lunedì, Novembre 28
Shadow

Ventiquattro ore a Pearl Harbor

Se dobbiamo estrapolare due eventi che hanno segnato in modo decisivo l’esito della Seconda Guerra Mondiale non ci sono molti dubbi che uno è la scriteriata invasione nazista dell’Unione Sovietica e l’altro l’attacco giapponese alla flotta americana a Pearl Harbor, rispettivamente avvenuti il 22 giugno 1941 e il 7 dicembre 1941.

Il contesto geopolitico

Per comprendere come si è arrivati all’attacco del Sol Levante agli Stati Uniti occorre essere consapevoli del contesto geopolitico nel quale maturò una simile decisione. La politica espansionistica giapponese in Asia, iniziata nel 1931 con l’occupazione della Manciuria e proseguita nel 1937 con l’invasione della Cina, deteriorò i rapporti tra il paese del Sol Levante e gli Stati Uniti. La risposta americana non si fece attendere e già nel luglio 1940 Roosevelt impose un embargo sulla fornitura di alcuni prodotti indispensabili ad alimentare lo sforzo bellico giapponese, inoltre in accordo con la Gran Bretagna a cui aveva fornito 50 vecchi cacciatorpediniere per rafforzare la scorta del naviglio mercantile nell’Atlantico, gli Stati Uniti installarono alcune basi militari nei possedimenti asiatici inglesi.

Nel frattempo il 27 settembre 1940 il Giappone si avvicinava politicamente con le potenze dell’Asse firmando il Patto Tripartito con Germania e Italia. Il Giappone nel luglio del 1941 dubitando della capacità del Terzo Reich di sconfiggere l’Unione Sovietica, abbandonò la prospettiva di aprire un fronte orientale contro la Russia e approvò un piano di espansione nel Sud-Est asiatico. Il cosiddetto “progetto di politica nazionale“, approvato dall’imperatore Hirohito lo stesso giorno, il 2 luglio 1941 prevedeva di non intervenire nella guerra tedesco-sovietica, ma di estendere il dominio giapponese a sud per acquisire importanti materie prime strategiche, isolare completamente la Cina e creare la “sfera di co-prosperità della Grande Asia orientale”.

un giovane Hirohito

Il 26 luglio 1941 gli Stati Uniti, in risposta all’invasione giapponese dell’Indocina meridionale, dichiararono l’embargo su tutti i prodotti petroliferi, sui metalli e su altre merci strategiche e il congelamento di tutti i beni giapponesi nel proprio territorio, a cui aderirono prontamente Gran Bretagna e Olanda. Questa mossa ebbe l’effetto di accelerare il confronto con gli USA, il governo giapponese sapeva infatti che le scorte petrolifere sarebbero durate al massimo due anni, un anno e mezzo in caso di guerra e mentre stancamente la diplomazia nipponica tentava un compromesso con gli Stati Uniti, il governo giapponese e gli alti comandi militari, pur dubbiosi della possibilità di sconfiggere la prima potenza mondiale, si preparavano alla guerra. Ora siamo pronti ad immergerci nelle ventiquattro ore che precedettero l’attacco alla base navale di Pearl Harbor.

Le ultime 24 ore

La sera del 6 dicembre 1941 il Presidente americano Roosevelt era molto preoccupato. Fonti dell’intelligence lo avevano informato che tre convogli giapponesi (comprese cinquanta navi da trasporto, una corazzata e una flottiglia di incrociatori e cacciatorpediniere) erano appena entrati nel Golfo del Siam, superando la Cambogia. Non era ancora chiaro quale era l’obiettivo nipponico.

Quella sera la First Lady, Eleanor Roosevelt aveva organizzato una cena con trenta persone al quale il marito partecipò distrattamente e che abbandonò dopo la portata di carne per una riunione con il suo più importante e fidato collaboratore, Harry Hopkins. Poco dopo la riunione Roosevelt ricevette la visita di un suo collaboratore, il comandante Lester Schulz, che gli consegnò un documento scritto a macchina. Erano le prime tredici parti delle quattordici di cui si componeva il messaggio di Tokyo all’ambasciata a Washington, appena decifrato e trascritto dagli analisti dell’intelligence americana.

Quel documento conteneva il rifiuto del governo del Sol Levante alle proposte/ultimatum fatte poco tempo prima dal Segretario di Stato Cordell Hull. Il Presidente comprese che ormai la guerra era inevitabile.

La Wermacht sotto pressione

Sull’altra sponda dell’Atlantico era già il 7 dicembre. L’esercito tedesco era sotto pressione su tutto il fronte orientale, a sud la 3a armata corazzata dell’Heeresgruppe Mitte arretrava di fronte agli sfondamenti nemici sul fianco nord. La situazione non era migliore per quanto riguardava la 9a armata del generale Adolf Strauss, la 4a armata del generale Günther von Kluge e la 2a armata corazzata del generale Heinz Guderian.

A Berlino il Ministro degli Esteri Von Ribbentrop che vedeva il suo potere scemare giorno dopo giorno, inviò un cablogramma all’ambasciata tedesca a Roma. Si doveva trasmettere senza equivoci la contrarietà di Hitler al controllo del porto di Biserta a Tunisi, per gli italiani obiettivo irrinunciabile per far giungere in relativa sicurezza i rifornimenti alle truppe impegnate in Nord Africa. Hitler aveva paura che una qualsiasi forzatura avrebbe spinto le colonie francesi in Africa tra le braccia degli inglesi pregiudicando un teatro militare già problematico.

Galeazzo Ciano, Ministro degli Esteri italiano

Quel giorno la stampa tedesca, totalmente controllata dal regime, non soltanto cercava di minimizzare gli insuccessi sul fronte orientale ma attaccava la “politica guerrafondaia” di Roosevelt. In Unione Sovietica invece si iniziava a respirare un cauto ottimismo sull’esito della guerra, anche se gran parte del governo era stato evacuato da Mosca, Stalin con un gesto che ebbe il suo peso psicologico, era rimasto al Cremlino. Il 7 dicembre finalmente giungeva nella capitale americana, dopo un viaggio complicato, l’ambasciatore sovietico negli Stati Uniti, l’ex ministro degli Esteri Maxim Litvinov.

Sempre nella mattinata Ciano che ha incontrato Mussolini per informarlo della perentoria richiesta del Furher di lasciar perdere l’idea di occupare il porto di Biserta lo trova di pessimo umore. «Il Duce, stamani, era molto contrariato dalla scarsità delle perdite in Africa Orientale», annotò Ciano nel suo diario. «I caduti di Gondar, in novembre, sono 67; i prigionieri 10.000. Non bisogna riflettere a lungo, per capire cosa queste cifre vogliono dire».

Churchill a Chequers

Nelle stesse ore il Primo Ministro inglese Churchill era ancora a Chequers, la sua residenza di campagna. La sua routine prevedeva la sveglia alle 8:30 e una colazione molto abbondante, consumata indossando una vestaglia da notte colorata, durante la quale sfogliava i quotidiani prima di ricevere il capitano Richard Pim, che arrivava dal centro di comando con gli ultimi rapporti. L’intelligence britannica quella mattina segnalava che i giapponesi proseguivano la loro avanzata in direzione, presumibilmente di Kota Bharu, sulla costa est della Malaya, vicino al confine con il Siam, l’odierna Thailandia. Le autorità britanniche nel Sud Est asiatico sottostimavano ancora la minaccia giapponese, mostrando una sicumera razziale che di li a poco sarebbe stata spazzata via dagli eventi.

All’ora di pranzo Hitler si era già alzato e vestito con l’aiuto del suo cameriere personale Heinz Linge. Il dittatore era ancora saldamente al comando ma la sua figura era già provata dai primi clamorosi insuccessi della guerra. L’esito della Battaglia d’Inghilterra, le battute d’arresto nella campagna russa, le gravi difficoltà in Nord Africa e l’imminente entrata in guerra degli Stati Uniti avevano avuto un effetto deleterio sui suoi nervi e la sua salute in generale. Hitler era già dipendente dal suo medico personale Theo Morell, che ogni giorno lo imbottiva di stimolanti e altri farmaci: la lista completa superava le ottanta voci, tra cui più di una decina di alteratori di coscienza.

Hitler e il suo medico personale

Di pranzo in pranzo


Quel giorno si era consumata definitivamente la fiducia del dittatore nazista nel feldmaresciallo Walther von Brauchitsch e Hitler, con grande costernazione dei vertici militari tedeschi, accarezzò per qualche tempo l’idea di assumere direttamente il comando della Wermacht. A pranzo Hitler incontro il generale José Moscardò, capo delle milizie di Franco discutendo con lui dell’impiego della Divisione Azzurra franchista, dei rapporti tesi tra Portogallo e Spagna e dal rifiuto del dittatore spagnolo di prendere con la forza Gibilterra.

Nelle stesse ore un altro pranzo importante si svolgeva a Chequers tra Churchill e l’ambasciatore statunitense a Londra John Winant. La preoccupazione del leader britannico era che in caso di attacco giapponese soltanto alle colonie inglesi, gli Stati Uniti li avrebbero lasciati soli ad affrontare un nuovo temibile nemico. Lo scopo del pranzo era cercare di capire quali erano le reali intenzioni americane, ma Churchill dovette accontentarsi di risposte ambigue ed evasive da Winant.

Il Decreto Notte e Nebbia

Nel pomeriggio Hitler firmò una serie di norme repressive passate alla storia sotto il nome di “Decreto Notte e Nebbia”. Le ‘Direttive per la repressione dei reati commessi contro il Reich o contro le forze di occupazione nei territori occupati’, questo il vero nome di questo complesso normativo, ovverosia l’ordine di opporsi con la forza e, in ultima analisi, di uccidere, chiunque si opponesse all’autorità tedesca nei territori occupati dal Reich è il documento giuridico che causa la deportazione di massa e l’eliminazione fisica di un numero spaventoso di avversari politici dei nazisti in tutta Europa, ivi compresa, naturalmente, anche l’Italia. Il riferimento alla notte e alla nebbia stava a indicare che questi prigionieri dovevano essere fatti sparire senza lasciare alcuna traccia, come fossero dissolti ‘nella notte e nella nebbia’, per l’appunto. Il Decreto Notte e Nebbia rappresentò, al processo di Norimberga, uno dei principali capi d’imputazione dei gerarchi nazisti in quanto contrario alla Convenzione di Ginevra.

Le ultime ore

Intanto dall’altra parte del mondo era già sera. Joseph Grew, ambasciatore americano a Tokyo, che aveva lavorato incessantemente ma senza successo per far prevalere le colombe sui falchi giapponesi attendeva un messaggio dal Presidente americano diretto all’imperatore del Sol Levante. Quando il documento arrivò Grew si rese conto che le autorità militari avevano trattenuto il messaggio per dieci ore, appariva evidente che non si voleva che Hirohito lo ricevesse prima di allora.

Alla Casa Bianca, dopo una notte agitata, il presidente Roosevelt si svegliò alle 9 ora locale e fece colazione a letto. Verso le dieci fu recapitato al Presidente USA la quattordicesima parte del messaggio giapponese, le cui prime 13 parti gli erano state consegnate il giorno precedente. In risposta alla richiesta di Hull del 26 novembre di cessare l’occupazione in Cina e Indocina, il governo giapponese informava i suoi rappresentanti che, a causa del rifiuto degli Stati Uniti di accettare «la creazione di un Nuovo Ordine in Asia», era «impossibile raggiungere un accordo attraverso ulteriori negoziazioni».

Ormai era certo che il confronto armato era inevitabile, anche se formalmente non si trattava ancora di una dichiarazione di guerra. il ministro degli Esteri giapponese Tōgō alle 4.28 aveva comunicato all’ambasciatore Nomura che il documento avrebbe dovuto essere consegnato alle ore 13:00 dello stesso giorno, corrispondenti alle 07:30 delle isole Hawaii. L’importanza del tempo di consegna era determinata dalla volontà giapponese di sferrare l’attacco mezz’ora dopo la consegna della dichiarazione di guerra per beneficiare al massimo del fattore sorpresa.

In realtà, per una serie di contrattempi ed a causa delle lungaggini imposte dal sistema di decrittazione della dichiarazione di guerra, Nomura riuscì a consegnare il documento ufficiale a Cordell Hull solo alle 14:20, ora di Washington, quando le bombe degli aerosiluranti e dei bombardieri giapponesi cadevano già da oltre mezz’ora sulle navi statunitensi ancorate a Pearl Harbor.

L’attacco di Pearl Harbor

Alle 7:40 ora locale delle Hawai, le 19:10 a Londra e le 13:10 a Washington, il capitano di vascello e asso dell’aviazione Mitsuo Fuchida che guidava la prima ondata, apparve nel cielo sopra Pearl Harbor e inviò il segnale che l’effetto sorpresa era stato raggiunto: «Tora, Tora, Tora» (“Tigre, Tigre, Tigre”). Le altre operazioni pianificate in Estremo Oriente potevano iniziare. Fuchida lanciò un razzo luminoso come segnale convenuto, e alle 7:53, ora delle Hawaii, con sette minuti di anticipo sul previsto, cominciò l’attacco.

Fuchida

I caccia Zero e i bombardieri Val assaltarono le infrastrutture, i campi d’aviazione e le navi ormeggiate nel porto. La USS Oklahoma fu colpita da nove siluri e affondò, causando la morte di 429 uomini. Anche la USS Arizona venne bombardata, e nel giro di pochi minuti una bomba fece esplodere il suo deposito di armi. In pochi minuti si inabissò, persero la vita 1117 persone tra cui 23 coppie di fratelli e un intera banda musicale. Furono solo cinque i piloti americani che riuscirono a prendere il volo quella mattina per combattere i giapponesi nei cieli delle Hawaii: 188 aerei vennero distrutti e 159 danneggiati, insieme a otto navi da guerra.

Le tre portaerei spina dorsale della flotta americana però non erano ancorate nella base navale attaccata e sfuggirono al raid giapponese. Per Yamamoto e i suoi ufficiali che avevano pianificato e diretto l’azione si era trattato di un indubbio successo tattico, ma se l’obiettivo era quello di decapitare la flotta del Pacifico statunitense, l’impresa era fallita.

Adesso la guerra era davvero diventata mondiale.

Fonti:

alcune voci di Wikipedia

Laderman, Charlie; Simms, Brendan. I cinque giorni che hanno cambiato la seconda guerra mondiale

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: