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Vietnam: la guerra sul campo

Oltre i bombardamenti aerei, oltre le incursioni degli elicotteri da combattimento la guerra sporca, in Vietnam si combatteva sul campo ed a pagarne il prezzo maggiore per gli Stati Uniti era la fanteria. La maggior parte del tempo i soldati americani andavano alla ricerca del contatto con il nemico.

Un paesaggio ingannevole

Era una ricerca che veniva effettuata a livello di battaglione, di compagnia o di semplice plotone. Per cinquantamila soldati americani la natura lussureggiante del paesaggio vietnamita divenne una pericolosa normalità: il verde brillante delle risaie, il verde più scuro dei palmeti, ragazzini che accompagnavano al pascolo bufali d’acqua, contadini che arrancavano con la pazienza di secoli dietro aratri di legno tirati dai buoi. Ed in questo clima apparentemente bucolico era tutt’altro che raro che dalla foresta ai margini delle risaie e dei campi, partissero improvvisi attacchi dei vietcong o di truppe regolari nord vietnamite.

Racconta un soldato americano: “Ricordo una terribile giornata capitataci. Stavamo avanzando per una valle strettissima di arbusti vari e ci attaccarono pesantemente: tesero un’imboscata a un plotone e tre uomini rimasero uccisi; io persi un ragazzo che aveva una Navy Cross. Pensammo: “Abbiamo l’artiglieria e il supporto aereo – basta che rimangano qui e sono nostri”. Ma non lo fecero. Quell’operazione non faceva parte di qualcosa di più grosso, eravamo solo io e la compagnia che attraversavamo il Paese a vedere che fosse tutto pulito – qualunque cosa significasse. Quanti di loro ne uccidemmo? Non lo so. Il quartier generale era furioso per la [scarsa] quantità di uccisioni“.

Il peso della guerra

I soldati dovevano trasportare durante queste missioni di ricognizione un peso non indifferente. Oltre al M16 o ad altra arma in dotazione, dovevano trasportare una cassetta d’acciaio per le munizioni, utilizzata per tenere all’asciutto carte e cose del genere; almeno otto caricatori e le pallottole con cui riempirli; quattro granate a frammentazione e due granate fumogene; quattro borracce d’acqua a testa, che per altro non erano mai sufficienti. Qualcuno portava ulteriori armi da fuoco come ad esempio una Colt e naturalmente le razioni alimentari, la cui quantità dipendeva da quanti giorni di missione erano programmati più un piccolo extra per eventuali imprevisti.

Questa vita dura fatta di marce estenuanti, portando un peso considerevole sulle spalle, era il modo migliore per perdere peso. Molti soldanti che all’inizio del loro periodo di ferma in Vietnam pesavano ottanta e più chili, dopo pochi mesi arrivavano a pesare anche meno di settanta chili.

Man mano che il plotone o la compagnia procedeva nella giungla i soldati si alleggerivano del peso non indispensabile ed anche delle munizioni che consideravano in eccesso. Contrariamente a quanto inculcato dalla copiosa filmografia sulla guerra del Vietnam quasi nessuno si avvolgeva il corpo con i cinturoni delle mitragliatrici M60, perché le pallottole esposte si insudiciavano e tendevano a incepparsi. L’ambiente ostile metteva a dura prova gli uomini.

Le fatiche della ricognizione

Scriveva alla moglie il capitano Chuck Reindenlaugh: «Non c’è un solo angolo di terra meno adatto per una guerra convenzionale… Acqua melmosa in cui si affonda fino alle ginocchia; alberi e sottobosco così fittamente intrecciati che in molte parti il corpo di un uomo non riesce a passare; alberi giganti il cui intrico di rami superiori tiene il suolo in una costante penombra»

I soldati cresciuti nell’America rurale se la cavavano un po’ meglio di quelli cresciuti nelle città, per quest’ultimi camminare su sentieri praticamente inesistenti con il rischio di inciampare in una delle innumerevoli trappole esplosive piazzate dai vietcong era altamente snervante oltre che faticoso.

La visibilità in quell’oceano verde poteva ridursi a poco più di un metro ed era indispensabile non perdere il contatto visivo con chi ti precedeva pena il rischio concreto di smarrirsi. Non era raro che la compagnia o il plotone in ricognizione doveva arrestarsi e cercare di rintracciare il soldato che aveva perso il contatto sperando di trovarlo prima del nemico.

“Velocità di crociera”

Era quasi impossibile per gli americani muoversi in silenzio nella fitta boscaglia e fare rumore era il modo migliore per attrarre le “attenzioni” del nemico. Quando poi c’era la necessità di spostarsi velocemente la cacofonia prodotta era degna di un branco di elefanti in movimento.

In territorio ostile il soldato di punta poteva fare un passo soltanto ogni 5 o 6 secondi, il che voleva dire coprire circa 300 metri in un’ora. Una pattuglia che intendeva ridurre al minimo la possibilità di essere avvistata dal nemico poteva metterci una giornata intera per fare un chilometro e mezzo, con gli uomini in coda incaricati di cancellare le impronte lasciate dalla colonna.

Ogni ora circa gli operatori radio fornivano i rapporti di posizione nelle ricetrasmittenti PRC-10, successivamente sostituite dai PRC-25. Mappa e bussola spesso non erano sufficienti per orientarsi in modo affidabile. Il soldato di punta aveva la sola funzione di avanzare per controllare la presenza nemica, erano i due o tre che lo seguivano ad adoperare il machete per ampliare i punti più folti ed intricati della giungla.

Posizioni

Contrariamente a quanto si può supporre il soldato di punta, in caso di imboscate, aveva maggiori probabilità di sopravvivere all’impatto con il nemico. Lo spazio tra un uomo e l’altro doveva essere di almeno quatto o cinque metri, specialmente nelle aree zeppe di trappole esplosive: stare ammassati significava moltiplicare mutilazioni e morti. Era raro che si entrasse in azione dalla metà di una colonna, il che lo rendeva il posto più sicuro ed ambito di tutto il plotone o la compagnia. Stare in coda era altrettanto rischioso che stare di punta – l’uomo di retroguardia aveva il compito di evitare la sorpresa di un attacco nemico alle spalle.

La notte vedeva gli uomini impegnati a scavare le buche dove acquattarsi in attesa del nuovo giorno, assediati da fameliche zanzare ed oppressi da una spaventosa umidità. È difficile descrivere e quantificare lo stress che si provava in perlustrazione, in cui giorni di scomodità, sporcizia, fatica e apprensione potevano concludersi con un’imboscata del nemico.

Fatica e stress

Umidità, insetti, sanguisughe, stanchezza, sporcizia erano tutti elementi debilitanti che mettevano a dura prova i soldati americani. Le trappole esplosive si riusciva a individuarle meglio il mattino presto, quando le truppe erano più riposate. Il momento più pericoloso veniva nel tardo pomeriggio, quando gli uomini erano sporchi, affamati, pieni di punture di insetto, stufi di inerpicarsi sulle colline, di attraversare paludi. A questo punto si cambiavano gli uomini di punta con fanti meno stremati nella speranza che una maggiore attenzione potesse servire ad evitare le trappole vietnamite.

L’appoggio tattico dell’aviazione e dell’artiglieria era l’unico elemento in grado di tranquillizzare sia pure parzialmente un contingente americano sorpreso da forze nemiche invisibili e talvolta soverchianti.

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Fonti:

Vietnam, una tragedia epica di M. Hastings

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