• 17 Agosto 2022 7:42

SCIENZA & DINTORNI

Divulgazione storica e scientifica – DIRETTORE Fabiana Leoncavallo

Sono molto estesi, ricoprendo circa i tre quarti della superficie terrestre. Sono in genere anche molto profondi, arrivando al massimo di 18 km della Fossa delle Filippine. Prima si pensava fossero luogo di origine della vita, anche se ciò sembra essere non vero del tutto, date le varie tracce di molecole organiche trovate su asteroidi e comete. Ma   certamente culla e sviluppo di vita, ospitando l’ottanta per cento di tutte le specie viventi.

Fonti indispensabili di cibo (e di lavoro) per una buona metà della popolazione mondiale. Ci forniscono il 50% dell’Ossigeno, assorbendo circa il 33% dell’Anidride Carbonica prodotta dai viventi e dalle attività umane, oltre ad essere efficienti regolatori di clima.

Eppure la salute degli oceani da tempo appare seriamente compromessa da quattro fattori gravi basilari, interconnessi: l’aumento di temperatura, non solo superficiale, la crescente acidità, la diminuzione rilevante di Ossigeno, le varie forme di inquinamento.

 L’aumento di temperatura è conseguenza diretta dell’Effetto Serra. Si è riscontrata una velocità termica due volte maggiore in superficie rispetto al fondo oceanico, ma i ricercatori hanno previsto che entro il 2100 essa sarà più profonda, dai 200 ai 1000 metri, per un drastico aumento di più di dieci volte delle velocità climatiche.

La maggiore acidità delle acque è conseguenza dell’aumento di Anidride Carbonica, che mescolandosi all’acqua, produce Acido Carbonico, che causa corrosione e alterazioni nella formazione degli scheletri di organismi marini.

La diminuzione di Ossigeno in certe zone  è collegabile all’immissione di scarichi di detersivi, che provocando un aumento eccessivo di alghe, poi, col loro accumulo e morte, produce un rilevante consumo di Ossigeno e serie difficoltà respiratorie, possibile morte per asfissia, a vari organismi acquatici.

Attualmente la maggior fonte di inquinamento marino è la plastica: circa il 10% di tutta la plastica prodotta finisce in acqua, anche da fiumi, accumulandosi particolarmente in certe zone e costituendo il 60% dei detriti. Si calcola che nel solo Mediterraneo, ogni giorno finiscano in acqua ben 700 tonnellate di rifiuti plastici!

Molto insidiose le microplastiche, risultato della continua erosione da parte di acqua, vento  e radiazione solare. La più grande isola di plastica è la Pacific Trash Vortex, con una superficie comparabile a quella del Canada, nella zona centrale del Pacifico. Ce ne sono però almeno altre cinque, nel Nord e Sud di Pacifico e Atlantico, e nell’Oceano Indiano.

I frammenti di plastica possono essere inferiori ai 5 mm di diametro, scambiati per cibo da molti pesci e uccelli, e causa di morte. Soprattutto per soffocamento e ingestione, ma anche per intrappolamento e ferite. Secondo gli ultimi studi, sono attualmente 115 le specie marine a rischio, tra pesci, mammiferi, anfibi ed uccelli. In particolare ne hanno risentito le tartarughe di mare.

Che fare per difendere questo immenso partimonio vitale, vera esplosione immensa di biodiversità? Le Nazioni Unite hanno dedicato il decennio 2021-2030 alla Scienza degli Oceani per uno sviluppo sostenibile. Sono soprattutto tre i temi da affrontare e risolvere:

La pesca sostenibile, che, contro le logiche commerciali dello sfruttamento industriale, assicuri uno sfruttamento razionale e il ricambio naturale della fauna ittica, senza gravare troppo su certe specie vulnerabili e a rischio di estinzione.

La diminuzione graduale ma serrata dell’inquinamento, nelle sue varie tipologie. Non si dovrebbero più ripetere certi incidenti dovuti a fuoriuscite da petroliere e da piattaforme di estrazione di combustibile fossile. A monte, poi, si dovrebbe fronteggiare l’inquinamento civile, agricolo ed industriale, usufruendo di efficienti e diffusi depuratori.

L’abbandono dei combustibili fossili, carbone, petrolio e gas metano, che producono Anidride Carbonica. Questa, con altri gas prodotti da varie attività, sta producendo un crescente effetto serra, da cui il riscaldamento climatico. Bisognerebbe quindi ricorrere alle fonti energetiche pulite: vento, sole e le stesse  onde e correnti marine. Nel frattempo sono da ampliare e diffondere le aree protette.

In conclusione, gli oceani sono attualmente malati gravi, con riduzioni rilevanti di flora e fauna, ma, in tempi non brevi, possono essere salvati con un impegno sinergico e responsabile istituzionale da parte degli Stati e dalle persone stesse. La transizione ecologica resta l’obiettivo fondamentale da conseguire, al di là di certe logiche egoistiche commerciali.

La speranza futura è di non vedere barriere coralline perdere i loro bellissimi colori, sbiancandosi sempre di più, e poveri orsi polari in equilibrio precario sopra piccole lastre di ghiaccio.

Foto da Pinterest

Dante Iagrossi

LAUREATO IN FISICA, DOCENTE DI MATEMATICA E SCIENZE ALLE MEDIE, ORA IN PENSIONE, SI E' APPASSIONATO SOPRATTUTTO ALLA BIOLOGIA E PROBLEMATICHE AMBIENTALI. HA SCRITTO VARI ARTICOLI DIVULGATIVI, ALCUNI PUBBLICATI IN RETE, DOPO LA LETTURA DI SAGGI E RICERCHE SCIENTIFICHE.  IL RACCORDO TRA SCUOLA E RICERCA NON E' FACILE, MA SI PUO' TENTARE

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