Il tesoro della SS Central America

Siamo a metà del Diciannovesimo secolo ed il piroscafo SS Central America fa regolare servizio tra l’America Centrale e la costa orientale degli Stati Uniti. Il 3 settembre 1857 la nave salpa dal porto di Colon con destinazione New York, sotto il comando del capitano William Lewis Herndon. Non ci arriverà mai.

Il 9 settembre a nord dell’isola di Cuba il piroscafo a vapore lungo 83 metri e con 600 persone tra equipaggio e passeggeri a bordo incappa in un violento uragano. I venti soffiano a 180 km orari e strappano le vele del piroscafo che inizia ad imbarcare acqua. Come se non bastasse una caldaia smette di funzionare e le pompe di sentina non riescono ad espellere tutta l’acqua che penetra nello scafo. La nave va alla deriva.

La situazione si fa disperata ma il 12 settembre due navi avvistano il Central America. Il capitano Herndon decide allora di tentare di salvare le donne e i bambini, che vengono caricati sulle scialuppe di salvataggio insieme ad un pugno di marinai. Centocinquantatré persone riusciranno così a salvarsi, mentre per il piroscafo non c’è più niente da fare.

Intorno alle venti di quella tragica sera la nave affonda e 425 uomini periscono tra i flutti compreso l’esperto e coraggioso capitano. Quel drammatico evento avrebbe potuto essere collocato tra i numerosi naufragi in cui incorrevano le navi dell’epoca in quella zona del mondo flagellata da tempeste di inusitata violenza, se non che la Central America trasportava un vero e proprio tesoro.

Al momento del naufragio, infatti la nave trasportava un carico d’oro valutato circa due milioni di dollari statunitensi dell’epoca (una cifra equivalente a circa 300 milioni di dollari odierni). Era il frutto delle fatiche di molti minatori che si erano arricchiti in California nella corsa all’oro. Il disastro colpì duramente la fiducia degli investitori e peggiorò la crisi finanziaria degli anni ’50 del XIX secolo.

Del relitto della Central America non si parlò più per oltre un secolo ed esattamente fino al 1988. In quell’anno un giovane ingegnere Tommy Gregory Thompson, dopo molte ricerche, l’11 settembre localizzò il piroscafo mediante l’uso della teoria della ricerca bayesiana e di un veicolo a distanza (ROV).

Una considerevole quantità di oro e di artefatti fu riportata in superficie da questo veicolo, battezzato NEMO, ideato e costruito appositamente da Thompson. Immediatamente trentanove compagnie assicurative fecero causa agli scopritori, richiedendo una parte dei  profitti perché, a suo tempo, avevano pagato i danni per l’oro perduto. Dopo una lunga battaglia legale nel 1996 il 92% dell’oro recuperato fu assegnato al team di ricerca.

Ma i guai per Thompson erano appena all’inizio. Due dei circa 160 finanziatori che avevano sostenuto la sua impresa di recupero del tesoro della SS Central America lo trascinarono in tribunale nel 2000 accusandolo di vendere segretamente parte dell’oro e di conservare i profitti per se stesso. Quando un giudice federale ordinò a Thompson di comparire nel 2012, Thompson non solo non si presentò ma scomparve nel nulla.

Nel 2013, il tribunale distrettuale degli Stati Uniti per il distretto meridionale dell’Ohio emette un mandato di arresto per condanna civile per Thompson per la sua mancata comparizione. Nel 2014, lo stesso tribunale emette anche un ulteriore mandato di arresto per Thompson per reato penale.

I marshall statunitensi individuano e arrestano Thompson nel 2015 in un hotel di West Palm Beach, in Florida, insieme alla sua fidanzata Alison Louise Antekeier. Nel novembre 2018 Thompson ha accettato di restituire 500 monete d’oro; ma poi ha affermato di non ricordare più dove le aveva nascoste.

L’ex giovane ingegnere che aveva individuato e recuperato una parte del tesoro conservato dal relitto della SS Central America ha ingaggiato una dura battaglia legale per recuperare la libertà, molti sospettano che abbia conservato in conti off-shore l’ingente ricavato della vendita di una parte significativa del tesoro recuperato e che intenda “godersi” questa fortuna una volta tornato in libertà.

Natale Seremia

Appassionato da sempre di storia e scienza. Divoratore seriale di libri. Blogger di divulgazione scientifica e storica per diletto. Diversamente giovane. Detesto complottisti e fomentatori di fake news e come diceva il buon Albert: "Solo due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana, riguardo l’universo ho ancora dei dubbi."

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