• 3 Giugno 2022 14:44

SCIENZA & DINTORNI

Divulgazione storica e scientifica – DIRETTORE Fabiana Leoncavallo

Nelle società medievali del XII e XIII secolo esisteva una linea di demarcazione abbastanza netta tra le scuole di corte, dei nobili o dei borghesi da quelle monastiche ed episcopali. Le prime si contraddistinguevano per non avere un fine preciso, l’istruzione veniva conferita per fornire una cultura sufficiente ai rampolli nobiliari o ai figli della borghesia benestante, come elemento utile per meglio vivere in società.

Le scuole capitolari e monastiche invece preparano i giovani a esercitare diverse mansioni nella vita, sono per gente che nella Chiesa o nell’ambito della societas laicorum svolgerà compiti precisi, di carattere direttivo o esecutivo. Per questo l’istruzione che viene fornita si limita alle materie e ai contenuti necessari per espletare al meglio quelle mansioni.

Ma per chi, nelle città, non studiava quale era il percorso necessario per imparare un mestiere? Chi aveva la fortuna di avere un padre che possedeva una bottega era indubbiamente favorito, ma per coloro che avevano più figli, ed erano la maggioranza, c’era la necessità di avviarli verso mestieri e arti diverse dalle loro.

Nella scelta del posto di lavoro “giusto” le inclinazioni del figlio sono soltanto in parte tenute in considerazione, prevale l’esigenza di individuare il mestiere che può garantire un avvenire abbastanza sicuro anche in età avanzata. Si doveva quindi trovare un magister disposto ad assumere il giovane come discepolo, pattuire il compenso; stabilire vitto, vestiario e alloggio, poiché per tutto il tempo dell’apprendistato il garzone alloggerà in casa del magister.

Una volta trovato l’accordo questi viene stipulato di fronte ad un notaio e regolato da norme ben precise. La relazione che si crea tra magister e discepolo assume vagamente le caratteristiche di un rapporto feudale. «Se tu sei a fondaco o a bottega – recita una di queste norme – sì déi essere umile, leale, sollecito, fermo e onesto e ordinato e tutto il tuo podere metti per fare bene i fatti del tuo maestro…».

La durata dell’apprendistato era definita dagli Statuti delle arti, così come il “capolavoro“, ovvero il momento in cui il garzone poteva iscriversi alla corporazione e aprire anche lui una sua bottega. A questo punto il nuovo artigiano potrà concorre alle cariche della sua corporazione e ospiterà nella sua bottega altri giovani, perpetuando così il ciclo formativo delle città.

I lavoranti più poveri che non hanno i soldi sufficienti ad impiantare una loro bottega dovranno accontentarsi di lavorare come salariati nella bottega del magister che li aveva assunti come apprendisti o presso altri che abbiano bisogno di artigiani ormai formati per eseguire commesse di particolare complessità. Non potranno quindi iscriversi alle arti minori o maggiori, avranno un salario modesto e non diventeranno mai cives, e dunque non godranno mai dei diritti politici sia attivi che passivi.

Fonti:

Il medioevo giorno per giorno di A. Gatto

Natale Seremia

Appassionato da sempre di storia e scienza. Divoratore seriale di libri. Blogger di divulgazione scientifica e storica per diletto. Diversamente giovane. Detesto complottisti e fomentatori di fake news e come diceva il buon Albert: "Solo due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana, riguardo l’universo ho ancora dei dubbi."

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