• 20 Maggio 2022 11:09

SCIENZA & DINTORNI

Divulgazione storica e scientifica – DIRETTORE Fabiana Leoncavallo

Il mistero di Leti, il piccolo Homo Naledi

Non è stato facile per la paleontologa Becca Peixotto superare una stretta fenditura a circa 45 metri sottoterra nel sistema di grotte Rising Star Cave in Sudafrica, dove nel 2013 era stato scoperto un vero “tesoro” di fossili umani, circa 1500 reperti di un ominide vissuto in un periodo compreso tra 335.000 e 236.000 anni fa. A questa nuova specie umana è stato attribuito il nome di Homo Naledi.

Ricostruzione facciale di Homo Naledi

Contorcendosi e sfruttando la sua figura minuta, centimetro dopo centimetro, Becca ha raggiunto una piccola sporgenza dove l’aspettava un ritrovamento straordinario: denti e frammenti ossei di un bambino vissuto più di 240.000 anni fa. Lo studio, ricavato da questa scoperta, pubblicato su “PaleoAnthropology” non chiarisce ancora il sesso di questo bambino che, al momento del decesso, doveva avere un’età tra i quattro ed i sei anni. I resti del bambino sono composti da sei denti e 28 frammenti di cranio.

Il gruppo di ricerca internazionale che ha fatto questa importante scoperta e firmato lo studio, coordinato da Lee Berger della Wits University di Johannesburgh ha battezzato il piccolo Homo Naledi, Leti che in lingua tswana significa “il disperso“. Il rebus che i ricercatori si sono trovati di fronte e che si ricollega anche ai ritrovamenti del 2013 è perché questi nostri progenitori si trovassero nei recessi profondi della terra, in questo complesso di grotte e cuniculi sudafricano.

L’ipotesi che i corpi siano stati trasportati sottoterra da carnivori è esclusa per la mancanza nelle ossa di segni di morsi, così come risulta altamente improbabile che sia stato un flusso d’acqua a trasportare i resti nella caverna, perché le parti rinvenute erano praticamente intatte, inclusa una mano con le ossa posizionate come in vita: il palmo verso l’alto e le dita piegate verso l’interno. Secondo Berger si tratterebbe, come avvalorato dalla posizione del cranio di Leti, di un luogo di sepoltura, sia pure collocato in un ambiente impervio, angusto, buio e pericoloso.

Secondo Hawks, un altro autore dello studio: “La presenza di resti ossei di Homo naledi  in questi luoghi implica che qualcuno ce li ha portati, il che significa che individui viventi di questa specie si calavano giù attraverso lo scivolo ed entravano nelle grotte”

Questa teoria però non è condivisa da altri archeologi e paleontologi in quanto significherebbe retrodatare di almeno 150.000 anni la comparsa dei rituali funebri negli ominini. Il mistero di Leti e degli altri Homo Naledi permane e ci vorranno forse altri ritrovamenti per gettare una luce definitiva sull’eventuale capacità culturale di questi ominini di onorare, attraverso riti funebri e sepolture, i loro morti.

Fonti:

Le Scienze, gennaio 2022, ed. cartacea

NationalGeographic.it

alcune voci di Wikipedia

Crediti fotografici: nationalgeographic.it

Natale Seremia

Appassionato da sempre di storia e scienza. Divoratore seriale di libri. Blogger di divulgazione scientifica e storica per diletto. Diversamente giovane. Detesto complottisti e fomentatori di fake news e come diceva il buon Albert: "Solo due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana, riguardo l’universo ho ancora dei dubbi."

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