Cosa succede prima che il pollo arrivi sulle nostre tavole

Il consumo mondiale di pollo negli ultimi venti anni si è affermato a tal punto da superare quello della carne di manzo. Nel 1976 rappresentava circa il 20% del consumo globale di carne, nel 2018 ha toccato il 36% del totale, quasi venti punti percentuali in più della carne di manzo.

Le ragioni di questo successo sono molteplici. Si parte dalla convinzione alimentata da medici e nutrizionisti che la carne di pollo, come tutte le cosiddette carni “bianche” sia più salutare rispetto alle carni rosse. Le differenze, però, non sono cosí marcate: cento grammi di carne magra di manzo contengono 1,5 grammi di grassi saturi, in confronto al grammo contenuto nel petto di pollo spellato (che in realtà ha un maggiore quantitativo di colesterolo). La ragione però principale del suo successo commerciale è il costo significativamente più basso della carne di manzo.

L’economicità del pollo riflette il suo vantaggio metabolico rispetto alla carne degli altri animali: nessuno converte il mangime in carne con la stessa efficienza del pollo di allevamento. Si tratta però di un vantaggio per così dire non naturale come vedremo nelle prossime righe. Negli anni Trenta dello scorso secolo, infatti, l’efficienza alimentare media dei polli d’allevamento (5 unità di mangime per unità di peso vivo) non era migliore di quella dei maiali.

Oggi secondo il Dipartimento per l’agricoltura degli Stati Uniti servono soltanto 1,7 unità di nutrimento (standardizzato in termini di mangime a base di mais) per produrre un’unità di peso vivo (prima della macellazione) nel caso dei polli da allevamento, in confronto alle quasi 5 unità di nutrimento necessarie per i suini e le quasi 12 unità per i bovini.

Ma come si arriva a questo marcato vantaggio competitivo del pollo se non si tratta di una “predisposizione naturale”? Oggi i polli di allevamento subiscono un processo di crescita accelerato per sviluppare la massa corporea necessaria alla sua commercializzazione nel minor tempo possibile. In passato i polli allevati a terra venivano macellati quando compivano il primo anno di vita e pesavano circa un chilo. Adesso il periodo di nutrimento è stato ridotto a soli 47 giorni ed il peso medio dell’animale macellato sfiora i 2,7 chili.

Questo risultato si raggiunge a spese delle sofferenze inflitte all’animale. I polli da allevamento sono alimentati in continuazione, tenuti al buio ed in spazi estremamente ristretti. Siccome i consumatori prediligono al carne magra del petto, i processi di selezione si sono concentrati per ottenere petti ipertrofici spostando in avanti il centro di gravità dell’animale e stressando ulteriormente sia le zampe che l’apparato cardiaco.

Un pollo da allevamento ha a disposizione solamente uno spazio compreso tra 560 e 650 centimetri quadrati, un’area solo poco più grande di un normale foglio A4. Il loro ritmo circadiano è stravolto dalle condizioni di penombra nella quale consumano la loro breve esistenza mangiando in continuazione. Il loro ciclo di vita è mediamente di 50 giorni contro un’aspettativa di vita in natura di circa otto anni.

Da tempo in Italia è stato vietato l’impiego di antibiotici come fattori di crescita, per ridurre la diffusione tra le persone di ceppi batterici resistenti ai medicinali. Dal 2015 è stata avviata una campagna che è sfociata nel “Piano Nazionale per l’utilizzo del farmaco veterinario e per la lotta all’antibioticoresistenza in avicoltura” redatto dall’Unione Nazionale Avicoltura in collaborazione con il ministero della Salute e con la Società italiana di patologia aviare, per ridurre il ricorso a sostanze antimicrobiche.

Circa il 40% della produzione avicola riporta la dicitura “allevato senza l’uso di antibiotici” dove con questa dicitura si intende non la somministrazione di questi farmaci a scopo di crescita, già vietato da tempo, ma la sua eliminazione totale anche per prevenire e curare forme microbiche.

Il dominio del pollo però non è omogeneo su tutto il pianeta, in Cina e in Europa il maiale mantiene un vantaggio del 10% a livello globale, mentre la carne di manzo è quella piú diffusa nella maggior parte dei Paesi del Sudamerica. In ogni caso se il trend di consumo in atto rimarrà inalterato entro 15 o 20 anni il pollo dominerà incontrastato tutte le tavole del mondo.

Fonti:

I numeri non mentono di S. Vaclav

Il Fatto Quotidiano

Natale Seremia

Appassionato da sempre di storia e scienza. Divoratore seriale di libri. Blogger di divulgazione scientifica e storica per diletto. Diversamente giovane. Detesto complottisti e fomentatori di fake news e come diceva il buon Albert: "Solo due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana, riguardo l’universo ho ancora dei dubbi."

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