SCIENZA & DINTORNI

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La leggenda del Piave

Giovanni Ermete Gaeta nasce il 5 maggio 1884 in una famiglia modesta, per non dire povera di Napoli, in un basso di Vico Tutti i Santi, a ridosso della Parrocchia S. Maria di Tutti i Santi, in uno dei quartieri più popolari della città.

Un’infanzia difficile

Il padre era un barbiere, il retrobottega della barberia era tutta la loro casa, la madre una casalinga. In quell’ambiente angusto viveva con il fratello Ciccillo, le sorelle Agata e Anna, lui, la madre ed il padre. In altre due piccole stanzette, tre zie ed uno zio. Le condizioni della famiglia non gli permisero di completare il corso di studi nautici e ben presto si impegnò ad aiutare il padre nel negozio di barbiere.

Il suo incontro con la musica fu del tutto casuale. Un giorno un cliente dimenticò nella sala d’attesa un mandolino che non fu più reclamato. Giovanni allora si procurò il metodo Sonzogno per autodidatta e cominciò a studiare musica. Quando le Regie Poste indissero un concorso partecipò e vinse, ma il giorno che un noto maestro musicale a contratto con Casa Ricordi andò a fare una raccomandata approfittò per dargli una canzone.

La leggenda del Piave

La canzone piacque e segnò l’inizio di una prolifica carriera di autore di canzoni, di cui curava sia i testi che la musica. Nel 1904 assunse lo pseudonimo di E.A. Mario con cui firmerà centinaia di pezzi. Allo scoppio della guerra Giovanni che aveva trentun anni fu esonerato perché quarto figlio di madre vedova, ma sentiva il richiamo del fronte e si fece assegnare al servizio dei treni postali, che recapitavano le lettere ai soldati in prima linea.

Ed è nella notte tra il 23 e 24 giugno 1918 che assistito dall’inseparabile mandolino e da una caffettiera colma di caffè scrive la sua canzone più famosa: La leggenda del Piave. Era da poco terminata la battaglia del solstizio o seconda battaglia del Piave che al termine di una spaventosa carneficina che costò agli austriaci circa 120.000 morti ed all’Italia quasi 90.000 vide la vittoria di quest’ultima.

La piena del fiume Piave che travolgeva i nemici ispirò i primi versi della canzone. Rievocavano l’inizio della guerra nel 1915: “Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio / dei primi fanti il ventiquattro maggio”. E il Piave chiude ciascuna delle tre strofe e della quarta, aggiunta dopo al semplice e marziale brano in fa maggiore. Il successo di questa canzone tra i fanti italiani fu strepitoso, tanto che lo stesso Armando Diaz si complimentò con l’autore, attraverso un telegramma che recitava: “Mario, la vostra Leggenda del Piave al fronte è più di un generale!”.

La consacrazione della canzone

La canzone fu presentata ufficialmente  nel settembre del ’18 in un piccolo teatro cittadino di Napoli. Cantò un’artista lombarda, Gina De Chamery, piuttosto in carne e con un timbro vocale eccessivamente nasale, che fu accompagnata in coro da tutti i soldati presenti in platea che già conoscevano il brano.

La consacrazione arrivò a Roma  tre anni dopo, con la cerimonia di tumulazione del Milite Ignoto all’Altare della Patria. La banda dei Carabinieri attaccò La leggenda del Piave e il re, che non aveva mai ascoltato la canzone, s’incuriosì e decise di informarsi sul brano e sull’autore. Ci vollero diversi giorni per rintracciare l’impiegato postale e spedirlo in udienza al Quirinale. Finito il colloquio, Vittorio Emanuele III gli porse un pacchetto che conteneva le insegne di Commendatore della Corona d’Italia che il sovrano gli concedeva motu proprio.

Una vita alle Poste

Curiosamente E.A. Mario fu licenziato dalle Poste per “scarso rendimento” e per le frequenti assenze non giustificate. Successivamente, accertato che Giovanni Gaeta altri non era che il celebre E. A. Mario, fu reintegrato perché tutti erano orgogliosi di lui. E nell’amministrazione postale continuò a lavorare per tutta la vita.

E.A. Mario avrebbe potuto arricchirsi con i soli diritti de “La leggenda del Piave” ma essi gli furono negati perché, considerata “inno ufficiale“, ne diveniva proprietario lo Stato. Solo dopo una causa ventennale contro la SIAE  ottenne l’indennizzo, ma non gli fu erogato perché intanto era scoppiata l’altra guerra. Quei soldi arrivarono quando la svalutazione della lira li aveva ridotti a una miseria.

Dopo aver scritto circa 2.000 canzoni e segnato profondamente soprattutto la canzone napoletana, E.A. Mario morì all’età di 77 anni, il 24 giugno 1961 sempre nella sua amata Napoli.

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