• 16 Maggio 2022 6:48

SCIENZA & DINTORNI

Divulgazione storica e scientifica – DIRETTORE Fabiana Leoncavallo

Alle ore 1:23:45 UTC+4 del 26 aprile 1986, dal reattore nº 4 di Černobyl’ si sprigionarono due esplosioni a distanza di pochi secondi l’una dall’altra. La prima fu una liberazione di vapore surriscaldato ad altissima pressione che sparò in aria il pesante disco di copertura – in seguito soprannominato ‘Elena‘, pesante oltre 1 000 tonnellate – che sigillava il cilindro ermetico contenente il nocciolo del reattore.

Il disco ricadde verticalmente sull’apertura, lasciando il reattore scoperto. Si ritiene che gran parte del nocciolo, forse l’80%, sia stato frantumato ed espulso dal recipiente in questa esplosione. Pochi secondi dopo il grande volume di idrogeno e polvere di grafite ad altissima temperatura liberati dal nocciolo, a contatto con l’aria produssero una seconda esplosione, più potente, che distrusse la copertura dell’edificio. Seguì un violento incendio della grafite contenuta nel nocciolo, che appiccò vari focolai anche alle coperture bituminose degli edifici contigui.

L’incendio per alcune ore disperse nell’atmosfera un’enorme quantità di isotopi radioattivi, i prodotti di reazione fissili contenuti all’interno. Fu il primo incidente nucleare classificato come livello 7, il massimo livello della scala INES degli incidenti nucleari. Il secondo è quello della centrale nucleare di Fukushima, avvenuto l’11 marzo del 2011. Le vittime dirette accertate della catastrofe di Černobyl’ furono 57 ma le persone che morirono negli anni seguenti a causa di patologie innescate da una forte esposizione alle radiazioni furono migliaia.

A quasi 40 anni da questa catastrofe, ancora oggi constatiamo le conseguenze di quella tragedia come testimoniano i recentissimi avvenimenti occorsi intorno all’ex centrale sovietica durante il conflitto che contrappone Russia e Ucraina. E’ stato stimato che nelle prime settimane dopo l’incidente, tra il 60 e il 70% degli isotopi radioattivi rilasciati nell’aria si depositarono sulle piante delle foreste circostanti. Una parte importante di queste foreste, formate essenzialmente da pino silvestre morì immediatamente, virando il proprio colore in rosso e dando vita al fenomeno conosciuto dopo di allora come “foresta rossa”.

Straordinariamente però, superato il primo impatto con la tempesta di radiazioni scatenata dal disastro, le piante trovarono il modo di sopravvivere, adattandosi a condizioni ritenute proibitive per l’esistenza della vita. Quello che è accaduto nella cosiddetta “zona rossa“, l’area nel raggio di 30 km dalla centrale, interdetta a qualunque attività umana, è semplicemente incredibile.

Adesso questo spazio inaccessibile all’uomo è uno degli habitat con maggiore biodiversità di tutta l’area dell’ex Unione Sovietica. Nonostante le radiazioni, animali e piante sono tornati in grande numero. Oggi nella zona rossa sono presenti si possono trovare linci, procioni, caprioli, lupi, cavalli di Przewalski, uccelli di varie specie, alci, volpi rosse, tassi, donnole, lepri, scoiattoli e persino l’orso bruno, che era scomparso da oltre un secolo.

Le piante se possibile hanno fatto molto meglio degli animali. La città di Pripyat, inclusa nell’area di alienazione, sorgeva a tre chilometri dal reattore esploso. Era una cittadina di 50.000 abitanti dove praticamente vivevano con le loro famiglie tutti coloro che lavoravano nell’impianto nucleare. Trenta anni dopo il disastro la città è stata letteralmente sommersa dalle piante che hanno riconquistato ogni spazio di questa ghost town. Pioppi sui tetti degli edifici, betulle nei terrazzi dei palazzi, l’asfalto divelto dai cespugli, enormi strade a sei corsie trasformate in un enorme tappeto verde.

Questa esplosione di verde ha indotto alcuni scienziati ad effettuare degli esperimenti per cercare di comprendere il legame tra questa impetuosa offensiva della natura e la radioattività ambientale. Nel 2009 alcuni ricercatori slovacchi, seminarono nella città di Pripyat una certa quantità di soia e ne mise a confronto la crescita e le performance produttive con quelle di un equivalente gruppo di piante coltivate ad oltre 100 km dall’area contaminata.

La soia coltivata nella città fantasma cresceva molto di più consumando molta meno acqua. Secondo i ricercatori questo risultato dipendeva dalla presenza nella soia di alcune proteine che proteggevano la pianta dalle radiazioni. Una delle qualità più incredibili delle piante è quella di assorbire radionuclidi, sottraendoli all’ambiente. Quest’opera di “pulizia dell’ambiente” avviene attraverso una tecnica chiamata fitorimediazione. Sebbene si tratti di un processo molto lento questa tecnica è l’unica che garantisca la decontaminazione di terreni permeati da radionuclidi.

Altre tecniche richiedono lo spostamento della terra contaminata con la conseguente nuova dispersione del pulviscolo radioattivo nell’atmosfera. Invece con la fitorimeditazione le piante assorbono il materiale radioattivo immagazzinandolo dentro di se. Questa condizione però presenta dei rischi in caso, ad esempio, di eventuali incendi che divampassero nelle foreste. Il materiale radioattivo accumulatosi nelle piante nel corso di questi decenni verrebbe immediatamente rilasciato nell’atmosfera con conseguenze molto serie.

Ci sono altri, ancora più straordinari esempi della resilienza delle piante, uno di questi è rappresentato dagli Hibakujumoku in Giappone. Gli Hibakujumoku sono le piante sopravvissute alle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki. Chi ha visitato Hiroshima può essersi imbattuto in una serie di piante come un ginkgo (Ginkgo biloba), un pino nero giapponese (Pinus thunbergii) e un muku (Aphananthe aspera), che pur presentando segni diversi dell’inaudita esplosione sono scampati all’inferno nucleare.

Su ognuna di queste piante, un cartellino oltre ad indicare nome e specie e ricordare che si tratta di una pianta sopravvissuta alla bomba, indica la distanza esatta dall’epicentro dell’esplosione. Si va dai 1370 metri di distanza ai 400 metri di un salice piangente, le cui radici sopravvissute all’olocausto nucleare avevano fatto ricrescere la pianta. Quel giorno, il 6 agosto 1945 la temperatura al suolo dopo l’esplosione superava i 4000° e probabilmente non era molto lontana da sfiorare i 6000°.

Questa indomabile resilienza alle condizione più avverse fa immaginare che se l’uomo continuerà il suo processo auto distruttivo, ignorando le conseguenze dei cambiamenti climatici, o peggio innescando, l’ultimo e definitivo conflitto, quello nucleare, la civiltà umana sarà spazzata via, mentre le piante, o almeno molte specie della marea verde, lentamente, caparbiamente riprenderanno possesso del pianeta che gli appartiene di diritto.

n.b. nella foto la foresta rossa di Chernobil’

Fonti:

alcune voci di Wikipedia

L’incredibile viaggio delle piante di S. Mancuso

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Natale Seremia

Appassionato da sempre di storia e scienza. Divoratore seriale di libri. Blogger di divulgazione scientifica e storica per diletto. Diversamente giovane. Detesto complottisti e fomentatori di fake news e come diceva il buon Albert: "Solo due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana, riguardo l’universo ho ancora dei dubbi."

1 commento su “La resilienza delle piante”
  1. L’articolo è scritto in modo accessibile, ma impeccabile e preciso sul piano scientifico. Le affermazioni risultano ben documentate. Trasmettono la capacità straordinaria e indomabile di certe piante a sopravvivere in condizioni per noi tossiche e pericolose, forse acquisita nel travagliato percorso dell’evoluzione, attraverso molteplici e radicali cambiamenti climatici e varie catastrofi, con conseguenti adattamenti strategici. Anche i topi hanno notevoli possibilità di sopravvivere a incidenti e conflitti nucleari. Noi invece, data la nostra fragilità, faremmo bene a non ricorrere alle armi nucleari, altrimenti il mondo sarà popolato solo da ratti e piante forti!

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