• 7 Agosto 2022 6:23

SCIENZA & DINTORNI

Divulgazione storica e scientifica – DIRETTORE Fabiana Leoncavallo

La smisurata vastità del Sistema Solare

Spesso nelle opere divulgative gli astronomi definiscono il Sistema Solare come il “nostro giardino di casa” evocando così, la regione più prossima e vicina al nostro pianeta, ma questa immagine può essere fuorviante. Le dimensioni del Sistema Solare, pur imparagonabili rispetto al resto dell’Universo, sono davvero impressionanti.

Nel 2019 è uscito nei drive in americani e sulla piattaforma Prime Video che ne ha acquistato i diritti un delizioso film di fantascienza a basso costo, L’immensità della notte (The Vast of Night) scritto, diretto e montato attraverso una serie di pseudonimi dal regista Andrew Patterson. Il film è una gustosa opera retrò che ci immerge nelle atmosfere di serie iconiche come “Ai confini della realtàapplicando la regola d’oro del “mostra, non dire”. In definitiva, il film funziona non soltanto perché offre uno spaccato di una cittadina del midwest americano degli anni Cinquanta, ma anche perché il segnale intercettato dalla centralinista sedicenne Fay e da lei condivisa con l’amico e mentore DJ Everett fa presagire che dalla nera immensità dello spazio qualcuno sta cercando di mettersi in comunicazione con noi.

In realtà le dimensioni del nostro Sistema Solare non soltanto rendono impossibile per l’essere umano ipotizzare una qualsiasi esplorazione diretta oltre i suoi labili confini ma probabilmente, per le medesime ragioni, ci rendono invisibili ad eventuali specie aliene senzienti. Per raggiungere altre stelle ed esopianeti i coloni umani dovrebbero rimanere rinchiusi nelle astronavi per migliaia di anni.

Si tratta di distanze che sfuggono alla nostra capacità di concepirle concretamente. Se anche fossimo in grado di viaggiare alla velocità della luce (cosa ovviamente impossibile) impiegheremmo più di cinque ore per raggiungere Plutone, il pianeta declassato nel 2006 a pianeta nano. Le velocità più alte mai raggiunte da una macchina costruita dall’uomo sono quelle delle sonde Voyager 1 e 2, che si allontanano da noi a circa 56.000 km all’ora.

Il motivo per cui le due Voyager furono lanciate nello spazio nell’agosto e nel settembre 1977 era che in quel momento Giove, Saturno, Urano e Nettuno si trovavano allineati in una posizione in cui tornano soltanto una volta ogni 175 anni, circostanza che consentì alle due Voyager di avvalersi della tecnica della «gravità assistita», per essere accelerate da un gigante gassoso all’altro.

Lo spazio interstellare è un luogo desolatamente vuoto e al suo confronto il Sistema Solare è una regione “molto frequentata“. Eppure tutti gli oggetti visibili che esso contiene – il Sole, i pianeti con le loro lune, i miliardi di rocce che precipitano dalla fascia degli asteroidi, le comete e i vari detriti che vanno alla deriva – riempiono meno di un trilionesimo dello spazio a disposizione.

Il nostro “giardino di casa” è talmente vasto che è impossibile concepirne una “mappa in scala”. In un diagramma del sistema solare in scala, con la Terra ridotta al diametro di un pisello, Giove dovrebbe essere posto a oltre 300 metri dal nostro pianeta, e Plutone sarebbe a due chilometri e mezzo è avrebbe le dimensioni di un batterio.

Tornando alla nostra ipotetica navicella spaziale che ha raggiunto Plutone, gettando uno sguardo verso il Sole, la stella che permetta la vita sul nostro pianeta risulterebbe grande come una capocchia di spillo. Superato Plutone siamo ancora ben lontani dagli ipotetici confini del Sistema Solare. Per raggiungerli, dobbiamo prima attraversare la nube di Oort, un’impresa per la quale occorrono – alla velocità delle sonde Voyager – altri diecimila anni.

Sulla base delle nostre conoscenze e dell’attuale tecnologia nessun essere umano sarà in grado di raggiungere e superare le “colonne d’Ercole” che dal Sistema Solare ci immettono nello spazio interstellare. Se per amor di discussione ammettiamo di essere riusciti ad arrivare a questo impalpabile confine ci troveremmo di fronte ad un vuoto angosciante. Il primo sistema a cui arriveremmo una volta attraversato questo nulla è Alpha Centauri che dista dalla Terra circa 4,2 anni luce, un niente in termini di distanze galattiche. Per raggiungere il centro della nostra stessa galassia ci vorrebbe più tempo di quello che gli esseri umani hanno impiegato a diventare tali.

Lo spazio è davvero un’entità immensa, di una grandezza inconcepibile per la mente umana. La distanza media tra le stelle di una stessa galassia supera i 30 milioni di milioni di chilometri. Una distanza enorme anche per i fotoni che viaggiano alla velocità della luce.

Fonti:

alcune voci di Wikipedia

Breve storia di quasi tutto di B. Bryson

Natale Seremia

Appassionato da sempre di storia e scienza. Divoratore seriale di libri. Blogger di divulgazione scientifica e storica per diletto. Diversamente giovane. Detesto complottisti e fomentatori di fake news e come diceva il buon Albert: "Solo due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana, riguardo l’universo ho ancora dei dubbi."

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