Dolci vizi al foro

Richard Lester (classe 1932) ha sempre avuto un rapporto speciale con il mondo della musica. Il grande regista americano che viene ricordato soprattutto per film come “I tre moschettieri”, “Superman II e III” e “Cuba” ha dato il meglio di se quando si è confrontato con l’universo musicale, magari in chiave comica o parodistica come è nel caso di “Dolci vizi al foro”, 1966, trasposizione cinematografica dell’omonimo musical teatrale composto da Stephen Sondheim.

Questa parodia dei fasti dell’Antica Roma e del genere “peplum” hollywoodiano, un po alla Eddie Cantor, ha dato fama a Lester ed al suo spirito corrosivo, applicato poi in successive pellicole che però non hanno la forza eversiva ed un po’ naif di “Dolci vizi al foro”.

Il punto di forza del film è rappresentato dalla presenza di tre comici straordinari attorniati da uno stuolo di belle e procaci ragazze: Zero Mostel, Buster Keaton e Phil Silvers.
Zero Mostel di origine ebraica, inserito nella famosa lista nera di Hollywood durante il periodo maccartista, con un fisico corpulento, era un comico sulla cresta dell’onda con alle spalle però anche una solida base di interpretazioni drammatiche, fra tutte “La città è salva” in coppia con Bogart.
Phil Silvers vecchia conoscenza del vaudeville, aveva all’attivo numerosi film musicali e brillanti ed era un onesto artigiano del mestiere.
Ma il vero valore aggiunto del film è rappresentato da Buster Keaton, nell’ultima interpretazione della sua vita (poco dopo, il 1 febbraio 1966 il grande attore moriva).
Keaton tenuto al bando dal cinema per moltissimi anni, costretto a piccoli ruoli per sopravvivere, finito per un breve periodo di tempo in manicomio, in seguito all’abbandono della moglie ed al senso di fallimento della sua esistenza, in questo film da il meglio di se, in una interpretazione lunatica e surreale degna del suo periodo d’oro. La storia di “Dolci vizi al foro” è semplice.
Pseudolus, schiavo pigro e buontempone, ha un grande sogno: riuscire a comprarsi la libertà e diventare finalmente un cittadino romano. Quando Hero, il giovane figlio del suo padrone, si innamora di Philia, una schiava bella e incredibilmente stupida di proprietà del losco Lycus, Pseudolus gli proporrà uno scambio: se lui riuscirà a portargli Philia, Hero si impegna a liberare lo schiavo. La faccenda si complica quando Pseudolus scopre che Philia è già stata venduta al rozzo e violento Miles Gloriosus, il capo delle guardie.
Il film vincerà nel 1967 un Oscar per il miglior adattamento musicale.

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