Cinquanta anni senza Otis

E’ il 10 dicembre del 1967, un piccolo aereo, mentre vola verso Madison, precipita nelle freddissime acque del lago Monoma. Nello schianto muore a soli 26 anni Otis Redding, il più grande cantante soul di tutti i tempi e tutti i componenti, tranne due, del gruppo che lo accompagna nei concerti, i Bar Kays.

Soltanto due giorni prima Redding che era reduce da un intervento alle corde vocali aveva registrato (Sittin’On) The Dock Of The Bay che uscirà postuma, nelle sue intenzioni questo leggendario brano doveva essere una svolta nel tradizionale soul che l’artista nato a Dawson il 9 settembre 1941 riteneva fosse ormai pronto a più moderne contaminazioni.

Dopo una dura gavetta Redding era riuscito a diventare il cantante soul più amato e rispettato proprio come il suo maestro, Sam Cooke – il quale era scomparso, ucciso a Los Angeles in un motel da tre dollari o poco più a notte, tre anni prima, l’undici dicembre del 1964.

Celebrato ancora più dopo la morte che nella sua breve vita la rivista Rolling Stone lo inserisce al ventunesimo posto nella sua lista dei 100 migliori artisti e all’ottavo in quella dei 100 migliori cantanti.

La svolta per Otis forse avviene nel Festival di Monterey, un grande raduno che ha catturato l’attenzione dei media e ha ufficializzato l’abbattimento delle barriere razziali, almeno in campo musicale e dove l’artista di colore ha un successo personale strepitoso.

Tra i suoi hit oltre alla già citata (Sittin’On) The Dock Of The Bay e doveroso citare I’ve Been Loving You Too Long del 1965

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