SCIENZA & DINTORNI

Blog di divulgazione storica e scientifica

STRANA SERA D’ AUTUNNO

Pubblichiamo la prima parte di un racconto scritto dalla nostra Francesca Rita Rombolà. La conclusione nei prossimi giorni.

Stava scendendo la sera, un po’ brumosa un po’ frizzante nella sua aria di metà ottobre. Fabio abbassò il volume della musica e guardò nello specchietto retrovisore, solo qualche attimo, così, in una specie di gesto istintivo. Guidava con calma e senza fretta ma in modo piuttosto sostenuto. “Anche per oggi è andata, ma di nuovo con un buco nell’acqua” pensò. E pensò anche che ormai forse era inutile continuare ad aggirarsi quasi, in quei posti solitari e ancora un tantino selvatici, alla ricerca di una location adatta alla sceneggiatura del suo prossimo film.

Fabio Contini, regista di cinema: piuttosto famoso, amato e odiato allo stesso tempo da critici del cinema, attori e attrici, produttori cinematografici, fans di ogni età, ammiratori e denigratori, piuttosto controverso nelle sue performances pubbliche e private quanto eccentrico, ma alla fin fine maledettamente bravo dietro la macchina da presa che considerava una sorta di “occhio segreto” per, catturare la realtà e soprattutto un qualcosa di impalpabile e di indeterminato che, a detta del suo “sesto senso” artistico, sta sempre e comunque dietro o oltre la realtà, e per raccontare storie. Storie diverse e di ogni tipo. Da qualche settimana aveva “mollato” la grande città e la sua vita frenetica, e se ne andava in giro alla guida della sua jeep Suzuki Samurai verde acido in posti di campagna dove la natura era ancora, in un certo senso, sovrana, spesso desolati, spesso spopolati, per trovare luoghi “speciali e singolari”, soleva affermare, dove girare un film “rivoluzionario”, terribile, sublime e forte come un pugno nello stomaco che potesse dargli, forse chissà?, la consacrazione definitiva ad una grande e brillante carriera, o meglio, l’ennesima conferma della sua bravura di regista indifferente, in fondo, a tutti e a tutto.

Oh aveva pensato ad un thriller con un poco di giallo, macchiato di noir e che magari facesse anche l’occhiolino all’horror. Una cosa classica eppure allo stesso tempo nuova, la cui novità avrebbe dovuto consistere, perché no?, nel mix di generi che si proponevano alla sua immaginazione fervida nella forma di carta vincente.

“Una cosa con pochi attori, tre o quattro al massimo, girata principalmente in esterni e sfruttando al massimo la luminosità e alternata all’ombra nelle varie ore della giornata e della notte. Una cosa poco costosa, in fondo, con un budget minimo che non peserà sulle spalle di nessuno, produzione compresa” Continuava a pensare Fabio Contini anche in quel momento, alla guida solitaria di una delle sue auto, su una strada altrettanto solitaria, in prossimità del crepuscolo serale di un giorno d’autunno non ancora inoltrato.

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Adesso che il volume era stato abbassato, la musica dei King Crimson, il brano “Red”, si diffondeva nell’auto come un suono graffiante, un suono e lontano, forse proveniente da dimensioni sconosciute e indescrivibili. C’erano nuvole in cielo, grosse nuvole grigie con ampi squarci centrali che lasciavano intravedere, per un breve tempo, un cielo azzurrino e dei riflessi marcati di un rosso vagamente porpora. Furono gli ultimi sprazzi del tramonto. Il sole si inabissò di colpo. Il lungo crepuscolo gemette in modo impercettibile, e si fece largo la prima oscurità della sera.

Non c’erano luci artificiali intorno, luci di abitazioni sparse per la campagna o di centri abitati vicini o in lontananza; la lunghezza dei fari della jeep Suzuki illuminava la strada davanti a sé: una strada a tratti un poco ampia, a tratti più stretta, a tratti nuda, a tratti con grandi alberi ai bordi, ritti o piegati come giganti indefiniti, e proseguiva macinando i metri e i chilometri.

Fabio continuava a pensare: alla giornata andata a vuoto, alla difficoltà che stava trovando per la location del film, al progetto, di sicuro ambizioso, che si proponeva di realizzare. Perché se ne andava in giro in posti lontani dalla civiltà e dalla vita cittadina? Non sarebbe stato più semplice “creare artificialmente” o adattare il set del film in studio o negli esterni di cui si servivano normalmente i vari studios?

“Sì, sarebbe stato tutto semplice e lineare, ma tutto banalmente scontato, ripetitivo, noioso. Io adesso sono alla ricerca artistica del nuovo, del diverso, dell’emozionante, dello stimolante e dello sperimentale. Ad un certo punto della sua carriera, un regista cinematografico non si accontenta più dei set di cartapesta; cerca il naturale, il vivo, il reale, l’immediato, lo spontaneo, l’incantamento … E’ normale. Dopotutto è normale”. Uno scroscio improvviso di pioggia investì il parabrezza e batté sui vetri anteriori della macchina. Quasi in contemporanea un tuono eruppe dall’oscurità del cielo insieme al bagliore di un fulmine che sinistramente ferì l’orizzonte. << Oh cavolo … accidenti, ma da dove viene fuori all’improvviso la pioggia?! … >>. Imprecò Fabio azionando subito i tergicristalli. << Sembravano soltanto nuvole innocue e immote. Se premo l’acceleratore a tavoletta, forse sarò in città in un’ora circa. Sì, devo farcela. Voglio essere a casa questa notte, con un bicchiere di bourbon in mano, un libro e della musica classica. Via su! >>. E premette a tavoletta sull’acceleratore. L’auto schizzò via sotto la pioggia molto forte, con i fari abbaglianti che illuminavano solo buio e fendevano una nebbia ancora sottile che iniziava ad avvolgere l’oscurità. Non illuminavano né un cartello di centro abitato né segnaletica stradale, fendevano solamente il buio davanti a sé, e correvano; correvano con la velocità dei fulmini che in alto colpivano il cielo.

<< Non capisco dove mi trovo. Verso dove sto andando?! … >>. Esclamò di nuovo Fabio. E intanto si avvide che il Gps dell’auto aveva smesso di funzionare e, nonostante i suoi tentativi di rimetterlo in funzione, era come se fosse andato definitivamente. Allora accese lo smartphone che stava sul sedile accanto a sé, o meglio, provò ad accenderlo ripetutamente. Ma quello non si accese. Sembrò andato definitivamente al pari del Gps. << Oh no! Ma che gli è preso ad entrambi? Cosa sta succedendo!? >>. Non finì di imprecare a voce alta che il motore della macchina si spense, ed egli fu costretto a frenare bruscamente uscendo fuori strada.

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Girò la chiave, provò ad accendere più volte. Ma nulla. La macchina non volle o non riuscì a ripartire. << Cosa?! … Ma è assurdo. Dai parti, parti. >>. Incitava Fabio, quasi la macchina fosse un essere animato in grado di sentire e di comprendere le sue parole.

Dopo innumerevoli tentativi si accasciò sul volante e chiuse gli occhi per qualche secondo. Il silenzio sembrava un artiglio pronto a colpire qualunque cosa, animata o inanimata, se non fosse stato per il rumore della pioggia divenuto ora costante e modulato, segno forse che era diminuita o stava diminuendo di intensità. Quando Fabio Contini riaprì gli occhi percepì solo oscurità e un senso di freddo sottile e fastidioso che il giubbotto non riusciva a reprimere. I fari della macchina continuavano a rimanere accesi, ma tagliavano solo quella porzione di buio che avevano davanti per alcuni metri. Fabio li spense e armeggiò per un po’ con lo smartphone. Infine si arrese e lo buttò sul sedile accanto a sé. Un pensiero frusciante come la catena di un’àncora gettata sul fondo: “Non posso restare qui per tutta la notte. Devo uscire, devo camminare. Forse troverò qualche casolare di campagna da dove potrò telefonare e chiedere aiuto per la macchina. Sì, devo uscire. Piove in modo più leggero … e riuscirò a camminare “.

Uscì dalla macchina e camminò sotto la pioggia e incurante della pioggia. Non camminò molto, o almeno a lui non parve molto. Gli sembrò di vedere, o di scorgere appena, baluginare una luce debole davanti a sé, come la fiamma saltellante di una candela che si fa strada fra le tenebre. E andò verso quella luce, per trovarsi davanti, come sbucata dal nulla e dall’oscurità, una grande casa seminascosta da alcuni alberi, con un grande portone d’ingresso il cui battente ad anello si distingueva bene quando qualche fulmine, preceduto da tuoni, lo rischiarava in attimi brevi eppure abnormemente dilatati. Fabio si avvicinò e lo toccò. La durezza rude e con molte asperità del grande anello gli provocò una immediata reazione di ripulsa e di incomprensibile attrazione contemporaneamente. E batté alcuni colpi, che risuonarono oltremodo attutiti dal contatto violento fra il legno del portone e il ferro coperto da un lieve strato di ruggine sul battente.

<< C’è qualcuno in casa!? Vi prego aprite, ho bisogno di aiuto! >>. Disse Fabio forte per farsi sentire, e intanto batté più colpi con l’anello, che risuonarono cupi e sinistri spezzando un silenzio gravido di suoni inespressi e striscianti. Attese dei minuti forse, che gli parvero anni, incapace di pensare lasciandosi sopraffare lentissimamente dall’evento irreale, o surreale, che stava vivendo e un tantino preoccupato per la situazione che si era stranamente creata.

Nessuno aprì quel massiccio portone, e quasi quasi stava per allontanarsi per ritornare alla macchina per proseguire oltre, nel buio, alla ricerca di un qualche aiuto che forse ormai riteneva inesistente o impossibile, quando udì una specie di scatto e vide che il portone si apriva lentamente dall’interno. Una figura di giovane donna, molto bella e quasi diafana, apparve sulla soglia. Vestiva dei jeans, una blusa, delle scarpe sportive, insomma un abbigliamento moderno, e reggeva in mano un candelabro antico con delle candele accese.

<< Cosa vuole? >>. Chiese la ragazza, che aveva lunghi capelli neri sciolti sulle spalle e un viso sottile con lineamenti delicati e bordi simmetrici.

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Fabio la guardò, e un qualche cosa di indefinito gli serpeggiò nelle ossa per tutto il corpo. Non era paura o meraviglia. Non era soggezione, timidezza o incredulità, timore ancestrale o perplessità. Forse un po’ di tutto ciò messo insieme, con un ché di nuovo che non conosceva per non averlo mai provato prima di quei momenti. << Io … stavo guidando quando il motore della mia macchina si è spento all’improvviso insieme al Gps e allo smartphone. Non sono riuscito a farla ripartire. Non so dove mi trovo. Ho visto una debole luce in questa direzione e sono arrivato qui a piedi. Ho bisogno di un telefono. Per favore, ci metterò solo qualche minuto >>. Disse con un tremore vago nella voce ma tuttavia calmo e risoluto.

<< Non c’è nessun telefono qui. E io non ho nessun telefono >>. Rispose la ragazza.

<< Ah allora mi può dire se c’è un centro abitato qui vicino, così lo raggiungerò anche a piedi >>. Ribatté Fabio senza scomporsi più di tanto e piuttosto prontamente.

<< Sì, il centro abitato è molto vicino. E’ a due passi da qui >>. Rispose la ragazza. La sua figura appariva come irreale alla luce delle candele, eppure era vivida. Fabio osservò i suoi occhi neri. Qualche istante di silenzio passò fra loro, e si intromise il vento leggero autunnale e il rombare dei tuoi nel cielo.

<< Bene. Lo raggiungerò. La ringrazio tanto >>. Ruppe il breve silenzi Fabio con un sorriso. E stava per andarsene, ma la ragazza lo fermò con queste parole: << Non c’è nessun centro abitato qui vicino. Le ,prime case sparse sono almeno a venticinque, trenta chilometri da qui. E poi al buio, con questo tempo … >>. Non finì la frase in quanto Fabio la interruppe lievemente agitato:

<< Perché prima mi ha detto che c’era e poi invece mi richiama indietro? >>. La ragazza parve scuotersi impercettibilmente ad un vento immaginario.

<< Perché … perché non sapevo se fidarmi di lei e farla entrare in casa. Invece adesso sento che è una brava persona. La prego, entri. Sono Sola >>. Si voltò e andò avanti per fare strada col candelabro in mano. Fabio la seguì chiudendo il portone alle loro spalle. I loro passi risuonarono appena avvolti subito dall’atmosfera ovattata e senza tempo che permeava l’ambiente. Tutto sapeva di chiuso e di immobilità, forse di abbandono. Man mano camminavano e attraversavano corridoi e stanze la luce fioca delle candele rischiarava appena angoli e pareti dove mobili e oggetti erano coperti, per preservarli dalla polvere, dai consueti teli bianchi che vengono usati in tali circostanze.

La ragazza si fermò in una sala ampia dove c’era un grande camino spento e dove i teli bianchi di protezione erano stati tolti per lasciare visibili un tavolo con delle sedie e un divano con due poltrone, voltandosi verso Fabio disse. >> Purtroppo la corrente elettrica non c’è più da tempo e nemmeno il telefono. Non ho legna per accendere il camino e riscaldare un po’ la sala, e non ho nemmeno qualcosa da offrirle: né da bere né da mangiare >>.

<< Mi ha offerto la sua ospitalità. E’ già molto … >>. Disse Fabio. E si sentì emozionato, un poco commosso e quasi intenerito dalle parole della ragazza.

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<< Però – riprese ella con espressione serena – posso darle una coperta per la notte. Si potrà sistemare benissimo sul divano e domattina raggiungerà le abitazioni più vicine per chiedere soccorso >>.

Fabio stava per parlare ma ella, svelta, si allontanò uscendo dalla sala per ritornarvi subito dopo con una coperta e un altro candelabro con delle candele accese infilate dentro, che lasciò sul tavolo dicendo:

<< Con questa starà caldo e potrà dormire bene. E le candele, finché non si consumeranno del tutto, le faranno luce per non rimanere al buio >>.

<< Per fortuna non ho paura del buio >>. Ci scherzò su Fabio. Ma all’improvviso tacque e guardò la ragazza. Era molto bella e molto giovane. Sprizzava voglia di vivere e di libertà da tutti i pori della pelle ma era triste, di una tristezza che sembrava nascondere un grumo segreto in qualche parte della sua anima o del suo cuore. Fabio se ne accorse, e si sentì come pervaso da ciò, e fu attratto da lei in modo che non riusciva a spiegarsi. Lui, il famoso regista Fabio Contini che aveva avuto le più belle donne, e non solo del cinema. Una ragazza sconosciuta, incontrata per caso in una circostanza inusuale … ma tutto ciò era conforme, o meglio, attinente al suo status di regista? “Chi è questa ragazza? Perché è qui da sola in una casa e in una atmosfera d’altri tempi?”. Domande che assorbirono la sua mente per qualche minuto soltanto. Si accorse anche che in lei vi era una qualche richiesta inconscia di aiuto che voleva rimanere inespressa, insieme a un dolore profondo più di un abisso e un sottile ansito di eludere timoroso da fragile animale in fuga. Cosa sentì esattamente montargli dentro in quel preciso istante? In quella situazione inusuale in cui ogni cosa sembrava non vera, un incubo o un sogno o una visione oltremodo abbozzata dai fumi dell’alcool o di qualche sostanza stupefacente? Passione, attrazione fisica, compassione, dolcezza, angoscia, mistero, rabbia, dolore, gioia, incredulità, fatalità, una gran voglia di capire la sua richiesta inconscia di aiuto, amore? Amore?! Forse amore, che non aveva mai conosciuto e mai provato prima? Le si avvicinò, tanto per sentire il profumo dei suoi capelli e l’odore della sua pelle: un profumo di bosco nella sua stagione ideale, un odore di vino fruttato appena fai saltare il tappo della bottiglia. Non seppe, non capì, non volle sapere, non volle capire. Scagliò il suo sguardo acuto negli occhi di lei, la strinse a sé e le sfiorò le labbra in un bacio fugace. Lei tremò, forse di freddo o di altro, ma non ritrasse le sue labbra; solo, l’istante dopo, quasi fuggì via da lui e scomparve nel buio di altre stanze.

“ Oh ma cosa ho fatto!? Io … non so, è stato più forte di me. E’ tanto bella, così speciale … e poi tutto questo. Devo chiederle scusa. Lei mi ha offerto la sua ospitalità e io me ne approfitto … “. Pensava Fabio. Ma poi ritenne che non conosceva la casa e non sapeva perciò muoversi bene, per giunta quasi al buio, e decise di chiederle scusa la mattina seguente quando avrebbe lasciato la casa. Guardò l’orologio al polso. Era quasi mezzanotte. Il tempo era proprio volato via come un uccellino al quale si lascia lo sportellino della gabbia aperto. Le candele accese nel candelabro lasciato sul tavolo rischiaravano la sala debolmente aumentandole, invece di diminuirlo, un invisibile alone sinistro forse, ma più che sinistro spettrale forse, e ragionevolmente inconcepibile.

Fabio realizzò che tutto quello che gli era capitato quella sera era infatti inconcepibile, rasentava di molto l’assurdo. Però, d’altra parte, realizzò anche che ad uno come lui, regista cinematografico di successo, un’esperienza tale mancava fino a quel momento nella vita.

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In fondo, pensava, non si aggirava, almeno da alcune settimane, alla ricerca di posti particolari, sconosciuti, selvatici e incontaminati quanto basta per la location di un progetto ancora indefinito ma che, nella sua mente, frullava le ali verso un tutto mai sperimentato, completamente nuovo, ricco di fascino e di misero? Sì, esattamente. Ma quella era realtà, non fiction. Si guardò intorno. Oscurità, penombra, la fioca luce delle candele e il rumore della pioggia lontano come appartenente a un mondo altro. Sì sentì improvvisamente quasi catapultato in una dimensione dove ogni cosa era compressa nell’assenza larvale della temporalità. I suoi sensi si fecero all’erta. Percepiva forse delle presenze, delle ombre in movimento, dei suoni dalla frequenza troppo bassa o troppo alta per poter essere solo vagamente uditi dall’orecchio umano? Gli parve di sì. E non stette a domandarsi dove fosse finito, chi era la ragazza che viveva in quella casa d’altri tempi senza telefono o corrente elettrica, perché la macchina e il cellulare avevano smesso di funzionare e che in fondo il ventunesimo secolo era arrivato anche lì, visto che la grande città era a non più di un’ora circa da lì. Potevano esistere ancora posti come quelli nella realtà? E soprattutto erano possibili situazioni come quella? Sì, come no. Oh ma forse era dentro uno dei suoi film. Era fiction. Ed era totalmente solo all’interno di essa, tranne per il debole filo di Arianna della misteriosa ragazza che viveva in quella casa. La fiamma delle candele oscillò appena. Fruscii forse, o mormorii, o uno strisciare sommesso e inquietante che raschiava il fondo dell’anima e poi la carne.

Fabio era stanco, e di certo aveva sonno. “Ma non è un incubo questo. Sicuro, tranquillo. Non lo è di sicuro”. Pensò confusamente. Si sedette sul divano e dopo un poco si adagiò sul morbido velluto rosso scarlatto, quindi si coprì con la coperta e cercò di attenuare il senso di tremore sottile e pungente che da pochi minuti si era insinuato in ogni parte del corpo. E mentre guardava il candelabro, a pochi metri di distanza davanti a sé, fluttuò un soffio gelido e caldo insieme nell’ambiente. Fabio si scosse, ma chiuse gli occhi e lentamente scivolò nel sonno con un’idea improvvisa quanto inaspettata: “Strana sera d’autunno. Sì, strana sera d’autunno. Il mio film si chiamerà così”.

La notte sembrò lunghissima eppure molto breve. Fabio dormì profondamente e sognò profondamente. Sognò la ragazza di quella casa. La sognò in un’altra epoca storica. La sognò come un’eroina romantica e come una strega ammaliatrice insieme. La sognò calda e sensuale come la donna ideale per l’uomo e, nel medesimo tempo, fredda, lontana e mortifera come uno spettro. E sognò anche altro, di bello e di brutto, si agitò nel sonno e si rigirò, sudò e bisbigliò, si lamentò e parlò. Poi aprì gli occhi. La cera delle candele si era consumata del tutto, e adesso era presente soltanto come la trama complicata di un ricamo sui bracci del candelabro. Era giorno. Ora tutto era diverso. Erano le nove in punto. A Fabio sembrò davvero tardi. Si alzò di scatto, attraversò la sala e si fermò dietro ciascuna delle porte chiuse che immettevano in essa.

<< Ehi, voglio chiederti scusa per ieri sera. E’ stato solo un momento … Mi dispiace. Perdonami. Voglio anche ringraziarti ancora e salutarti. Vado via subito >>. Disse sinceramente dispiaciuto. Ma non ricevette alcuna risposta. Vi era un’ampia scala in legno vicino ad una parete della sala. Di sicuro portava al piano superiore. Fabio la salì tutta e si trovò in un corridoio con diverse porte chiuse. Dietro ciascuna di esse ripeté le stesse parole di scusa. Ma anche qui non ricevette risposta.

6

Scese giù nella sala e aprì la porta in direzione della quale aveva visto scomparire la ragazza la sera prima, per ritrovarsi in una cucina in cui ogni cosa era al suo posto forse da anni. Fece lo stesso con tutte le altre porte della casa, per ritrovarsi sempre in stanze vuote i cui mobili erano coperti dai teli bianchi e la polvere era una sorta di scia sottile che marcava cautamente il pavimento. In tutta la casa non c’era nessuno! Allora Fabio, per la prima volta, ebbe paura. Una sensazione che si ricordava di aver provato solo qualche volta da bambino e che, a quel tempo come adesso, non era niente di piacevole, anzi appariva soffocante e terribile al pari di una morsa che stringe la gola e il petto. In una delle stanze, al piano di sopra, un letto singolo era privo di telo bianco, e sopra di esso si distinguevano ancora le tipiche asperità lasciate da un corpo che era stato adagiato da poco, mentre sul comò antico c’era un candelabro con le candele completamente consumate.

<< Dunque è stata qui! Non è uno spettro. Non è un fantasma >>. Esclamò Fabio a voce alta. E poi constatò, vi erano delle impronte, impronte dappertutto. Impronte sue e di un’altra persona, praticamente sul pavimento, sul tavolo della sala, nella cucina e in altre stanze.

<< I fantasmi non lasciano impronte. Esisti, esisti davvero. Sei stata qui ieri sera, mi hai accolto in casa. Hai dormito qui e poi, forse stamattina molto presto, sei andata via. Eppure la casa è disabitata da tempo, non c’è dubbio >>. Disse, di nuovo a voce alta, Fabio. Non c’era il tempo di capire e di scoprire altro circa quella casa al momento. Doveva raggiungere al più presto un centro abitato e chiedere aiuto per la macchina. Così aprì il portone e uscì in fretta senza nemmeno voltarsi indietro.

La strada principale non era lontana. Si incamminò sotto un sole autunnale ancora caldo con il suo passo svelto di runner, solo un tantino e solo ultimamente fuori allenamento. Dopo alcune centinaia di metri vide un uomo in un campo ai bordi della strada che armeggiava con un decespugliatore elettrico intorno a degli alti arbusti selvatici. Si avvicinò e gli chiese se conosceva la ragazza che abitava nel casolare lì vicino, e ne indicò la direzione con il braccio. La risposta dell’uomo lo lasciò allibito e perplesso a un tempo:

<< Cosa?! Ma lì non ci abita più nessuno da decenni … >>. E sembrò molto agitato e impaurito.

<< Ne è sicuro? >>. Ribatté Fabio. E l’uomo: << Sì, ne sono proprio sicuro. Vivo qui da quando sono nato >>. Non aggiunse altro. Lo guardò appena come se avesse di fronte un demente, e si allontanò in tutta fretta accennando un breve saluto. Fabio continuò a camminare nell’aria fresca del mattino d’ottobre. Le brume mattutine si erano completamente dissipate. L’aria ora era tersa, lavata e quasi purificata dai temporali della sera e della notte scorsi. Si annunciava un giorno sereno, con il cielo azzurro sgombro da ogni residuo di nubi. E un sole che, nelle ore più calde della giornata, sarebbe stato ancora forte come alla fine dell’estate

Più tardi, quando Fabio raggiunse il paesino un poco giù a valle ad una trentina e passa di chilometri (più o meno come aveva detto la ragazza) dalla casa, chiese aiuto alla piccola officina meccanica del luogo.

7

Ed ebbe , in poco tempo perché il guasto al motore era quasi inesistente!, la sua jeep Suzuki Samurai verde acido riparata e di nuovo con sé e il suo smartphone con il campo ritornato normale e in alcuni punti anche alto. Prima di far ritorno in città, si sedette a un tavolo della piccola tavola calda nella piazzetta del paese e poté chiedere altre informazioni al proprietario che gli serviva un lunch leggero.

<< In quella casa è successo un brutto fatto di sangue tanti anni fa >>.

<< Davvero? Me ne può parlare, per favore, se la cosa non la disturba molto e se non le rubo troppo tempo? >>. Parve quasi implorare Fabio.

Il giovane sembrò lievemente infastidito, tuttavia diede un accenno della cosa:

<< Una giovane coppia, i proprietari della casa e dei terreni adiacenti, sono stati brutalmente uccisi nel loro letto, di notte nel sonno. La loro unica figlia, una bambina di appena otto anni, dormiva nella stanza accanto e si è salvata. Forse l’assassino non lo sapeva o forse lo sapeva e non ha voluto ucciderla, chissà. Questo brutale assassinio ha sconvolto tutti noi qui in paese, e ogni angolo abitato della campagna circostante. Gli inquirenti hanno indagato a lungo. E’ venuta perfino una squadra di carabinieri del Ris da Roma ad indagare in modo più profondo e più accurato, ma l’assassino non è mai stato trovato. La figlia della coppia uccisa è andata a vivere presso una zia della madre a Roma, e nessuno l’ha mai più vista da queste parti. Qualche anno addietro ho saputo che aveva incaricato un’agenzia immobiliare della capitale a vendere il casolare con i terreni circostanti. Ma nessuno li ha mai comprati, che io sappia >>. Concluse in fretta, quasi l’argomento del quale stava parlando fosse una specie di tabù collettivo che colpiva un po’ tutti nella zona. Fabio ringraziò, pagò il conto e lasciò il paesino. Poco dopo era alla guida della sua jeep, che filava velocemente lungo la strada, con questi pensieri: “Adesso devo tornare in città, a Roma. Ma cercherò quella ragazza … sì la cercherò e la troverò, dovessi rivoltare il mondo intero come un calzino, dovessi trascorrere cento notti in quella casa e sentire soltanto il suo profumo e percepire, in modo sfuggente e inesistente, la sua presenza. Credo che la mia vita, d’ora in avanti, stia per cambiare. La mia intera esistenza cambierà. Ne sono sicuro >>.

Ben presto la magnifica jeep Suzuki Samurai color verde acido, ultimo modello della serie, fu solamente un puntino che correva nel vasto paesaggio naturale di mezzogiorno.

…continua…

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