Il delitto del catamarano

L’ossessione per una barca ed il desiderio di girare il mondo con una giovanissima fidanzata sono alla base del movente di uno dei più feroci ed assurdi delitti compiuti in Italia verso il finire degli anni Ottanta. I protagonisti di questa drammatica e sconcertante vicenda che infiammò le cronache dei giornali di quel periodo sono Filippo De Cristofaro, all’epoca trentaquattrenne, la sua giovanissima fidanzata olandese Diana Beyer, appena diciassettenne e la trentunenne skipper marchigiana Annarita Curina, co-proprietaria del catamarano Arx.

De Cristoforo è un tipo singolare, reduce da un matrimonio fallito con una turista olandese, nel 1973 si trasferisce in Olanda, a Rotterdam dove ottiene un lavoro da impiegato e tenta anche, senza successo, di gestire una pizzeria e una gelateria. Ed è nella città olandese che nel dicembre del 1987, in una discoteca conosce la sedicenne Diana Beyer. Tra i due nasce un’attrazione fatale, De Cristoforo si licenzia dalla ditta nel quale lavora e scappa con la fidanzata adolescente per una “vacanza” di quattro mesi in Nuova Caledonia.

Al loro ritorno la famiglia di DIana, assistita dai propri avvocati, impone all’italiano di interrompere questa relazione e De Cristoforo per evitare una denuncia per sottrazione di minore torna in Italia e si stabilisce in Romagna, facendo la spola tra Rimini e Pesaro. Nell’arco di un anno cerca di rubare ben tre imbarcazioni, ma tutti e tre i tentativi di furto vanno a vuoto. Nel frattempo, all’inizio del 1988 la giovane olandesina Diana Beyer, fugge dalla famiglia e raggiunge il suo “uomo” in Italia.

Ed è allora che iniziano a progettare un viaggio in barca a vela in Polinesia. Qui il fato gioca, come spesso accade nelle vicende umane, un ruolo fondamentale. A Rimini i due fidanzati conoscono Giorgio Guidi, l’altro comproprietario del catamarano Arx. E’ lui a mettere in contatto De Cristofaro e la Beyer con la skipper Annarita Curina. L’idea è quella di aggiungerli alla traversata che la skipper marchigiana dovrà compiere per portare il catamarano fino alle Baleari, insieme ad un altro passeggero Stefano Bersani.

Annarita Curina, la skipper assassinata

Così il 10 giugno 1988 la Curina, De Cristofaro e la Beyer salpano dal porto-canale di Pesaro con rotta verso le Baleari. Alle isole spagnole la skipper marchigiana non arriverà mai. Il piano per la sua soppressione fisica è già stato premeditato da Filippo De Cristofaro che così convince la giovane fidanzata ad agire senza alcuno scrupolo: «Questa è l’occasione buona per andarcene finalmente, io e te, in Polinesia. Ma per avere il catamarano dobbiamo far sparire lei», avrebbe detto De Cristofaro alla sua compagna, riferendosi alla Curina («Ansa», 11.8.1988).

I due somministrano ad Annarita una dose di valium mescolata nel caffè con l’intenzione di renderla inerme e poterla uccidere più facilmente. La skipper sentendo il caffè particolarmente amaro non lo termina completamente. Poi dice si sentirsi poco bene e si ritira nella sua cabina. De Cristofaro convince Diana ad andare a vedere come stava Annarita. Quando l’olandesina entra nella cabina si accorge che non soltanto la skipper non è addormentata ma che si sta riprendendo rapidamente dagli effetti del valium.

Questi allora le consegna un coltello che aveva acquistato pochi giorni prima della partenza in un negozio in piazza Tre Martiri a Rimini, e aveva introdotto di nascosto a bordo. «Ti amo, ti amo tantissimo – dice l’uomo alla ragazza per convincerla ad agire. – Se farai questo per me, non lo dimenticherò per il resto della mia vita» («Ansa», 11.8.1988). Nonostante l’orrore che le fa il sangue Diane entra nella cabina e vibra una coltellata al fianco della skipper, ma alla vista del sangue fugge gridando terrorizzata.

De Cristoforo entra nella cabina, si finge stupefatto di quanto accaduto e con la scusa di soccorrerla convince Annarita a seguirlo sul ponte del catamarano e qui afferrato un machete, anch’esso imbarcato di nascosto sull’Arx, finisce la donna con tre sciabolate. L’uomo denuda il corpo straziato di Annarita, l’avvolge in una coperta e lo assicura ad un ancora da sabbia del peso di 17 chilogrammi. Quindi a sette miglia al largo di Senigallia lo getta in mare. E’ evidente che negli auspici della coppia di assassini, il cadavere sarà occultato per sempre.

La prima cosa che De Cristoforo fa subito dopo l’omicidio e l’inabissamento del corpo di Annarita è quello di cambiare il nome del catamarano. Raschia via la scritta Arx sulla fiancata e con delle lettere adesive la sostituisce con quella di Fly 2. il giorno dopo l’omicidio, De Cristofaro ha dato appuntamento a un amico olandese, Pieter Groenendijk, a Porto San Giorgio che si imbarca con la coppia sul catamarano.

Inizia così un lungo perigrinare per il Mediterraneo della coppia killer e dell’amico olandese. Il 18 giugno il catamarano viene avvistato al largo di Santa Maria di Leuca da un conoscente della povera Annarita che viene allontanato in malo modo. Il 21 giugno la barca fa una breve sosta a Reggio Calabria. Poi il ribattezzato Fly 2 costeggia le coste tirreniche della Sicilia e il 24 getta l’ancora nelle acque di San Vito Lo Capo, in provincia di Trapani.

Il 26 attraccano a Marettimo, l’isola più occidentale delle Egadi. La fortuna degli assassini però finisce il 28 giugno, quando verso le 13, un peschereccio che pesca a strascico tira su il cadavere di Annarita che sarà identificata soltanto due giorni dopo. Nel frattempo il terzetto raggiunge la Tunisia ed è qui che attraverso la radio apprendono del ritrovamento del corpo di Annarita. Per loro quella sorta di “crociera” si trasforma in un disperato tentativo di fuga. De Cristoforo punta allora verso Gibilterra. L’intenzione è di fuggire attraverso l’Atlantico rendendosi irreperibili, ma l’uomo è tutt’altro che un marinaio provetto nonostante la sua sfrenata passione per il mare. I venti contrari respingono l’imbarcazione e li costringono a rientrare in Tunisia.

Qui abbandonano il catamarano e si accingono a fuggire a piedi. Il 19 luglio la fuga ha termine. I tre vengono individuati e arrestati in un piccolo villaggio della Tunisia. Le indagini dimostrano subito il ruolo marginale dell’amico Pjeter che non ha partecipato al delitto e non sapeva neppure delle intenzioni assassine della coppia prima di essersi imbarcato. De Cristofaro convince la sua fidanzatina a dichiararsi colpevole dell’assassinio. «Non possono punirti, sei minorenne – le avrebbe detto. – Se ti prendi la colpa io me la cavo con poco, e così potremo riabbracciarci presto» («Ansa», 5.8.1988).

Gli inquirenti però non credono a questa versione e dopo qualche giorno, messa alle strette, la ragazza ritratta tutto. E lei la prima ad essere condannata. Alla fine del 1988 il Tribunale dei Minori di Ancona la riconosce colpevole di omicidio premeditato e di rapina aggravata, con una pena detentiva di sei anni e sei mesi che tiene conto di tre ordini di attenuanti, considerate prevalenti sulle aggravanti della premeditazione e dell’impiego di un “mezzo insidioso” per favorire il delitto quale la somministrazione del sonnifero. La ragazza sconterà la sua pena nel carcere di Firenze, ritenuta una “detenuta modello“, otterrà la libertà vigilata nel marzo del 1990 e nel dicembre del 1991, liberata tornerà in Olanda.

La fidanzatina olandese

Per De Cristofaro le cose vanno in tutt’altra direzione. Al termine del processo celebrato nel 1990 con rito abbreviato, viene condannato a trent’anni di reclusione per l’omicidio, riconoscendo le principali aggravanti, ad altri sei anni di reclusione (oltre al pagamento di un milione e 400 mila lire) per la rapina aggravata del catamarano, e ancora a due anni per la soppressione del cadavere della skipper. Nel dispositivo della sentenza si legge che Filippo e Diana hanno avuto nel delitto «uguale responsabilità, attuando ciascuno un comportamento criminoso dalla rilevanza causale pari a quello dell’altro» («Ansa», 21.5.1990).

Filippo De Cristofaro al tempo del processo

Nel processo di appello a De Cristofaro sarà inflitta la pena dell’ergastolo. La condanna di Filippo De Cristofaro non è mai stata scontata in pieno. Nel 2007 infatti l’assassino è evaso dal carcere per essere ripreso un mese dopo in Olanda e, nel 2014, ha ottenuto un permesso premio che ha sfruttato per un’altra fuga. Catturato nel 2016 in Portogallo, cinque mesi dopo è stato scarcerato per decorrenza dei termini di carcerazione detentiva ed è riuscito ancora una volta a fuggire. Sembra che la pratica di estradizione non sia andata a buon fine, in quanto in Portogallo non è prevista la pena dell’ergastolo.

Del quasi settantenne assassino si sono perse le tracce.

Natale Seremia

Appassionato da sempre di storia e scienza. Divoratore seriale di libri. Blogger di divulgazione scientifica e storica per diletto. Diversamente giovane. Detesto complottisti e fomentatori di fake news e come diceva il buon Albert: "Solo due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana, riguardo l’universo ho ancora dei dubbi."

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