SCIENZA & DINTORNI

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La teoria di Gaia e l’effetto domino

James Lovelock ha oggi ben 102 anni essendo nato il 19 luglio 1919 a Letchworth una cittadina dell’Inghilterra. Scienziato indipendente, ambientalista, scrittore è principalmente conosciuto per la teoria di Gaia che elaborò nel 1979 e che descrive il pianeta Terra, con tutte le sue funzioni, come un unico superorganismo.

Questa affascinante ipotesi, che fu co-sviluppata dalla micro biologa Lynn Margulis, sostiene che gli organismi viventi sulla Terra interagiscono con le componenti inorganiche circostanti per formare un complesso sistema sinergico e autoregolante che aiuta a mantenere e perpetuare le condizioni per la vita sul pianeta.

All’epoca questa teoria fu presa sul serio soltanto dalla NASA che chiese allo scienziato inglese di costruire sensori in grado di individuare vita extra terrestre. Lovelock, che era un chimico di formazione, fu tra i primi a delineare quella logica circolare di retroazioni negative di stabilizzazione e di retroazioni positive di trasformazione rapida che oggi è ritenuta alla base della scienza del clima e di tutti i sistemi complessi.

Lovelock aggiunse che un innesco di feedback positivi poteva scatenare una dinamica ecologica globale incontrollata. Un evento del genere è già accaduto sulla Terra circa due miliardi di anni fa, quando l’ossigeno prodotto dai primi organismi foto sintetizzatori, diffondendosi nell’atmosfera provocò un’estinzione di massa dando il via ad una nuova biosfera.

Sulla base di questo assunto, nei primi anni duemila, un anziano ma ancor brillante, Lovelock ipotizzò che la crisi ambientale ed il riscaldamento globale potessero generare dei “punti di non ritorno” estremamente pericolosi per la sopravvivenza della specie umana. Lovelock, anche per la sua battaglia a favore del nucleare come unica possibilità concreta di superare l’uso dei combustibili fossili e ridurre così i gas serra, si beccò del catastrofista.

Ma se il nostro pianeta probabilmente, nell’arco dei millenni, riuscirà a sfangarla, per il genere umano le cose sono molto più complicate e pericolose. Un recente studio pubblicato su “Nature” da esperti di integrazione “bio geochimica” del Max Planck Institut di Jena lancia un allarme che senza nuovi modelli interdisciplinari ed intelligenze artificiali più evolute, falliremo i 17 obiettivi di sviluppo sostenibile dell’ONU.

La causa sarebbe da imputare alle “cascate di eventi estremi” che generano disastrosi effetti domino. In un pianeta più caldo, con più energia in circolazione, gli eventi estremi non soltanto diventano più frequenti ma anche più interconnessi. Ci troviamo di fronte quindi non soltanto a rischi singoli, ma ad una rete di rischi interdipendenti che riguardano sia i sistemi naturali che quelli sociali.

Le pandemie sono uno degli esempi più classici. Questi eventi, come l’attuale pandemia di Covid19 che flagella il mondo da un anno e mezzo, sono il prodotto della devastazione degli ecosistemi e dello sfruttamento sconsiderato di animali, anche selvatici, portatori ed amplificatori di agenti patogeni.

Le carestie prolungate provocano invece conflitti e imponenti flussi migratori, con conseguente instabilità sociale che riduce la possibilità di incisive politiche ambientali finendo per favorire ulteriore siccità. Altri rischi globali sono la fusione del permafrost che rilascerà nell’atmosfera (lo sta già facendo) quantitativi enormi di gas serra o la riduzione dei ghiacciai che abbassa l’albedo terrestre.

Il messaggio è chiaro e forte, occorre intervenire in prevenzione adesso con ingenti risorse e lungimiranza politica, altrimenti Gaia, magari un po’ ammaccata sopravviverà, la razza umana no.

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