• 4 Maggio 2022 12:36

SCIENZA & DINTORNI

Divulgazione storica e scientifica – DIRETTORE Fabiana Leoncavallo

I campi di concentramento americani all’indomani della capitolazione tedesca

Nella primavera del 1945 con la conquista della Renania e l’annientamento della sacca della Ruhr il numero di soldati della Wehrmacht caduti in mano alle truppe anglo-americane era salito vertiginosamente e questa massa di prigionieri aveva posto seri problemi logistici a coloro che si stavano apprestando all’ultima, definitiva spallata dell’agonizzante Terzo Reich.

Sarà però la capitolazione tedesca dell’8 maggio a far compiere un balzo spettacolare ai prigionieri di guerra in mano alleata. Soltanto le forze armate statunitensi si trovarono a dovere gestire 3,4 milioni di prigionieri. Era un numero che la pur efficiente macchina bellica americana non aveva previsto e non era in grado di gestire. Invece di inviare come previsto i prigionieri nei campi allestiti soprattutto nella Francia del Nord, furono costruiti frettolosamente i cosiddetti “Prisoner of War Temporary Enclosures”.

Tra aprile e giugno 1945, in un tratto di oltre 300 km, lungo il Reno furono installati 20 campi conosciuti come i “campi dei prati del Reno“. Questi campi di concentramento americani erano di fatto terreni aperti circondati da filo spinato situati ai margini di cittadine o villaggi. I cascinali o le fabbriche vicine furono usati per l’amministrazione o per ospitarvi la cucina e l’infermeria. Ogni campo era suddiviso in altri camps o cages (gabbie) – da dieci a venti – in cui erano stipati dai cinquemila ai diecimila prigionieri.

Soltanto pochi prigionieri, in genere alti ufficiali, donne e qualche malato grave poteva contare su alloggi fissi. Tutti gli altri dovevano accontentarsi di ripari di fortuna sotto dei teloni, o all’interno di buche scavate sul terreno o ancora rassegnarsi a dormire a cielo aperto. Fortunatamente l’inizio della primavera del 1945 fu soleggiata ed asciutta ma quando a maggio cominciò un periodo di forti piogge i campi si trasformarono in immensi pantani.

Durante i primi giorni di prigionia i soldati tedeschi non ricevettero alcuna derrata alimentare ed anche quando poi, lentamente, gli approvvigionamenti iniziarono ad affluire regolarmente, le razioni erano insufficienti per alimentare tutti. Come calmare la fame divenne l’ossessione della grande maggioranza dei prigionieri tedeschi. I furti erano all’ordine del giorno e quando le donne dei villaggi vicini, impietosite lanciavano del cibo al di là del filo spinato, risse violentissime si scatenavano per accaparrarsi qualcosa di quell’insperato aiuto.

Responsabile della sicurezza di tutti e venti campi di concentramento americani sul Reno era un’unica divisione di fanteria, la 106ma. Quest’unità non aveva abbastanza uomini per assicurare la sorveglianza e la logistica e pertanto trasferì ad alcuni prigionieri tedeschi sia gli incarichi amministrativi che quelli di “ ” dei campi. In cambio questi kapò ottenevano cibo migliore ed abbondante e ripari più confortevoli. Come prevedibile questi “privilegiati” erano odiati da tutti gli altri prigionieri.

Le condizioni igieniche dei campi erano drammatiche. Le latrine assenti o mal funzionanti contribuivano insieme alla mancanza di igiene ed all’assenza di veri alloggi nei quali ripararsi alla diffusione di malattie. Alle malattie del corpo si aggiungevano quelle della psiche. Le umiliazioni subite e l’incertezza sulla durata della detenzione portarono molti prigionieri ad avere veri e propri attacchi isterici. Il logorio fisico e psicologico aumentava giorno dopo giorno.

La situazione era talmente insostenibile che già due settimane dopo la fine della guerra gli americani iniziarono a rilasciare alcuni prigionieri, quelli giudicati non compromessi con il regime nazista. Alla fine di giugno 1945, i primi campi furono liquidati, ma le liberazioni si interruppero bruscamente su pressione del governo francese che esigeva la consegna di un grosso contingente di prigionieri da impiegare come lavoratori coatti nell’opera di ricostruzione del paese.

Gli americani presero al volo questa opportunità ed entro il 10 luglio i campi di concentramento ancora operativi furono passati all’amministrazione francese. Alla fine di settembre del 1945 anche quest’ultimi furono liquidati. Solo quello di Bad Kreuznach continuò a essere utilizzato fino al 1948 come campo di transito per i prigionieri di guerra tedeschi di ritorno dalla Francia.

Tutt’oggi è aperta la disputa storica su quanti prigionieri dei “campi di concentramento sul Reno” morirono a causa delle condizioni terribili dell’internamento. Alcuni hanno ipotizzato che sul milione di prigionieri di guerra ospitati, alcune centinaia di migliaia abbiano perso la vita. Si tratta di teorie esagerate e prive di riscontro attendibile, la stima più seria è quella che indica tra gli 8000 e le 40.000 il numero delle vittime. Si tratta di un numero molto contenuto se paragonato alle vittime dei campi di concentramento sovietici e soprattutto dei lager nazisti che ospitavano i prigionieri di guerra russi.

Dei 5,7 milioni di soldati dell’Armata Rossa catturati dalla Wehrmacht, alla fine della guerra ne erano morti oltre 3 milioni; la maggior parte lasciati volutamente morire di fame. L’unico massacro con caratteristiche di genocidio della seconda guerra mondiale paragonabile allo sterminio degli ebrei. Questi raffronti non eliminano il fatto che la gestione dei campi di concentramento americani non fu all’altezza di una nazione civile e del sostanziale rispetto della Convenzione di Ginevra.

Natale Seremia

Appassionato da sempre di storia e scienza. Divoratore seriale di libri. Blogger di divulgazione scientifica e storica per diletto. Diversamente giovane. Detesto complottisti e fomentatori di fake news e come diceva il buon Albert: "Solo due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana, riguardo l’universo ho ancora dei dubbi."

2 commenti su “I campi di concentramento americani all’indomani della capitolazione tedesca”
  1. …Questo articolo è un condensato di notizie sbagliate, distorte e fuorvianti…
    Mi permetto suggerire all’autore un approfondimento generale sul tema,
    e nel particolare una attenta lettura del “Memorandum di Darmastadt” di recente
    pubblicazione in Italia e dei libri di James Baque, Keeling, Gil Giles Mac Donogh, de Zayas ecc….

    1. Gentile Massimo come è costume di Scienza & Dintorni accettiamo ogni commento, critico purché espressi con educazione come ha fatto lei. Mi permetto però di farle notare che non ha citato quali sarebbero le notizie “sbagliate, distorte e furvianti”. Le affermazioni, comprese i dati forniti nell’articolo, sono tratti, tra gli altri, dal saggio di V. Ullrich “1945. Otto giorni a maggio”

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