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La guerra del Peloponneso: irrompe un’epidemia! Ep. 2

Nell’articolo “Le origini della Guerra del Peloponneso – Ep. 1” abbiamo tracciato brevemente le cause che daranno il la, alla trentennale guerra tra Sparta ed Atene. Nel 430 a.e.v. gli spartani invasero nuovamente l’Attica mentre Pericle partiva con la flotta e quattromila opliti alla conquista di Epidauro.

Profughi e peste

Nel maggio di quell’anno però un nuovo, temibile e letale giocatore diverrà macabro protagonista della guerra civile greca. In seguito alle devastazioni delle campagne dell’Attica da parte degli Spartani, un’enorme massa di profughi iniziò a cercare scampo in Atene. Ben presto iniziarono a svilupparsi i primi casi di un morbo dall’alta letalità.

E quanto più gli ateniesi si ammassavano in uno spazio relativamente ristretto, tanto più marcata era la differenza che l’azione della pestilenza esercitava su di essi rispetto agli invasori della Lega del Peloponneso guidati da re spartano Archidamo III, in grado di muoversi sparpagliati e di nutrirsi saccheggiando le campagne dell’Attica.

Così scrive Tucidide, la nostra principale fonte sulle guerre del Peloponneso:

Per tutto il tempo che i Peloponnesi rimasero nell’Attica e gli ateniesi fecero la spedizione navale, l’epidemia infieriva sugli ateniesi in città e nell’esercito; tanto che si disse che i Peloponnesi, per paura dell’epidemia – poiché venivano informati dai disertori, che essa aveva fatto la sua comparsa nella città e nello stesso tempo si accorgevano dei funerali – si fossero affrettati a lasciare l’Attica. La durata di questa invasione fu più lunga, e devastarono tutto il paese. Si trattennero infatti nell’Attica circa quaranta giorni.

Le cause del morbo

La lunga campagna militare degli spartani fu resa possibile dall’infuriare della peste in Atene, che lambì solo molto marginalmente altre zone contigue della città e non interessò l’esercito invasore. Di sicuro l’ammassamento sociale verificatosi entro le mura ateniesi e, al contempo, il distanziamento rispetto a tutto il resto della popolazione greca, devono aver contribuito a limitare la diffusione dell’epidemia solo all’interno della città, dove la micidiale miscela di caldo torrido, acque stagnanti, insetti, cibi andati a male, fogne intasate, carogne abbandonate in strada e promiscuità degli abitanti ha costituito l’habitat naturale del morbo.

La provenienza del patogeno

Ma da dove proveniva la peste? Sempre secondo Tucidide il morbo era stato “importato” dall’Africa. Si tratta di un’ipotesi verosimile, in quegli anni, infatti, Atene era il centro di un complesso e sostenuto mondo di scambi e traffici commerciali che aveva nelle basi africane e nell’Asia Minore i principali punti di riferimento.

I collegamenti tra il porto del Pireo e le foci del Nilo erano frequenti e intensi, ed è altamente probabile che da più d’una nave ormeggiata nel grande porto di Atene sia arrivato l’ospite, uomo o animale, portatore dell’agente patogeno.

Ma era davvero peste?

Ma si trattò veramente di peste, la malattia che infierì duramente in Atene nell’anno 430 avanti l’era volgare? Oggi siamo certi di una cosa, che in realtà non si trattava di peste. Dai sintomi descritti da Tucidide, anch’esso colpito da questo morbo, si trattava di una malattia che aggrediva sia l’apparato respiratorio che quello gastrointestinale.

Questo fa pensare che si trattasse di tifo ed è questa l’opinione prevalente attualmente tra gli studiosi circa la natura dell’epidemia che sconvolse Atene. La tesi è supportata dai risultati dello studio del DNA su alcuni denti rinvenuti in una fossa comune scavata negli anni Novanta del XX secolo e contenente i corpi di duecentoquaranta persone, di cui una decina bambini, accanto al cimitero del Ceramico di Atene.

Tifo o febbre emorragica?

Per contro alcune descrizioni di Tucidide mettono in dubbio la tesi legata al tifo. Lo storico greco infatti parla esplicitamente della scomparsa di tutti gli uccelli e di altri animali, come i cani randagi, che si erano cibati di cadaveri infetti. Ora è noto che gli animali necrofori non subiscono le infezioni da tifo. Inoltre Tucidide afferma che si ammalavano anche coloro che cercavano di prendersi cura dei malati.

Ed ecco che spunta la tesi che invece che tifo possa essersi trattato di una qualche febbre emorragica, magari precorritrice dell’Ebola, considerando che proveniva dall’Africa. Spesso le febbri emorragiche virali provocano la morte entro l’ottavo giorno, ed è quello che sembra evincersi dal resoconto di Tucidide. A questa ipotesi farebbe pensare anche la descrizione dei sintomi contenuta in De rerum natura scritto da Tito Lucrezio Caro, vissuto circa tre secoli dopo quel drammatico 430 a.e.v.

Il dramma degli ateniesi

Non possiamo essere sicuri ancora oggi sull’effettiva natura del morbo che decimò la popolazione ateniese in quell’anno di guerra, che si sia trattato di tifo, di febbre emorragica o ancora di vaiolo, di febbre gialla o di un organismo ormai estinto quello è certo che Pericle si trovò in grave difficoltà e che una buona parte dei cittadini ateniesi lo considerava responsabile della sciagura che si era abbattuta sulla loro città.

Lo scoramento che afflisse gli ateniesi è ancora una volta ben descritto da Tucidide: “In quell’epoca non si verificò accanto alla peste alcun’altra affezione di tipo ordinario: e se pure si presentava, si trasformava in peste. I malati morivano in parte per mancanza di cure, ma ne morivano anche nonostante la più scrupolosa assistenza. Non si trovò, possiamo dire, assolutamente nessun farmaco di effetto sicuro. Quello stesso che in un caso si rivelava salutare, in un altro era nocivo. Nessuna costituzione, più o meno forte o debole, poteva opporre alcun mezzo di difesa al male, che portava via tutti senza distinzione, con qualunque trattamento si provasse a curarli. L’effetto più tremendo di questa calamità era lo scoramento, quando ci si accorgeva di essere colpiti (abbandonavano subito ogni speranza, si ritenevano senz’altro spacciati, e non opponevano nessuna resistenza al male); e il fatto che, curandosi a vicenda, morivano di contagio, come avviene tra le bestie. Era appunto al contagio che si doveva la più intensa mortalità. Quelli che per paura evitavano i contatti morivano in solitudine (e molte famiglie furono spazzate via perché nessuno volle fare loro da infermiere). Quelli che non li evitavano vi rimettevano la vita: specie coloro che tenevano a mostrare una certa nobiltà di sentimenti. Spronati dal senso dell’onore essi arrischiavano la propria esistenza visitando gli amici; mentre invece perfino i familiari, alla fine, oppressi ed esauriti dall’orrore del male, arrivavano a trascurare perfino le lamentazioni dei propri morti. Ad ogni modo maggiore pietà di questi familiari mostravano, verso chi moriva e chi lottava col male, coloro che ne erano scampati, per l’esperienza fatta, e perché ormai si sentivano al sicuro. Giacché il male non tornava una seconda volta: o almeno non tornava con esito letale. Gli altri li consideravano felici: ed essi stessi nell’esaltazione del momento si abbandonavano senza riflettere alla vaga speranza che anche per l’avvenire nessun’altra malattia se li sarebbe mai più portati via“.

Fonti:

alcune voci di Wikipedia

“Epidemie e guerre che hanno cambiato il corso della storia” di G. Breccia e A. Frediani

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