I crani “parlanti”

Negli ultimi all’interno della paleontologia è in forte sviluppo una branca specifica definita paleoneurologia, lo studio delle forme, delle dimensioni e delle possibili funzioni di cervelli ormai estinti.

Un campo di studi che si basa essenzialmente sull’analisi dei calchi endocranici (endocast), l’impronta che l’encefalo lascia all’interno della scatola cranica. Un recente lavoro pubblicato su “Science” ad opera di un folto gruppo di ricercatori coordinati da due pionieri della paleoneurologia, Marcia Ponce de Leon e Cristoph Zollikfofer dell’Università di Zurigo, ha portato alla luce alcune interessanti differenze di cervelli ormai estinti.

Lo studio si è avvalso di tecniche che combinano il digital imaging con nuove analisi morfologiche che Ponce de Leon e Zollikofer ormai utilizzano da diversi anni. I cervelli dei nostri antenati per la loro composizione ovviamente non si conservano ma le loro strutture cerebrali possono essere dedotte dall’impronta che circonvoluzioni e solchi lasciano sulla superficie endocranica dei fossili.

Le caratteristiche di questi endocast si possono studiare con tecniche digitali. Il nuovo studio si è concentrato sulla regione frontale di fossili umani del genere Homo vissuti circa 2 milioni di anni fa. I reperti esaminati si riferiscono sia alle specie cosiddette Early Homo che alle specie più derivate di Homo Erectus, antecedenti la comparsa della moderna morfologia degli Homo Sapiens.

Lo studio è partito dall’analisi dei fossili trovati a Dmanisi, in Georgia, tra il 1991 ed il 2005. Vista la datazione effettuata a 1,8 milioni di anni fa, l’Homo georgicus potrebbe essere stata una specie separata di homo, precedente all’Homo erectus, e rappresenterebbe il più antico stadio di presenza umana nel Caucaso. Successivamente furono rinvenuti quattro scheletri, che mostravano caratteristiche primitive nel teschio e nella parte superiore del corpo, ma con spine dorsali ed arti inferiori relativamente avanzati.

La morfologia esterna dei crani ha mostrato caratteristiche simili alle forme più arcaiche del genere Homo con anche tratti da Australopithecus. Più in generale gli autori dello studio hanno registrato una netta differenza fra due tipologie umane arcaiche: gli Early Homo, inclusi di fossili di Dmanisi e le forme successive dello stesso genere, riconducibili all’Homo Erectus o ancora di più ad endocast tipici dei Neanderthal e perfino dei Sapiens.

Questo convincimento si è basato non soltanto dalla forma complessiva dell’encefalo ma anche dalla posizione del solco cerebrale chiamato “precentrale” rispetto alla posizione della struttura coronale. Questa posizione indica l’espansione dell’intera regione frontale, con evidenti significati funzionali in termini di capacità associative.

Si tratta di un passaggio che ha rilevanti implicazioni sull’evoluzione di forme avanzate di cognizione sociale e sulla capacità di produrre e utilizzare manufatti del Paleolitico. Sono altresì una tappa fondamentale verso le potenzialità cognitive che si estrinsecano nell’uso del linguaggio proprio dell’Homo Sapiens.

Si tratta di un cambiamento fondamentale che si colloca circa 1,5 milioni di anni fa all’interno di quella transizione ormai ampiamente documentata tra il cosiddetto periodo Olduvaiano e quello Acheuleano.

Fonte:

Le Scienze, giugno 2021, ed. cartacea

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Natale Seremia

Appassionato da sempre di storia e scienza. Divoratore seriale di libri. Blogger di divulgazione scientifica e storica per diletto. Diversamente giovane. Detesto complottisti e fomentatori di fake news e come diceva il buon Albert: "Solo due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana, riguardo l’universo ho ancora dei dubbi."

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