• 31 Maggio 2022 16:47

SCIENZA & DINTORNI

Divulgazione storica e scientifica – DIRETTORE Fabiana Leoncavallo

E’ il 9 maggio 1997, la ventiduenne Marta Russo sta passeggiando con un’amica per uno dei vialetti dell’Università La Sapienza di Roma. E’ un venerdi assolato e questa ragazza, studentessa modella, che si affaccia alla vita con l’inquietudine positiva di un’anima sensibile ed intelligente, viene raggiunta da un colpo d’arma da fuoco alla testa. Mancano pochi minuti a mezzogiorno e la ragazza cade riversa in un’aiuola tra le Facoltà di Scienze statistiche, di Scienze politiche e di Giurisprudenza.

Dopo tre giorni di agonia muore nella notte tra il 13 e il 14 maggio, ad ucciderla un proiettile calibro 22 “long rifle”, non camiciato ovvero composto di solo piombo. Il Questore Rino Monaco prende molto sul serio questo delitto e forma una squadra di investigatori di ottanta persone tra Squadra Mobile, Scientifica e Digos. Il 16 maggio ai funerali della sfortunata ragazza intervengono il Presidente del Consiglio Romano Prodi, il suo vice Veltroni ed il ministro dell’Istruzione Berlinguer.

Ancora tre giorni e la Scientifica accerta che il colpo mortale è stato esploso da una finestra al primo piano dell’Istituto di Filosofia del diritto, e precisamente dall’aula numero 6. Nonostante un muro di omertà che sembra avvolgere quel dipartimento universitario il cerchio lentamente si stringe sulle persone presenti in quell’aula il giorno dell’assassinio di Marta. In particolare Maria Chiara Lipari, un’assistente del professor Bruno Romano, direttore dell’Istituto di filosofia del diritto, riferisce che nell’aula il 9 maggio c’erano due uomini e una donna «ed era avvertibile una forte tensione, svanita appena uno dei due uomini è uscito»: quell’uomo aveva con sé un’arma

Romano interviene per ordinare alla Lipari di non aggiungere altro. La sua telefonata è intercettata e il professore finisce agli arresti domiciliari con l’accusa di favoreggiamento. Intanto gli investigatori risalgono all’identità delle tre persone presenti in quel giorno ed in quell’orario nella famigerata aula 6 secondo la Lipari. Si tratta della segretaria dell’istituto, Gabriella Alletto, dell’usciere Francesco Liparota e di un assistente universitario, Giovanni Scattone. Vengono tutti arrestati nella notte tra il 14 e il 15 giugno insieme a un altro assistente dello stesso istituto, Salvatore Ferraro, amico di Scattone.

Scattone ha 29 anni e viene definito come un ragazzo modello proveniente da una famiglia benestante. Laureatosi con 110 e lode ha una passione travolgente per la filosofia. Ferraro di anni ne ha 30 ed è originario della Calabria. Per gli inquirenti Scattone è l’assassino, Ferraro lo ha armato e Liparota lo ha coperto. Quello che emerge drammaticamente è la totale assenza di un movente. I tre non conoscevano Marta Russo, la sfortunata ragazza è stata vittima di uno sciagurato “gioco intellettuale” ispirato in modo del tutto arbitrario dalle tesi filosofiche di Nietzsche. I tre respingono ogni accusa, anzi asseriscono di non essere stati presenti nella famigerata aula 6 al momento del delitto.

Nell’ordinanza di custodia cautelare li inchioda però la dichiarazione di Gabriella Alletto che entrata alle 11.45 nell’aula alla ricerca della dottoressa Lipari dichiara che a un certo punto:

sente un colpo sordo provenire dalla finestra e, voltatasi, vede Giovanni Scattone che si ritrae impugnando una pistola e si china per poi riporre l’arma in una borsa. In quel momento entra la Lipari per telefonare e Scattone esce portando via la pistola nascosta nella borsa, seguito poco dopo da Salvatore Ferraro… Immediatamente dopo la commissione dell’omicidio, Scattone ha avuto la presenza di spirito di chinarsi e raccogliere il bossolo fuoriuscito dalla pistola, senza che dai tre indagati venisse detta una parola di commento, neanche quando lo Scattone ha nascosto la pistola nella cartella di Ferraro… [Questi in seguito] ha cercato di precostituirsi un alibi, ha subdolamente suggerito tramite un altro testimone […] ed altri, piste di indagine tanto alternative a lui quanto fasulle e, d’accordo con Scattone, ha pure cercato di organizzare un alibi reciproco… Gli indagati hanno inoltre organizzato una ramificata rete di complicità all’interno dell’Istituto di Filosofia del diritto ottenendo omertà e reticenze sia dal personale amministrativo… sia dal direttore dell’istituto“.

L’assenza di un movente, il mancato ritrovamento dell’arma del delitto, la guerra delle perizie ed alcuni scivoloni della Pubblica Accusa, animeranno i ben cinque processi di questo atroce omicidio che ha spezzato la vita di una giovane donna colpevole soltanto di passeggiare nel posto “sbagliato” nel momento “sbagliato”.

Nel processo di primo grado il nodo centrale del dibattimento sarà rappresentato dall’interrogatorio preliminare di Gabriella Alletto da parte dei magistrati poche ore prima dell’arresto di Scattone e Ferraro. In un video emergono le forti pressioni, anche di natura intimidatoria del Pm Lasperanza e deal procuratore aggiunto Italo Ormanni per convincere l’Alletto a confessare di aver visto i due giovani ed il Liparata nell’aula 6 nella data incriminata.

In seguito alle critiche sulla gestione dell’inchiesta, per una maggiore trasparenza il processo di primo grado venne aperto al pubblico e trasmesso in diretta da Radio Radicale, oltre che registrato e trasmesso in differita dalle telecamere ammesse.

I pm chiesero la condanna di Scattone e Ferraro a 18 anni di reclusione per concorso in omicidio volontario causato da dolo eventuale (ma con la concessione delle attenuanti generiche), e per detenzione illegale di arma da fuoco; chiesero altresì la condanna per favoreggiamento e detenzione di arma da fuoco per Francesco Liparota (a cinque anni e 9 mesi), e il solo favoreggiamento per Gabriella Alletto (1 mese con richiesta di sospensione condizionale della pena) e Bruno Romano (4 anni); per Marianna Marcucci, il bibliotecario Maurizio Basciu e la segretaria Maria Urilli venne richiesta invece l’assoluzione.

Il 1º giugno 1999 la Corte d’assise, presieduta da Francesco Amato  condannò Giovanni Scattone alla pena di 7 anni di reclusione per omicidio colposo, con l’aggravante della colpa cosciente  e per possesso illegale di arma da fuoco, nonché Salvatore Ferraro alla pena di 4 anni di reclusione per favoreggiamento personale. Ferraro venne prosciolto dall’accusa più grave, concorso in omicidio volontario, derubricandola al semplice favoreggiamento, e il procuratore Ormanni rinunciò ad impugnare questa decisione.

La condanna fu per aver esploso un colpo accidentale, per Scattone, e per averlo coperto, per Ferraro. Il tribunale assolse tutti gli altri imputati. I pm opposero ricorso solo per Scattone, Ferraro e Liparota, chiedendo però pene più pesanti per Scattone e Ferraro, e aggiungendo al secondo anche il porto illegale di arma. Si trattava di una sentenza che scontentava sia gli imputati che puntavano ad una piena assoluzione che l’Accusa che vedeva smontato il suo teorema di un delitto volontario senza un movente classico.

Il 7 febbraio 2001 la Corte d’assise d’appello, presieduta da Francesco Plotino, conferma la sentenza di primo grado, con un lieve aumento della pena (8 e 6 anni) ma nel dicembre di quell’anno la Suprema Corte di Cassazione annullò la sentenza di appello giudicando molte delle prove addotte “contraddittorie” ed “illogiche”. Il secondo processo di appello però confermerà le condanne del primo grado di giudizio ribadendo l’impianto precedente e non tenendo conto della sentenza della Cassazione, se non per l’entità della condanna irrogata; infatti la corte d’appello di Roma emise pene più miti: sei anni per Scattone, quattro per Ferraro, due per Liparota.

La parola fine a questo tormentato e tortuoso procedimento giudiziario sarà infine scritta dalla Cassazione il 15 dicembre 2003 che assolvendo il Liparota, ridusse ulteriormente le pene per Scattone e Ferraro, rispettivamente a 5 anni e 4 mesi e 4 anni e due mesi, eliminando a entrambi il reato di detenzione illegale di arma per l’impossibilità di determinarne la provenienza.

La conclusione del processo certificata dalla sentenza passata in giudicato lascerà però molti aspetti irrisolti e controversi tanto da far definire da Vittorio Pezzuto scrittore, giornalista ed esponente del Partito Radicale la condanna uno “scheletro spolpato” ispirandosi al romanzo “Il vecchio e il mare“. In altri termini la Procura avrebbe ottenuto una vittoria più simbolica che di sostanza.

Le incognite su questo delitto che ha stroncato la vita di una ragazza di 22 anni sono numerose tanto da farlo “iscrivere” al di la della “verità giudiziaria” tra i tanti, troppi “Misteri d’Italia”.

Natale Seremia

Appassionato da sempre di storia e scienza. Divoratore seriale di libri. Blogger di divulgazione scientifica e storica per diletto. Diversamente giovane. Detesto complottisti e fomentatori di fake news e come diceva il buon Albert: "Solo due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana, riguardo l’universo ho ancora dei dubbi."

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