• 14 Giugno 2022 11:01

SCIENZA & DINTORNI

Divulgazione storica e scientifica – DIRETTORE Fabiana Leoncavallo

Vita e morte del capitano degli Alpini Giuseppe Garrone

Giuseppe Garrone era nato a Vercelli, il 10 dicembre 1886 terzogenito del matematico Luigi Garrone e della moglie Maria Ciaudano. Si laureò in Giurisprudenza a Torino con una tesi sulle Servitù irregolari nel diritto romano e nel diritto odierno. Fin da giovane, insieme al fratello Enrico si appassionò all’alpinismo, risultando tra i fondatori della Sezione Universitaria del Club Alpino Italiano.

Come primo classificato nel 1908 vinse il concorso per magistrato e dopo alcuni anni ottenne di essere trasferito alla Pretura di Morgex in Valle d’Aosta, per poter praticare con continuità la sua passione per l’alpinismo. La vita breve e sfortunata di Garrone è particolarmente interessante perché l’uomo in se racchiudeva sia la tempra dell’uomo d’azione, che quello di un giudice poco incline a subire le convenzioni e la mentalità di un’epoca, durante la quale la giustizia militare fu usata spessa con obiettivi quasi “terroristici” verso i soldati italiani, prevalentemente di estrazione contadina, impegnati nella Grande Guerra.

Alla fine del 1913, dopo che la Libia era diventata italiana, andò a fare il giudice al tribunale di Tripoli. Dall’Africa settentrionale inviava numerose lettere alla famiglia, elogiando da un lato una città incantevole e dal «clima delizioso», e lamentandosi al contempo per un tribunale con colleghi che «perdono un gran tempo a dire che c’è molto lavoro e a darsi delle grandi arie tra questi beduini, arabi e ebrei». In Libia combatté con la guarnigione contro gli arabi a Tarhuna e venne ferito per due volte. Rientrò in Italia, nominato sottotenente del 1º Reggimento alpini nel battaglione Mondovì.

 Nell’autunno 1917 fu nominato capitano e assunse il comando della 69ª compagnia del battaglione Gemona dell’8º Reggimento alpini. Il 12 settembre 1917, ad un mese dal disastro di Caporetto, Garrone fu mandato davanti alla Corte Marziale per, usando le sue stesse parole, essersi rifiutato di “fare il boia….di accoppare un soldato“. Si era rifiutato in altri termini di fucilare sul posto un suo subordinato in ottemperanza alla crudele disciplina che Cadorna e i suoi generali predicavano dall’inizio della guerra.

Assolto, scrisse al padre sdrammatizzando l’episodio: “Il mio guaietto è finito bene, nel senso che non mi si è dato nemmeno un giorno di arresti… La colpa che mi si faceva era di essermi limitato a denunziare un mio alpino (i pugni e i calci erano un contorno di troppo poca importanza) e di non averlo senz’altro freddato con la mia rivoltella“.

Garrone che pure era un uomo ardimentoso e intimamente convinto che la guerra in atto doveva essere l’inevitabile conclusione del Risorgimento italiano era consapevole che nell’esercito italiano si fucilava troppo e spesso a sproposito, con il solo intento di ingenerare il terrore nella massa dei soldati.

Mi sono difeso con energia, pur conoscendo la mentalità di certi ambienti dove non si sente che l’io avrei fatto e l’io avrei detto. Da un generale mi si è persin rinfacciata – non so con quale e quanto buon gusto – la mia qualità di giudice!

Nove giorni dopo, quando ormai aveva dimenticato l’intera faccenda, il capitano Garrone si vide “arrivare tra capo e collo dieci giorni di arresti di rigore e dieci di arresti semplici, con motivazione tale che non so se debbo sentire o più sprezzo o più compassione per chi l’ha proposta e formulata”. Questo episodio condurrà a un ripensamento globale sulla giustizia militare che Garrone prese a considerare soltanto come una dispensatrice di pene e castighi.

La profonda delusione per il sistema giudiziario militare indusse Garrone a farsi revocare la nomina di giudice in un tribunale militare per farsi inviare al fronte con l’inseparabile fratello Enrico. Il 20 ottobre, quattro giorni prima di Caporetto, scriverà ai suoi cari che preferiva rimanere tra i giudicabili, piuttosto che ricoprire il ruolo troppo screditato di giudice.

Durante lo sfondamento di Caporetto il suo reparto riuscì ad uscire dall’accerchiamento nel quale si trovava a prezzo di durissimi combattimenti e ripiegare sul fronte del Piave. Il 14 Dicembre, durante i combattimenti per la difesa delle posizioni, resistè con vigore ai reiterati attacchi nonché ai tiri di mitragliatrici e cannoni. Dopo dura lotta, gravemente ferito, durante il trasporto al posto di medicazione, fu travolto dallo scoppio di una granata. Morì assistito dal fratello Eugenio che sebbene ferito non volle abbandonarlo. Il suo corpo fu disperso nelle successive fasi della battaglia.

Enrico, a sua volta ferito, venne catturato dagli austriaci e morì qualche giorno dopo in un ospedale a Salisburgo. Si compiva così la vita breve e tumultuosa di due fratelli, di temperamento diversi, più incline all’azione Giuseppe, più meditativo Enrico, entrambi divorati dal quell’orrida carneficina che fu la Prima Guerra Mondiale.

Fonti:

alcune voci di Wikipedia

Caporetto di A. Barbero

vecio.it

Natale Seremia

Appassionato da sempre di storia e scienza. Divoratore seriale di libri. Blogger di divulgazione scientifica e storica per diletto. Diversamente giovane. Detesto complottisti e fomentatori di fake news e come diceva il buon Albert: "Solo due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana, riguardo l’universo ho ancora dei dubbi."

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