L’indiano bianco

Le differenze culturali tra bianchi e pellerossa furono alla base di incomprensioni ed odio che alimentarono la ferocia per la quale questi ultimi furono alla fine quasi totalmente sterminati. Una delle usanze che i bianchi detestavano e che scatenavano il loro furore era il rapimento di donne e bambini al termine di una scorreria.
Non si trattava generalmente un modo per procurarsi schiavi, la schiavitù non apparteneva alla cultura della grande generalità delle tribù indiane del Nord America, quanto piuttosto di un’usanza quasi caritatevole. Dopo una scorreria le donne, spesso diventate vedove ed i bambini, spesso divenuti orfani venivano catturati e poi progressivamente integrati nella tribù. Soprattutto nei casi di bambini presi in tenera età questo comportava oltre a dare una chance di sopravvivenza, la concreta possibilità che crescendo essi diventassero a tutti gli effetti membri della tribù.
L’odio dei bianchi quindi era dovuto alle scorrerie e al rapimento soprattutto dei bambini che per le mentalità indiana non erano “colpe” ma che tali apparivano invece ai bianchi; crimini propri di popoli “selvaggi” da reprimere in modo inflessibile.
Anche Tex si confronta con un rapimento del genere nell’avventura “Sulle tracce di Tom Foster”, n. 170, storia sceneggiata da Gian Luigi Bonelli e disegnata dal grande Nicolò.
Tex ed i suoi pards si gettano sulle tracce di un giovane indiano bianco, rapito da una banda di Kiowas venti anni prima. Un’impresa che sembra impossibile ma non per la sagacia e la determinazione del ranger che nel frattempo riesce a smantellare un pericoloso traffico d’armi messo in piedi da uno spregiudicato comanchero.

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