L’avventurosa storia del popolamento delle Americhe

Come ormai è ben noto gli esseri umani ed in particolare Homo Sapiens ebbero origine in Africa centinaia di migliaia di anni fa e poi per ondate successive questi nostri antenati popolarono l’Asia e l’Europa. Il popolamento delle Americhe è un’impresa straordinaria che si sta rivelando più complessa e sfaccettata di quanto si riteneva fino a qualche anno fa.

Nel loro viaggio fino alle Americhe gli antenati dei popoli indigeni di questi continenti dovettero affrontare sfide straordinarie riuscendo a sopravvivere al freddo estremo dell’ultimo evento globale climatico avvenuto tra 26.000 e 20.000 anni fa, chiamato Ultimo Massimo Glaciale (LGM). La teoria più accredita, fino a qualche anno fa, era che il popolamento delle Americhe fosse avvenuto da un singolo gruppo di cacciatori-raccoglitori provenienti dall’Asia orientale che sfruttando le distese ghiacciate del golfo di Bering, al seguito di selvaggina di grossa taglia, avesse dato origine a tutti i nativi dei continenti americani.

Era la cosiddetta teoria “Clovis First” quella che individuava i primi abitanti delle Americhe nel popolo di Clovis. La cultura Clovis, detta anche cultura Llano, è una cultura preistorica nativa americana che appare per la prima volta nelle rilevazioni archeologiche del Nord America circa 13.500 anni fa, alla fine dell’ultimo periodo glaciale.

La cultura prende il nome dai manufatti trovati vicino a Clovis, nel Nuovo Messico, tra il 1929 e il 1932. I siti di Clovis hanno avuto, da allora, una loro precisa identità rispetto agli altri siti all’interno degli Stati Uniti, così come del Messico e dell’America Centrale. Secondo gli studiosi un gruppo di cacciatori appartenenti alla cultura Clovis aveva attraversato lo stretto di Bering ghiacciato e colonizzato le intere Americhe in circa 1.000 anni! A rompere le uova nel paniere di questa teoria però è stata la scoperta nei pressi di Monte Verde, nel sud del Cile, di un sito archeologico antecedente tutti quelli della Cultura Clovis conosciuti. Il sito risaliva infatti a 14.200 anni fa, almeno sette secoli del primo insediamento Clovis portato alla luce.

I manufatti rinvenuti in Cile sono profondamente diversi da quelli rinvenuti in tutti i siti Clovis e testimoniano come circa 1.000 anni prima della comparsa della cultura Clovis altre popolazioni avevano già raggiunto l’America meridionale. Il grande balzo in avanti della biologia molecolare verso la fine del XX secolo ha permesso, fra gli altri progressi, di estrarre DNA dai resti fossili. Sequenziando ed analizzando così i campioni di DNA i ricercatori hanno potuto stimare i tempi in cui avvennero i principali eventi demografici.

Naturalmente è estremamente difficile sequenziare l’intero genoma da questi resti antichi, risultato che avrebbe dato informazioni definitive sui processi migratori dei primi abitanti delle Americhe. Nonostante questo da queste parziali analisi è emerso uno schema di questo genere: gli antenati dei nativi americani in Asia, un periodo di isolamento durante il picco dell’ultimo evento glaciale, poi una rapida espansione della popolazione il tutto però diverse migliaia di anni prima di Clovis e dei ritrovamenti di Monte Verde.

Ulteriori miglioramenti nel campo dell’analisi genetica ci permettono di avere un quadro sempre più completo dei vari rami di ascendenza di certe popolazioni e perfino del momento in cui si sono verificati contatti ed ibridazioni con altre popolazioni. Pur essendo arbitrario indicare un preciso momento di origine di un popolo, trattandosi di fenomeni dinamici soggetti a continui incroci, possiamo indicare nel Paleolitico superiore, circa 36.000 anni fa l’inizio dell’avventura umana nel continente americano.

In quel periodo un gruppo di esseri umani che viveva nell’Asia orientale si isolò progressivamente dal resto della popolazione di quella regione. Fu un processo lento e lungo durato circa 11.000 anni. Venticinquemila anni fa però quel gruppo aveva maturato caratteri geneticamente distinti dal resto delle popolazioni asiatiche. Questo gruppo isolato di antichi asiatici rappresenta il maggior contributo genetico ai nativi americani.

Un altro ramo ancestrale emerse circa 39.000 anni fa e 31.600 anni fa viveva in una località chiamata Rhinoceros Horn, nei pressi del fiume Jana, nella Siberia nord-orientale. Quest’area fa parte di una regione più vasta che comprende la Siberia orientale, l’Alaska occidentale ed il ponte di terra che una volta univa i due continenti e che ora è sommerso dalle acque dello stretto di Bering. Dall’analisi genetica di due denti di latte rinvenuti appartenenti a due bambini di età compresa tra i 10 e i 12 anni, non strettamente imparentati fra loro si stabilì che essi vivevano in un gruppo di ragguardevoli dimensioni, circa 500 individui. Questi siberiani di Jena erano cacciatori-raccoglitori che vivevano per tutto l’anno in condizioni climatiche estremamente dure e riuscivano a prosperare anche grazie alla consistenza dei loro gruppi (contrariamente ai Neanderthal che vivevano in piccoli clan e quindi spesso soggetti ad estinzione).

I due rami principali da cui derivano gli antichi americani, ovvero i siberiani di Jena e gli antichi asiatici isolati, si ritrovarono nello stesso posto tra 25.000 e 20.000 anni fa e si incrociarono tra loro. Il popolo si formò, poco prima dell’inizio dell’ultimo evento glaciale. Sarebbe stato proibitivo per questi antenati americani sopravvivere in Siberia con un clima straordinariamente freddo ed una scarsa presenza di animali e vegetali.

L’assenza di resti archeologici nel periodo che va dai 29.000 ai 15.000 anni fa supporre che questa popolazioni cercassero rifugio verso regioni con climi migliori e più risorse alimentari. E’ probabile che l’incontro tra antichi asiatici ed antichi siberiani avvenne nel corso di questa lunghissima migrazione in cerca di un habitat più favorevole. E’ molto complicato invece stabilire in quale regione queste popolazioni entrarono in contatto. Forse nella Beringia centrale che alcune ricostruzioni affermano essere, in quell’epoca lontana, un’area con un clima relativamente mite ed abbondanza di animali. Purtroppo oggi quella regione è sommersa dalle acque e gli archeologi non hanno potuto effettuare ricerche per confermare quest’ipotesi.

Altre regioni che potrebbero candidarsi al luogo dove è avvenuta l’ibridazione tra antichi asiatici e antichi siberiani sono la Beringia orientale, anch’essa oggi sommersa dalle acque e alcune aree dello Yukon e del North Slope in Alaska, ma soprattutto la Siberia artica, una regione oltre i 66° gradi di latitudine nord. Oggi questa zona è in larga parte sommersa ma all’epoca era una distesa di steppe e tundre che ospitavano numerose mandrie di mammuth, rinoceronti lanosi, bisonti e cavalli.

Una regione aspra e difficile ma non totalmente inadatta alla presenza di vita umana. In ogni caso anche se non sappiamo dove è avvenuta questa ibridazione tra antichi asiatici ed antichi siberiani, sappiamo per sommi capi, quello che avvenne dopo. La popolazione ancestrale si divise in almeno due rami tra i 22.000 e i 18.100 anni fa. Un ramo, denominato antichi beringi, non ha discendenze al giorno d’oggi.

L’altro ramo, denominato nativi americani ancestrali diede origine ai primi americani a sud del ghiacciaio Laurentide. Si trattava di un massiccio ghiacciaio continentale che copriva centinaia di migliaia di chilometri quadrati, la maggior parte del Canada e una grande porzione degli Stati Uniti settentrionali, tra i 95.000 e 20.000 anni fa. Il suo confine meridionale comprendeva i siti attuali di New York e Chicago, seguendo allora abbastanza precisamente il corso odierno del Missouri fino ai pendii settentrionali delle Cypress Hills, oltre le quali esso emergeva nel ghiacciaio della Cordigliera. La coltre di ghiaccio si estendeva approssimativamente verso sud fino al 38° di latitudine nelle zone centrali del continente.

Sembra che questi nativi americani ancestrali, a loro volta, si divisero in vari sottogruppi distinti. Ad esempio, il popolo Mixe che oggi vive in Messico ha parte del DNA del gruppo primevo ancestrale. Così come alcune popolazioni che vivono in Amazzonia. Tutti gli studi genomici escludono categoricamente che prima del 1492, data nella quale Colombo scopre l’America, la possibilità di una mescolanza tra nativi americani ed europei, africani od altre popolazioni non autoctone.

Dopo l’ultimo evento glaciale i nativi americani ancestrali si spinsero verso sud, dividendosi almeno in tre rami. Il primo rappresentato da un genoma di una singola donna che visse sul Fraser Plateau, in Canada, circa 5600 anni fa. Gli altri due rami includono tutta la diversità genetica di popolazioni attualmente note a sud della calotta polare.

Questa teoria suffragata da quelle che potremmo definire come “prove indiziarie” però non è riconosciuta da parte degli archeologi più conservatori che sostanzialmente rimangono fermi a quella che sostanzialmente è una versione aggiornata di “Clovis First“. Per loro il sito di Swan Point, in Alaska centrale rimane il punto focale di un popolamento avvenuto attraverso il ponte di terra dello stretto di Bering tra 16.000 e 14.000 anni fa. La prova sarebbero gli utensili ritrovati che presentano particolari affinità sia con la cultura di Diuktai in Siberia che con quella Clovis.

Secondo questo modello per così dire “tradizionalista” i siti archeologici americani antecedenti la cultura Clovis sono rifiutati perché considerati non attendibili o attribuiti a popoli che non avrebbero lasciato traccia di se, né genetica né culturale rispetto ai nativi americani successivi. Altri archeologi in base all’esame dei resti fossili e degli utensili recuperati nel sito di Page-Ladson, in Florida, ad una considerevole distanza dall’Alaska e risalente ad almeno 14.500 anni fa sostengono che in quest’area erano già presenti insediamenti di esseri umani. Il problema in questi casi, vista l’insufficienza dei dati a disposizione, è stabilire da quanto.

La presenza in tutte le Americhe di insediamenti umani antecedenti i 14.500 anni fa, rafforza la teoria che il corridoio agibile tra il ghiacciaio Laurentide e la calotta di ghiaccio della Cordigliera non sia stata l’unica via di accesso alle migrazioni verso l’America, anche perché questa pista si è aperta un pò più tardi di 14.000 anni fa. La strada alternativa più probabile è quella via mare lungo la costa occidentale, percorribile già dai 2.000 ai 3.000 anni prima. Questo modello prevede che il ramo dei nativi americani del Sud si diversificò rapidamente in tre gruppi regionali: Nord, Sud e Centro America.

Una variante di questo scenario ammette la presenza di esseri umani nelle Americhe addirittura durante l’ultimo evento glaciale tra 20.000 e 30.000 anni fa. Esiste poi un ristretto numero di archeologi che sostiene che la presenza dell’uomo nei continenti americani si spinga ancora più lontano nella profondità del tempo, addirittura a 130.000 anni fa. La “prova” di questa ardita affermazione risiede nei resti di un mastodonte individuato in un sito californiano. Secondo uno studio pubblicato nel 2017 questi resti presenterebbero segni inequivocabili di macellazione e quindi di presenza umana. Se questa teoria si rivelasse esatta però gli uomini che popolavano in quel lontanissimo passato le Americhe appartenevano ad Homo Erectus in quanto si ritiene che Homo Sapiens non migrò fuori dall’Africa prima di 80.000 anni fa.

Questa teoria è contestata però dalla maggior parte dei ricercatori sia per una possibile errata interpretazione dei segni che indicherebbero la macellazione del mastodonte sia perché non c’è traccia genetica di un possibile contributo di Homo Erectus nel popolamento delle Americhe. Tutte queste teorie tra loro contrastanti dimostrano quanto sia complesso ricostruire l’avventurosa storia del popolamento delle Americhe basandosi su reperti archeologici e genetici che presentano molte lacune. Con il continuo progresso della ricerca genetica le prospettive per sciogliere alcuni nodi di questo rebus antropologico sono sempre più vicini.

Fonti:

Le Scienze, luglio 2021, ed. cartacea

alcune voci di Wikipedia

Natale Seremia

Appassionato da sempre di storia e scienza. Divoratore seriale di libri. Blogger di divulgazione scientifica e storica per diletto. Diversamente giovane. Detesto complottisti e fomentatori di fake news e come diceva il buon Albert: "Solo due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana, riguardo l’universo ho ancora dei dubbi."

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