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I rapporti tra Yugoslavia e URSS nell’immediato dopoguerra

Nel 1947 il governo presieduto da Josip Broz, detto Tito si trovava in una singolare posizione. Tra tutti i partiti comunisti europei quello iugoslavo era l’unico ad aver conquistato il potere con le proprie sole forze. Di più i partigiani titini erano stati l’unico movimento di resistenza a mettere in seria difficoltà sul piano militare gli invasori tedeschi e italiani.

Questo indubbio successo permise a Tito di liquidare rapidamente gli avversari politici. Nelle elezioni del 1945 la scelta per gli elettori era chiara, nelle cabine elettorali trovarono due urne, la prima era contrassegnata con la scritta Fronte Popolare (il movimento politico comunista di Tito), la seconda più semplicemente e sinistramente come “Opposizione“. Il risultato fu scontato, al Fronte Popolare andò oltre il 90% dei consensi.

A completare l’opera di occupazione del potere, Tito nel gennaio 1946 fece promulgare una nuova costituzione ricalcata sul modello sovietico. Mentre si procedeva alla collettivizzazione delle terre, Tito fece imprigionare, processare e persino in qualche caso uccidere gran parte dei restanti oppositori del regime. La Yugoslavia si collocava nello spettro più radicale del comunismo europeo.

Le relazioni tra Mosca e Belgrado erano ottime: la prima faceva sperticati elogi, mostrava grande entusiasmo per le imprese rivoluzionarie e indicava nel paese un modello da imitare. I leader iugoslavi, in cambio, coglievano ogni occasione per ribadire il loro rispetto nei confronti dell’URSS: si consideravano gli esportatori dello spirito rivoluzionario bolscevico e del suo modello di governo nei Balcani. Le prime crepe di questo rapporto, apparentemente idilliaco, iniziarono però a mostrarsi, almeno privatamente, fin dal 1946.

Stalin osteggiava il desiderio di Tito di assorbire Albania, Bulgaria e parti della Grecia in una Iugoslavia allargata per mezzo di una federazione balcanica sia per non inasprire i rapporti con gli ex alleati della guerra, sia per un certo fastidio nel protagonismo dell’allora quarantasettenne leader yugoslavo. Un altro elemento che contribuì a creare dissapori tra il dittatore georgiano e Tito, fu l’appoggio di quest’ultimo, sia nel 1944 che tre anni dopo, alla fazione comunista nella guerra civile greca. L’Unione Sovietica era consapevole che la Grecia rientrava nella sfera di influenza occidentale e non voleva creare il pretesto per un confronto con gli Stati Uniti per un paese che riteneva strategicamente irrilevante per gli interessi russi.

Approfittando dell’esclusione nel 1947 dei comunisti francesi e italiani dal governo, Mosca decise di riaffermare la propria leadership su tutto il movimento comunista europeo imponendo una nuova linea all’azione dei partiti comunisti, soprattutto a quelli occidentali.

Per mettere in pratica la nuova strategia, Stalin organizzò un incontro a Szklarska PorÑba, in Polonia, per la fine del settembre 1947, al quale furono invitati i partiti comunisti di Polonia, Ungheria, Romania, Bulgaria, Cecoslovacchia, Iugoslavia, Francia, Italia e, naturalmente, URSS. Lo scopo dichiarato era la creazione del Cominform: succedendo all’Internazionale comunista, suo compito sarebbe stato quello di «coordinare» l’attività internazionale e di migliorare le comunicazioni tra Mosca e i partiti satellite. L’organismo si rivelò un clamoroso fallimento riunendosi soltanto tre volte e sciolto definitivamente nel 1956. L’assise fu contrassegnata dal protagonismo yugoslavo che bacchettò duramente i partiti comunisti occidentali, quello francese e italiano in primis. Si trattò di una delle ultime occasioni nelle quali Zdanov e Malenkov, i delegati sovietici, elogiarono pubblicamente il radicalismo del partito titino.

La rottura pubblica tra Tito e Stalin avvenne nel febbraio del 1948 sull’ipotesi di federazione balcanica a guida yugoslava, a cui seguirono l’annullamento dei negoziati commerciali e il ritiro dei consiglieri civili e militari sovietici dalla Yugoslavia. Tito rispose con il rifiuto di partecipare alla seconda riunione del Cominform. L’atto finale si consumò proprio in quell’occasione (28 giugno 1948), con l’espulsione della Iugoslavia per non aver riconosciuto il ruolo guida dell’Armata rossa e dell’URSS nella liberazione del paese e nella sua trasformazione in senso socialista. Il paese guidato da Tito fu accusato dai sovietici di perseguire una politica estera nazionalista e di un modello socialista non ortodosso.

Stalin con questa iniziativa voleva lanciare un messaggio chiaro al movimento comunista europeo che non sarebbe stata tollerata qualsiasi, anche parziale messa in discussione del ruolo guida dell’URSS e del suo modello politico e sociale. Tito non si lasciò intimidire anche se in quegli anni il 46% del commercio internazionale della Yugoslavia dipendeva dall’Unione Sovietica. Senza gli aiuti occidentali Tito non ce l’avrebbe fatta, nonostante questo gli yugoslavi pagarono un prezzo salato alla “ribellione” titina. Nei due anni successivi gli attacchi sovietici divennero virulenti e praticamente a getto continuo. Tito fu bollato come “zar della borghesia yugoslava“, i suoi sostenitori erano «sporchi traditori e imperialisti mercenari», «macabri messaggeri del campo della guerra e della morte, infami guerrafondai e degni eredi di Hitler». Il partito comunista yugoslavo era bollato come «banda di spie, provocatori e assassini». La rottura totale e senza appello apriva la stagione della via yugoslava al comunismo e del suo posizionamento internazionale tra i paesi non allineati.

Fonti:

alcune voci di Wikipedia

Postwar di T. Judd

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