• 3 Agosto 2022 20:35

SCIENZA & DINTORNI

Divulgazione storica e scientifica – DIRETTORE Fabiana Leoncavallo

In un campione di regolite lunare portato sulla Terra dalle missioni Apollo, i botanici sono riusciti a far germogliare delle piantine. Questo risultato apre le porte a colture lunari per sfamare i residenti delle future colonie

L’idea di sfruttare deserti ed altri ambienti ostili per far crescere delle colture, aumentando così la superficie sfruttabile per l’agricoltura, non è nuova. Sin dalla sua fondazione, Israele, ha finanziato studi e progetti per rendere fertile l’arido deserto del Negev, situato a sud del suo territorio, al confine l’Egitto. Programmi simili sono stati poi intrapresi da altri paesi con grosse superfici desertiche nel proprio territorio come: Arabia Saudita, Emirati Arabi, Pakistan e molti altri ancora.

Certo, questi sono progetti ambiziosi e di non facile realizzazione, ma operano su aree situate sulla superficie del nostro pianeta, quindi, in qualche modo, accessibili. Ben altra cosa è la coltivazione di derrate alimentari su di un altro corpo celeste come la Luna, completamente sterile ed inabitabile.

Deserto del Negev in Israele

La Luna è il satellite naturale della Terra ed è il corpo celeste più vicino in assoluto, ma la parte semplice del discorso finisce qui. È priva di atmosfera e acqua allo stato liquido mentre la temperatura varia da 107 C° di giorno ai -144 C° di notte. La sua superficie è ricoperta da uno strato di simil-terriccio composto da metalli, silicati e minerali vari che l’astronauta Buzz Aldrin (il secondo uomo ad averci camminato) ha definito come: “polvere simile al borotalco”     

Queste premesse rendono eccezionale la recente notizia che un’equipe di scienziati e botanici per la prima volta, abbia coltivato con successo piante utilizzando il suolo lunare raccolto dalle missioni Apollo sulla Luna degli anni ’60 e ’70.

Rob Ferl, professore di scienze dell’orticoltura presso l’Università della Florida, ha recentemente pubblicato un articolo sulla rivista Communication Biology che descrive l’esperimento in elaborazione per più di 10 anni, ma realizzato solo l’anno scorso. “Una cosa del genere richiede un sacco di pianificazione”, dice, “perché il suolo lunare è una risorsa limitata e una volta esaurito, è difficile da trovare. Il team aveva solo l’equivalente di pochi cucchiaini da tè con cui lavorare in una pentola delle dimensioni di un ditale.”

Per prima cosa, al fine di non sprecare il prezioso suolo lunare, afferma Ferl, gli scienziati hanno svolto l’esperimento andando a prelevare suolo terrestre, il più simile possibile alla regolite lunare. I campioni migliori provenivano da crateri e terreni vulcanici, ma anche da un composto sintetico prodotto industrialmente chiamato JSC1A, atto proprio a simulare il terreno della Luna.

In secondo luogo, è stato selezionato l’ambiente di coltura delle piante. Ovviamente, la mancanza di atmosfera, rende impraticabile la coltivazione all’aperto, ma questo non è stato un grande problema. La coltivazione indoor attraverso serre o impianti idroponici è una prassi consolidata anche qui sulla Terra. Quindi, le future coltivazioni lunari, saranno in ambiente di laboratorio simile a serre.

Nella fase finale dell’esperimento, sono stati piantati due gruppi di semi in diversi terreni: uno nel suolo lunare e l’altro su suolo di origine terrestre. Per lo svolgimento dell’esperimento è stata selezionata la pianta Arabidopsis, piccola pianta infestante di origine eurasiatica il cui genoma è stato completamente mappato. Ciò ha reso più facile studiare le eventuali variazioni generiche nei due gruppi come parte dell’esperimento.

Sebbene il suolo di origine terrestre fosse stato selezionato per essere il più simile possibile a quello lunare, esso è risultato comunque molto più favorevole alla crescita delle piante. Miliardi di anni di esposizione a venti solari e raggi cosmici hanno reso la regolite lunare non certo ottimale per la coltivazione. “Le piante coltivate dal suolo lunare tendevano ad essere più piccole e contenevano pigmenti violacei che erano indicazioni di stress. Esprimevano anche i geni tipici delle piante coltivate in condizioni marginali come suoli salati e suoli ad alto contenuto di metalli“, afferma Ferl.

Tuttavia, le piante sono cresciute e questo è un grande risultato. Clive Neal, un ricercatore della Notre Dame University specializzato nell’ esplorazione lunare, concorda: “È stato un eccellente primo esperimento per testare la validità dell’uso della regolite lunare ma saranno necessari molti altri campioni di regolite, ognuno con un diverso grado di maturazione (La maturità del suolo lunare si basa sulla sua esposizione ai venti solari e ad altri aspetti inospitali della superficie lunare) per poter continuare le sperimentazioni in attesa di un’applicazione diretta sulla Luna.”

Nella foto soprastante, uno dei campioni dell’esperimento. Si notino le piante coltivate con terreno terrestre (sinistra) e quelle coltivate con regolite lunare vera e propria (destra)

Anche se questa ricerca è solo agli inizi, Ferl si dice entusiasta: “Si tratta di capire come le piante possono essere un sistema di supporto su altri pianeti, proprio come lo sono sulla Terra. Di capire quali sono i limiti della nostra biologia collettiva di vivere da qualche altra parte nel sistema solare” 

Ma c’è anche una prospettiva più pratica: Ferl e il suo team vogliono capire come produrre abbastanza cibo da permettere agli umani di rimanere sulla Luna e su Marte per periodi di tempo maggiori dipendendo il meno possibile dalle scorte inviate da Terra. In pratica coltivare invece che portarsi dietro scorte di cibo. Esattamente come hanno sempre fatto i coloni nel corso della storia.

Fonte: https://astronomy.com/news/2022/05/scientists-have-grown-plants-in-genuine-lunar-soil

Luca Garbin

Laurea magistrale in economia e finanze internazionale, per anni ho lavorato nel settore assicurativo, coltivando in parallelo la passione per le scienze naturali e sociali oltre che per la scrittura. Nei miei articoli cerco di far avvicinare i neofiti agli argomenti  ed intrigare gli esperti, coadiuvando uno stimolante accrescimento personale

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