, pantaloni e scarpe più grandi della sua misura, una bombetta e un bastone da passeggio in bambù) e definisce il carattere distintivo del personaggio che lo farà entrare nell’Olimpo del cinema.
Probabilmente l’invenzione di Charlot fu il frutto di una spontanea ed imprevista situazione, il 5 gennaio 1914 (o forse il giorno dopo), avendo la necessità di inventarsi un nuovo personaggio, Chaplin si rinchiude nel magazzino dei costumi della Keystone e ne usci qualche ora dopo con i tratti del personaggio che negli anni successivi conobbe solo limitatissime messe a punto. Chaplin aveva poco più di ventiquattro anni.

Il costume ed il personaggio si vedono per la prima volta in Charlot ingombrante (1914) film improvvisato ed un po’ abborracciato realizzato in concomitanza ad evento sportivo.
Il vero segreto del successo del Vagabondo sta nella capacità di Chaplin di recuperare le sue esperienze d’infanzia più dure e drammatiche e nobilitarle con la sua vena comica, forgiata da un lungo apprendistato nel campo della recitazione.
Charlot è il diseredato sempre escluso da una società fredda, insensibile ed egoista.
Il finale dei film di Charlot è quasi sempre l’inconfondibile saltello con il quale il Vagabondo si avvia per una strada, lunga ed interminabile, mai sconfitto ma sempre alla ricerca di quell’integrazione che la società ostinatamente si rifiuta di concedergli.
I ritmi serrati della Keystone che sfornano film con le modalità del più spietato fordismo non soddisfano Chaplin che vorrebbe invece lavorare sul personaggio e sui contenuti con maggiore profondità. Riesce a convincere il boss della Keystone, Mack Sennett a fargli curare anche la regia dei suoi film.
Al termine del contratto che lo lega alla Keystone passa da uno studios all’altro in cerca di maggiori compensi e soprattutto di più autonomia creativa.
Nel 1918 fonda la sua casa di produzione dove lavora nei 33 anni successivi con un’autonomia senza precedenti.
Il film più significativo di questo periodo è Il monello (1921), pellicola ricca di pathos dove Chaplin, esprime in tutta la sua drammatica compiutezza le esperienze durissime della sua infanzia.

Chaplin, insieme a Douglas Fairbanks, Mary Pickford e D.W. Griffith fonda la United Artists una compagnia di distribuzione di loro proprietà a cui affiderà tutti i successivi film realizzati in America.
Nel 1925 con La febbre dell’oro Chaplin fa un affresco dei cercatori d’oro del Klondike particolarmente riuscito.
Charlie è un attore sensibile ed acuto, sa che l’avvento del sonoro sancirà la fine del Vagabondo ed in questa fase di transizione realizza due pellicole nelle quali l’unica concessione al sonoro e l’introduzione di colonne sonore che hanno il compito di accompagnare e sottolineare lo svolgersi dei film. Luci della città e Tempi Moderni (ultima apparizione di Charlot) sono due opere godibilissime.
Con il tempo Chaplin si convince che deve mettere il suo talento comico al servizio di un’analisi critica della realtà, anche a costo di suscitare sentimenti impopolari, è il caso del Il Grande Dittatore (1940), pellicola che cade in una fase dove l’isolazionismo domina ancora la scena americana oppure Monsiuer Verdoux (1947) film dalla chiara ispirazione antimilitarista.
Le sue idee liberali, l’interesse che gli dimostrano gli intellettuali di sinistra, il rifiuto di prendere la nazionalità americana, lo pongono nella lista nera del Fbi, che lo controllava già dagli anni Venti.
L’Fbi orchestra una campagna diffamatoria nei suoi confronti accusandolo di essere un comunista e intenta anche un sensazionale processo contro il grande attore e regista.
Ormai è apertamente nel mirino (come decine di altre stelle di Hollywood) del senatore McCarthy e della sua caccia alle streghe.
Nel 1952 esce il suo ultimo film americano Luci della ribalta l’unico che interpretò assieme ad un altro mattatore del cinema muto: Buster Keaton. In questo film debuttò anche la figlia Geraldine Chaplin.
Lo stesso anno è costretto a lasciare gli Stati Uniti e si trasferisce in Svizzera, a Vevey con la moglie Oona Neill e la sua famiglia che al termine raggiungerà gli otto figli.

Non riesce però a smettere di lavorare e nel 1957 gira Un re a New York, film discontinuo ed a tratti sconnesso nel quale recita suo figlio Micheal. Nel 1967 gira il suo ultimo film, una commedia sentimentale con Marlon Brando e Sofia Loren, La contessa di Hong Kong, l’unica pellicola a colori della sua carriera. Amareggiato per le pessima accoglienza della critica Charlie Chaplin si dedicherà alla sonorizzazione, su sue musiche, dei vecchi film muti. Nel 1972, riconciliatosi con l’opinione pubblica statunitense, ritornò negli Stati Uniti per ritirare il suo secondo premio Oscar, questa volta alla carriera, assegnatogli per “aver fatto delle immagini in movimento una forma d’arte del Ventesimo secolo”. In tale occasione fu protagonista della più lunga ovazione nella storia dell’Academy Awards.

Il grande Vagabondo morirà nel sonno, la notte di Natale del 1977.

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