• 26 Giugno 2022 20:40

SCIENZA & DINTORNI

Divulgazione storica e scientifica – DIRETTORE Fabiana Leoncavallo

L’urbanizzazione del mondo sarà una delle cause del crollo della civiltà umana?

La città è l’habitat più lontano dalla natura, in altri termini gli insediamenti urbani grandi e piccoli sono i luoghi dell’uomo dove la natura ha una presenza quasi irrilevante. Paradossalmente è proprio il fatto che si tratti di un ambiente creato dagli uomini per gli uomini, che potrebbe in un futuro non lontanissimo mettere in discussione la stessa sopravvivenza della razza umana.

Nel corso della sua millenaria storia l’uomo non ha fatto altro che esplorare, espandersi, cercare altri territori dove vivere e prosperare. Non è più così, da meno di un secolo, oggi l’uomo occupa soltanto una minima parte del pianeta. Nel 2050 si stima che il 70% della popolazione umana (che dovrebbe attestarsi tra i 9,5 e i 10 miliardi di individui) vivrà all’interno di centri urbani, molti dei quali saranno composti da molti milioni di persone.

Si tratta di un fenomeno che si è sviluppato con una velocità straordinaria, nel 1950 (circa 70 anni fa) più di due terzi della popolazione mondiale viveva nelle aree rurali. In sette decenni la situazione si è già ribaltata e nel 2030 dovrebbe avvenire il sorpasso, tra otto anni, la popolazione mondiale che vivrà nelle città supererà per la prima volta la popolazione che vive nelle campagne. Ci saranno ovviamente delle disomogeneità in questo scenario, con gli abitanti dell’Africa ancora prevalentemente dislocati nelle aree rurali, mentre nei due continenti americani (Nord e Sud America) già oggi oltre l’80% della popolazione vive nelle città.

In Italia la percentuale di abitanti delle aree urbane è pari al 71%, in Germania è intorno al 75%, mentre in Francia, Spagna e Gran Bretagna supera ampiamente l’80%. Questa urbanizzazione incontrollata e apparentemente incontrollabile mette in evidenza alcuni stridenti paradossi, le città non producono le risorse alimentari ed energetiche necessarie al loro mantenimento. Se escludiamo l’inospitale Antartide, le città occupano soltanto il 2,7% delle terre emerse del pianeta.

L’uomo in poche decine di anni si è trasformato da conquistatore di terre (e perfino del proprio satellite naturale) in un individuo la cui aspirazione è quella di costruire città sempre più grandi e funzionali al nuovo modo di “abitare” questo pianeta. Eppure il dilagare dell’urbanizzazione crea sempre più fattori di rischio per la nostra specie. È molto più facile, infatti, che qualche cambiamento incompatibile con la sua sopravvivenza accada a livello locale, piuttosto che a livello globale. Quindi sarebbe nostro interesse abbandonare il concetto di città e metropoli per vivere all’interno di comunità molto più piccole, distribuite nei grandi spazi che la Terra ci offre e da cui invece facciamo di tutto per fuggire.

A questa tendenza che riguarda l’habitat dell’uomo si associa un cambiamento ancora più profondo che riguarda la stragrande maggioranza della popolazione mondiale. L’uomo è diventato una creatura “specialistica“. L’abitante medio di una città sa eseguire più o meno bene soltanto una serie minima di attività, ma in caso di gravi calamità non saprebbe coltivare un campo, cacciare una preda, farsi un vestito, costruirsi una capanna, etc.

E in natura le specie che sviluppano capacità “specialistiche” hanno minori possibilità di sopravvivere in caso di gravi crisi. L’uomo moderno sembra in grado di prosperare soltanto all’interno delle città, meglio se grandi. Se analizziamo la realtà con la lente distorta dell’economia, del reddito e della produttività le città rappresentano apparentemente l’habitat ideale. Nel 2008, in un’indagine riguardante 181 paesi, un aumento del 10% di urbanizzazione era associato a un aumento del 61% del PIL pro capite.

Lo stesso incremento demografico che dopo secoli di relativa stabilità si è impennato vertiginosamente intorno dai primi anni del XIX secolo è dovuto oltre che alla rivoluzione industriale anche al processo di urbanizzazione delle popolazione mondiale. In soli 200 anni, la popolazione mondiale è cresciuta vertiginosamente, fino a raggiungere i 7 miliardi di persone. Se il tasso di crescita continuerà allo stesso ritmo, 11 miliardi di persone vivranno sul pianeta al volgere alla fine di questo secolo.

Fin qui i “vantaggi” della crescente urbanizzazione, ma i rischi sono sempre più grandi e potenzialmente molto più distruttivi. Le città esigono una sempre più grande quota di risorse ed energia. Senza un continuo apporto di petrolio, gas, acqua potabile, legno, alluminio, ferro, rame, litio, tungsteno, fosforo, potassio, etc. le nostre città non possono sopravvivere. Inoltre il riscaldamento globale che minaccia l’intero pianeta ha proprio nelle città la sua “sorgente” principale.

Attualmente circa il 70% del consumo globale di energia e oltre il 75% del consumo mondiale di risorse naturali sono a carico delle città, le quali producono il 75% delle emissioni di carbonio e il 70% dei rifiuti. Per comprendere la “voracità” delle città è possibile, con alcuni distinguo, prendere in esame il concetto di impronta ecologica. Si tratta di un indicatore complesso utilizzato per valutare il consumo umano di risorse naturali rispetto alla capacità della Terra di rigenerarle.

Se prendiamo in esame gli abitanti di Londra (circa 9 milioni) per l’impronta ecologica di un londinese pari a 5,4 ettari otteniamo che l’impronta ecologica della città di Londra, ossia la superficie di cui necessita per i suoi bisogni, è pari a 486.000 chilometri quadrati. Si tratta di una quantità di terra più o meno pari al doppio dell’intera superficie della Gran Bretagna. È quindi evidente che per sopravvivere le città devono saccheggiare le risorse di enormi fette di territori e persino delle stesse città dei paesi più poveri.

Questo “vampirismo” però non può perpetuarsi ancora a lungo, perché un pianeta finito non possiede risorse infinite. Tra i rischi che l’eccessiva urbanizzazione mette in campo quelli sanitari non sono certamente di poco conto. Non soltanto curare adeguatamente gli individui di una metropoli di diversi milioni di abitanti è tutt’altro che impresa facile, ma l’agglomerarsi di milioni di individui in uno spazio relativamente piccolo è purtroppo la condizione ottimale per la diffusione di epidemie e pandemie.

I grandi agglomerati urbani del mondo che riportiamo in questa tabella non potranno crescere ancora pena il rischio di una disintegrazione del tessuto socioeconomico delle stesse città.

Tokyo39.105.000 ab.9.630.000 ab.8.231 Km²AsiaGiappone
Giacarta35.362.000 ab.10.562.000 ab.3.541 Km²AsiaIndonesia
Delhi31.870.000 ab.11.035.000 ab.2.233 Km²AsiaIndia
Manila23.971.000 ab.1.780.000 ab.1.873 Km²AsiaFilippine
São Paulo22.495.000 ab.12.214.000 ab.3.237 Km²SudamericaBrasile
Seoul22.394.000 ab.10.011.000 ab.2.769 Km²AsiaCorea del Sud
Mumbai22.186.000 ab.12.442.000 ab.1.008 Km²AsiaIndia
Shanghai22.118.000 ab.22.118.000 ab.4.069 Km²AsiaCina
Città del Messico21.505.000 ab.8.844.000 ab.2.385 Km²NordamericaMessico
Guangzhou21.489.000 ab.12.874.000 ab.4.341 Km²AsiaCina
New York20.902.000 ab.8.253.000 ab.12.093 Km²NordamericaStati Uniti
Il Cairo19.787.000 ab.9.513.000 ab.2.010 Km²AfricaEgitto
Pechino19.437.000 ab.19.437.000 ab.4.172 Km²AsiaCina
Calcutta18.698.000 ab.4.497.000 ab.1.352 Km²AsiaIndia
Mosca17.693.000 ab.12.456.000 ab.5.879 Km²EuropaRussia
Bangkok17.573.000 ab.5.588.000 ab.3.199 Km²AsiaThailandia
Dacca16.839.000 ab.6.970.000 ab.456 Km²AsiaBangladesh
La seconda colonna indica gli abitanti del conglomerato urbano, la terza gli abitanti soltanto della città principale.

Ripensare il concetto stesso di città, arrestare lo sviluppo ulteriore delle metropoli, favorire una de-urbanizzazione pianificata, modificare gli stili di vita e di alimentazione della popolazione mondiale sono certamente obiettivi da far tremare i polsi e richiederanno tempo, ma una cosa è certa questo modello di sviluppo non funziona più e il XXII secolo, se non faremo qualcosa, potrebbe aprirsi su scenari degni dei peggiori film catastrofici di Hollywood.

Fonti:

alcune voci di Wikipedia

Il Sole24 ore

globalgeografia.com

La pianta del mondo di S. Mancuso

Natale Seremia

Appassionato da sempre di storia e scienza. Divoratore seriale di libri. Blogger di divulgazione scientifica e storica per diletto. Diversamente giovane. Detesto complottisti e fomentatori di fake news e come diceva il buon Albert: "Solo due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana, riguardo l’universo ho ancora dei dubbi."

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