Morire di caldo

Quante volte nel corso di estati particolarmente roventi o sotto l’effetto di quelle che vengono definite “ondate o gabbie di calore” abbiamo usato l’espressione “muoio di caldo”. Purtroppo non si tratta soltanto di un’espressione metaforica per indicare un caldo particolarmente intenso, ogni anno, decine di migliaia di persone in tutto il mondo muoiono in seguito ad eventi estremi di calore.

Nello scorso mese di giugno il Canada è stato investito da una gabbia di calore di eccezionale intensità, tanto che nella città di Vancouver la colonnina ha raggiunto i 49° centigradi. In un mondo non interessato dai cambiamenti climatici in corso, un evento del genere sarebbe accaduto una volta ogni 150.000 anni. Nella situazione attuale, in larga misura causata dalle attività umane, le probabilità sono crollate ad uno ogni 1.500 anni e se il riscaldamento globale continuerà a questo ritmo, prima della fine di questo secolo, le gabbie di calore colpiranno una volta ogni 5-10 anni.

Ci sono diverse definizioni, tutto sommato abbastanza simili, di cosa sia un’ondata di calore. Secondo il Ministero della Salute italiano: «Le ondate di calore si verificano quando si registrano temperature molto elevate per più giorni consecutivi, spesso associate a tassi elevati di umidità, forte irraggiamento solare e assenza di ventilazione». Si tratta della condizione che si sta verificando in questi giorni nel nostro paese, soprattutto nel Mezzogiorno e nelle aree interne del centro-nord.

Se affrontiamo il problema delle ondate di calore sotto il profilo della salute umana occorre tener conto anche di altri fattori quali la temperatura notturna ed altri ancora. Il nostro corpo è fatto per funzionare ad una temperatura di 37°. I problemi insorgono quando fa così caldo che non riusciamo a disperdere calore abbastanza in fretta per mantenerla. Temperature estreme possono provocare un malfunzionamento degli enzimi, proteine che favoriscono o accelerano determinate reazioni chimiche, così come degli organi interni, a partire da reni, cuore e cervello. Il nostro corpo si difende dall’eccesso di umidità attraverso il sudore che disperde una parte del calore del nostro corpo all’esterno.

Quale è la temperatura limite oltre la quale la nostra salute corre rischi piuttosto seri? In realtà questo limite è variabile e dipende da diversi fattori e non soltanto dai gradi centigradi. Se per esempio il Sole è alto nel cielo, non c’è vento e l’umidità è al 50%, si arriva al “limite” quando il termometro tradizionale segna circa 42 °C, mentre se l’aria è secca e non c’è umidità ci si arriva a 54 °C. 

Fino ad oggi mancavano studi sul collegamento che leghi quantitativamente l’aumento di temperatura degli ultimi decenni ai danni sanitari inferti in modo diretto o indiretto dalle ondate di calore. A riempire questo vuoto ci ha pensato uno studio dell’Università di Berna pubblicato recentemente su “Nature Climate Change” che ha tratteggiato un quadro globale sull’effetto più grave dei danni sanitari inferti dal riscaldamento globale, ovvero la mortalità.

I ricercatori hanno creato un data base di informazioni meteo-climatiche e sanitarie di ben 732 città in 43 paesi del mondo, in un arco temporale che va dal 1991 al 2018. Poi città per città hanno individuato le funzioni di risposta all’esposizione termica in termini di mortalità nei quattro mesi più caldi dell’anno. Infine hanno usato queste funzioni per stimare la mortalità nelle città considerate in base a due differenti scenari: uno realistico sulla base del riscaldamento recente ed uno “immaginario” al netto del riscaldamento globale prodotto dall’uomo.

Il risultato ottenuto è inquietante circa il 37% della mortalità sarebbe da attribuire direttamente o indirettamente agli effetti del riscaldamento recente di origine umana. Il livello di mortalità leggermente accentuato nei paesi meno sviluppati ha comunque un impatto considerevole anche in Europa e nell’Occidente industrializzato in generale. Il data base è ancora largamente incompleto perché mancano i dati di tutte le città africane (ad eccezione di quelle del Sud Africa) e di molte di quelle asiatiche, questo fa immaginare che il tasso di mortalità individuato dai ricercatori svizzeri sia ampiamente sotto stimato.

Fonti:

Le Scienze, agosto 2021, ed. cartacea

focus.it

Natale Seremia

Appassionato da sempre di storia e scienza. Divoratore seriale di libri. Blogger di divulgazione scientifica e storica per diletto. Diversamente giovane. Detesto complottisti e fomentatori di fake news e come diceva il buon Albert: "Solo due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana, riguardo l’universo ho ancora dei dubbi."

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