• 25 Settembre 2022 16:09

SCIENZA & DINTORNI

Divulgazione storica e scientifica – DIRETTORE Fabiana Leoncavallo

La scoperta del fosforo e un farmacista geniale e sfortunato

Almeno fino alla metà del diciottesimo secolo i confini tra la chimica e l’alchimia erano alquanto labili e anche grandi scienziati non disdegnavano di passare dall’una all’altra convinti che entrambe le “discipline” avessero solide fondamenta.

Neppure la pubblicazione nel 1661 di The Sceptical Chymist, il primo trattato a operare una distinzione tra chimica e alchimia, scritto dal grande Robert Boyle, riuscirà a minare la fede alchemica di molti studiosi dell’epoca. La ricerca della pietra filosofale, dell’elisir di lunga vita e persino del dono dell’invisibilità erano soltanto alcuni dei mirabolanti obiettivi degli alchimisti dell’epoca. Va da se che in questo contesto molte scoperte della nascente chimica avvennero per caso.

Come quella compiuta nel 1675 dal tedesco Hennig Brand che si era convinto che l’oro potesse essere ricavato dall’urina umana. Brand raccolse ben cinquanta secchi di urina umana e li conservò in cantina per mesi e attraverso misteriose pratiche alchemiche trasformò l’urina inizialmente in una nauseabonda pasta e successivamente in una sostanza translucida simile alla cera.

Brand dovette constatare che questa sostanza non era l’oro tanto agognato, in compenso aveva delle interessanti e pericolose proprietà. Lasciata “invecchiare” iniziava a luccicare e quando veniva esposta all’aria, spesso prendeva fuoco spontaneamente.

un pezzo di fosforo

Ben presto a questa sostanza fu imposto il nome di fosforo, che in greco significa “portatore di luce“. Le potenzialità commerciali del fosforo furono intuite ben presto da molti affaristi. Le difficoltà di produzione però ne limitavano le potenzialità commerciali, basti pensare che all’epoca un’oncia di fosforo (circa 30 grammi) costava sei volte l’equivalente dell’oro.

Intorno alla metà del Settecento, un chimico svedese di nome Karl (o Carl) Scheele escogitò un metodo per produrre grandi quantità di fosforo evitando il tanfo schifoso delle urine. Grazie a questa scoperta la Svezia è stata ed è ancora il paese leader nel mondo nella produzione dei fiammiferi. Scheele è la rappresentazione plastica di uno scienziato geniale che non ha saputo valorizzare le sue innumerevoli scoperte, tanto che altri se le sono intestate anni dopo, giungendo indipendentemente, agli stessi risultati.

Nato a Stralsund il 9 dicembre 1742 iniziò la sua carriera di chimico lavorando in una modesta farmacia. Nel 1775 comprò una farmacia a Köping e divenne membro dell’Accademia reale svedese delle scienze di Stoccolma. Con pochissimi mezzi nella sua farmacia fece molti esperimenti, che gli permisero di isolare l’ossigeno e studiare il suo comportamento nella combustione.

Scheele scoprì inoltre il tungsteno, il molibdeno, l’azoto, il cloro (per azione dell’acido cloridrico sul diossido di manganese) e il manganese. Studiò le proprietà di acido lattico, acido cianidrico, , acido gallico, acido fluoridrico, acido citrico e acido malico. Riuscì a preparare molti nuovi composti, tra cui il solfuro di idrogeno, l’acido arsenico, l’arsenito di rame (detto verde di Scheele), il glicerolo e l’acido tartarico.

Ogni volta, le sue scoperte furono ignorate oppure vennero pubblicate solo dopo che qualcun altro le aveva ripetute, indipendentemente. Una delle fissazioni di Scheele era l’abitudine di assaggiare tutte le sostanze con cui lavorava, comprese alcune estremamente tossiche. Questa mania gli fu fatale, la mattina del 21 maggio 1786, a soli quarantatré anni, fu trovato riverso sul tavolo di lavoro, con un’espressione incredula stampata sul volto, in mezzo a diverse sostanze chimiche a cui stava lavorando, molte delle quali potevano essere state la causa della sua prematura scomparsa.

Neppure da morto il povero Scheele fu sufficientemente considerato per il grande chimico che era stato nella sua breve vita. Apprezzamenti e plausi andarono ad altri chimici, soprattutto di lingua inglese che “marchieranno” con il loro nome scoperte fatte anni prima dal farmacista svedese.

Uno tra i tanti esempi di questa sfortunata esistenza di scienziato fu la scoperta dell’ossigeno che Scheele compì nel 1772 ma per complicate vicende non riuscì a pubblicare in tempo il suo lavoro e due anni dopo, in modo indipendente, Joseph Priestley, scoprì a sua volta l’ossigeno appuntandosi “al petto” questo risultato.

Ancor più incredibile fu il mancato riconoscimento della sua scoperta del cloro. Quasi tutti i libri di testo attribuiscono questa scoperta a Humphry Davy, che effettivamente lo scoprì, ma trentasei anni dopo Scheele.

Fonti:

alcune voci di Wikipedia

Storia di quasi tutto di B. Bryson

Natale Seremia

Appassionato da sempre di storia e scienza. Divoratore seriale di libri. Blogger di divulgazione scientifica e storica per diletto. Diversamente giovane. Detesto complottisti e fomentatori di fake news e come diceva il buon Albert: "Solo due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana, riguardo l’universo ho ancora dei dubbi."

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.