• 27 Giugno 2022 15:22

SCIENZA & DINTORNI

Divulgazione storica e scientifica – DIRETTORE Fabiana Leoncavallo

Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero perché lì è nata la nostra costituzione. (Pietro Calamandrei)

La liberazione di Napoli

Napoli fu la prima grande città europea a sollevarsi contro le forze di occupazione tedesca. Tutto avvenne in quattro drammatiche giornate tra il 27 ed il 30 settembre 1943. La tensione in città era già alta a poche ore dall’armistizio di Cassibile con il quale l’Italia si arrendeva agli Alleati.

Il 9 settembre in via Foria un gruppo di soldati italiani cattura un autoblindo tedesco facendo venti prigionieri. I militari italiani pensavano di aver compiuto un atto lodevole di resistenza di fronte al nuovo nemico. Il comando militare italiano invece li arresta e li conduce alla caserma Bianchini e ordina il rilascio dei prigionieri tedeschi.

Il 10 settembre 1943, tra piazza del Plebiscito e i giardini del Molosiglio, avvenne il primo scontro cruento, con i militari italiani ed alcuni cittadini napoletani che riuscirono ad impedire il transito di alcuni automezzi tedeschi; nei combattimenti morirono 3 marinai e 3 soldati tedeschi. La rappresaglia per gli scontri di piazza del Plebiscito non tardò ad arrivare: i tedeschi, infatti, appiccarono un incendio alla Biblioteca Nazionale e aprirono il fuoco sulla folla intervenuta.

Il caos è alle stelle. Non si sa chi comandi, né cosa fare. Un aiuto a chiarire le cose, sia pure in modo drammatico, lo darà il comandante della guarnigione tedesca, il colonnello Walter Scholl. Questi proclamerà il coprifuoco e lo stato d’assedio attraverso un avviso che fece affiggere in tutta la città.

Isolati e sporadici però gli episodi di resistenza non cessarono mentre i tedeschi rispondevano con esecuzioni sommarie, rastrellamenti e saccheggi. Scholl che impersonava l’archetipo dell’ufficiale ottuso e nazista ordinò il 22 settembre l’evacuazione della fascia costiera della città per una profondità di 300 metri.

In poche ore circa 240.000 cittadini furono costretti ad abbandonare le proprie case per consentire la creazione di una zona militare di sicurezza” che sembrava preludere alla distruzione del porto.

Quasi contemporaneamente, un manifesto del prefetto fascista intimava la chiamata al servizio di lavoro obbligatorio per tutti i maschi di età compresa fra i diciotto e i trentatré anni, in pratica una deportazione forzata nei campi di lavoro in Germania. Nonostante la minaccia di essere passati per le armi per coloro che si sarebbero sottratti, sui circa 30.000 destinatari  poco più di un centinaio di napoletani si presentarono.

La goccia che farà traboccare il vaso dell’esasperazione di Napoli però avviene il 27 settembre quando i tedeschi rastrellano ben 8000 persone. Alcune centinaia di persone che si erano armate saccheggiando dei depositi di armi, sostenute da alcuni reparti di “badogliani” diede il via ad una vera e propria guerriglia urbana contro le forze di occupazione.

Queste forze spontanee e raccogliticce, prive di qualunque collegamento con la Resistenza, espressioni di tutte le classi sociali liberarono le persone destinate alla deportazione e costrinsero il colonnello Scholl dopo quattro giorni di furiose imboscate e combattimenti a trattare nonostante la netta supremazia in uomini e mezzi.

La sua controparte fu un giovane tenente del Regio Esercito, Enzo Stimolo che si era particolarmente distinto in quelle drammatiche quattro giornate. Il 29 settembre presso il quartier generale tedesco in corso Vittorio Emanuele (tra l’altro ripetutamente attaccato dagli insorti) avvenne la trattativa tra il Colonnello Walter Scholl ed Enzo Stimolo per la riconsegna dei prigionieri del Campo Sportivo del Littorio; Walter Scholl ottenne di aver libero il passaggio per uscire da Napoli, in cambio del rilascio degli ostaggi che ancora erano prigionieri al campo sportivo. Per la prima volta in Europa i tedeschi trattavano alla pari con degli insorti.

La ritirata tedesca del 30 settembre non fu però indolore. Per tutta la giornata proseguirono combattimenti e distruzioni, i tedeschi in rotta lasciarono dietro di loro incendi e stragi; clamoroso fu il caso dei fondi dell’Archivio di Stato di Napoli, che furono dati alle fiamme per ritorsione nella villa Montesano di San Paolo Belsito, dove erano stati nascosti, con incalcolabili danni al patrimonio storico e artistico.

Il bilancio delle vittime delle quattro giornate di Napoli è tutt’ora controverso si oscilla dalle 155 vittime per la Commissione ministeriale per il riconoscimento partigiano alle oltre 560 dei registri del Cimitero di Poggioreale.

Il 1 ottobre alle 9.30 del mattino i primi carri armati Alleati entrarono in città, mentre alla fine della stessa giornata, il comando tedesco in Italia, per bocca del feldmaresciallo Albert Kesselring, considerò conclusa la ritirata con successo.

Napoli fu insignita della medaglia d’oro al Valor Militare per l’eroismo dimostrato dalla popolazione nelle quattro giornate che portarono alla sua liberazione dal giogo nazi-fascista.

La liberazione di Roma

Il 4 giugno 1944 gli Alleati entrarono nella Città Eterna. Una fila interminabile di carri armati della Quinta Armata puntò verso il Tritone e poi verso Piazza di Spagna, tra ali di folla entusiasta che festeggiava i liberatori, soprattutto gli americani. Quella notte migliaia di romani eccitati per l’evento tanto atteso tirarono tardi per le strade, l’incubo dell’occupazione tedesca era finito.


Il feldmaresciallo Kesserling aveva rinunciato ad affrontare gli uomini di Clark per le strade di Roma e mise in atto un ripiegamento delle sue forze sulla linea gotica per evitare un aggiramento, abbandonando così Roma, che l’Italia aveva proclamato da tempo città aperta, ma che i tedeschi avevano continuato ad usare come sede di comandi e di truppe nonché come nodo di comunicazioni e trasporti.


Il 5 giugno le forze alleate continuarono a penetrare nella capitale italiana, improvvisando delle vere e proprie parate, freddi e scostanti inglesi e francesi, divertiti ed un po’ stupiti dall’accoglienza gli americani che di fatto incamerarono gran parte dei favori popolari, tanto che, un po’ perfidamente il giorno dopo, il giornale La Patrie, foglio delle truppe francesi, scriveva: “Des vivats pour des cigarettes!” (degli evviva per delle sigarette).


Quel giorno una folla imponente si assiepò a San Pietro per festeggiare con il Papa l’avvenuta liberazione riconoscendo un ruolo (storicamente anche eccessivo) al Sommo Pontefice nelle ultime vicende.
Lo stesso giorno, il 5 giugno, la Gazzetta Ufficiale, portava l’atto di abdicazione di Vittorio Emanuele III a favore del figlio Umberto, che raggiunse suo malgrado un desolato e buio Quirinale. Il vecchio re aveva dovuto passare la mano e lo aveva fatto malvolentieri, relegato a Villa Roseberry, duramente osteggiato sia dagli Alleati che dal Comitato di Liberazione Nazionale.


Umberto si sentiva inadeguato e non era abituato a fare scelte che contrariavano l’anziano sovrano, ogni volta che poteva si allontanava dal Quirinale, che soprattutto di notte, illuminato da candele era davvero un posto tetro, quasi come l’umore del Luogotenente del Regno.
Intanto l’incontro tra i comandanti militari alleati ed il CLN mise in chiaro subito che la resistenza chiedeva che i rappresentanti della risorta classe politica libera e democratica prendessero in mano direttamente l’amministrazione della città e della parte del Paese già liberata.


Il giorno 8 giugno arrivò, trasportato dagli alleati, il governo Badoglio e lo stesso giorno si incontrò con i rappresentanti del CLN. L’incontro si svolse in una sala del Grand Hotel requisita dalle forze alleate, alla presenza del generale americano Mc Farlane, si sedettero intorno al tavolo Badoglio, Togliatti, Bonomi, De Gasperi, La Malfa, Scoccimarro, Casati e Nenni.


La discussione prese subito una piega inaspettata con la perentoria richiesta del CLN di un nuovo esecutivo che nascesse da una limpida e chiara ispirazione antifascista. Preso in contropiede Badoglio disse che doveva condividere la novità con il Luogotenente ed abbandonò provvisoriamente la riunione.
La discussione tra Umberto e Badoglio durò quasi tre ore, man mano emerse la consapevolezza che l’idea di un semplice rimpasto governativo che rafforzasse l’autorità del dicastero Badoglio era impraticabile.

Il CLN esigeva un taglio netto con il passato fascista cosa che sia per le modalità di costituzione che per il passato di molti suoi membri il governo Badoglio non poteva garantire.
Amareggiato il vecchio maresciallo torna al Grand Hotel, recando la disponibilità del Luogotenente per la formazione di un nuovo governo. Il CLN impose il nome di Bonomi come capo dell’Esecutivo. Ugo La Malfa scrisse nelle memorie di quella memorabile giornata che se la risposta del Luogotenente fosse stata più ferma, probabilmente il CLN si sarebbe spaccato, ma altri smentirono questa interpretazione dell’esponente repubblicano.


Bonomi chiese un po’ di tempo per formare il nuovo governo, ma pressato dai comandi militari alleati, due giorni dopo consegnò la lista dei ministri. Mc Farlane in un’altra riunione al Grand Hotel approvò la lista dei ministri e comunicò che il neo governo si sarebbe dovuto trasferire per qualche tempo a Salerno, perché Roma rimaneva ancora zona di guerra.


Quasi tutti i ministri trovarono alloggio in una villa privata nei dintorni di Vietri, davanti avevano un compito improbo, quasi impossibile, far risorgere un paese ancora diviso e dilaniato dalla guerra, profondamente impoverito e devastato.
La figlia di De Gasperi ricordava uno dei pranzi di quei giorni, nei quali servendo delle polpette un cameriere sussurrava: “Una sola mi raccomando, Eccellenza.”


Nel frattempo la vita a Roma, finito l’entusiasmo iniziale per la liberazione, procedeva difficile nella cronica penuria di cibo, benzina e degli oggetti di prima necessità. La consegna delle armi agli alleati procedeva a rilento ed il coprifuoco non era rispettato dai romani, tanto che il capo della Polizia Militare alleata, un certo Pollock ebbe l’idea di far tappezzare la città da migliaia di grandi manifesti con la scritta “La legge è in vigore. Rispettatela!”
Neanche a dirlo l’invito fu accolto dall’ironia dei romani che si guardarono bene da rispondere positivamente a questo invito. Qualcuno rispose con una scritta su un muro, divenuta celebre, ancorché inquietante, “Aridatece er’ Puzzone!”.

Natale Seremia

Appassionato da sempre di storia e scienza. Divoratore seriale di libri. Blogger di divulgazione scientifica e storica per diletto. Diversamente giovane. Detesto complottisti e fomentatori di fake news e come diceva il buon Albert: "Solo due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana, riguardo l’universo ho ancora dei dubbi."

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