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La strana morte della seconda moglie di Stalin

Nadežda Sergeevna Allilueva, nata a Tbilisi il 2 gennaio 1901 era la figlia del rivoluzionario Sergei Alliluev. Conobbe Stalin quando era ancora una bambina in seguito alla fuga dalla prigione del futuro dittatore sovietico nel 1908. Durante la Rivoluzione Nadežda fu impiegata di fiducia nell’ufficio di Lenin.

Una grande differenza d’età

La giovane sposa Stalin nel 1919, lei ha appena diciotto anni, l’allora alto esponente della dirigenza bolscevica ne aveva già quaranta. Vivere accanto ad un uomo come Stalin era tutt’altro che semplice e persino le circostanze della prematura morte di Nadežda risentono della personalità crudele del georgiano.

L’8 novembre 1932, in occasione dell’anniversario della rivoluzione, fu dato un banchetto al Cremlino, durante il quale Stalin fu estremamente sgarbato nei confronti di sua moglie. Le versioni dell’accaduto sono diverse: alcuni hanno riferito che il dittatore arrivò anche a gettare su di lei una sigaretta accesa. Nadežda lasciò la cena e si ritirò nella sua stanza, accompagnata dalla Molotova, che riferì di averla lasciata più tardi ormai tranquillizzata.

Uno strano suicidio

Il giorno dopo Nadežda Allilueva fu trovata morta, uccisa da un colpo di revolver nella sua camera. La versione ufficiale fu di suicidio. In realtà le cose appaiono più complicate e meno certe di quanto le veline del regime intendevano accreditare. Un’ipotesi tutt’altro che campata in aria ritiene che sia stato lo stesso Stalin ad uccidere la sua seconda moglie durante un alterco.

Il dittatore avrebbe poi incaricato il capo della polizia Jagoda di addomesticare la scena del delitto, sceneggiando un suicidio. Jagoda per corroborare la messinscena cercò un luminare della medicina disposto a stilare un certificato di morte per suicidio. Il grande cardiologo Levin, convocato, rifiutò con decisione di prestarsi al gioco, nonostante le pressioni e le minacce del capo della polizia.

Jagoda così dovette ripiegare su un medico più compiacente e meno famoso. La vendetta di Stalin non si fece attendere. Il professor Levin fu arrestato poco dopo con l’accusa di avere provocato la morte di alcuni eminenti membri del partito, sbagliando volutamente le diagnosi e curandoli con farmaci mortali.

Stalin il fedifrago

Un altro elemento che fa propendere verso l’uxoricidio piuttosto che il suicidio è la  testimonianza resa dopo la morte di Stalin da Nikolaj Vlasik, capo della sua scorta. Secondo l’ufficiale quella notte Nadežda telefonò alle guardie del corpo chiedendo del marito e l’ufficiale in servizio le rispose che non era al Cremlino ma nella sua dacia fuori città in compagnia della moglie di Gusev.

L’ipotesi è che la moglie esasperata dall’ennesimo tradimento del dittatore georgiano lo abbia “provocato” al punto tale che Stalin l’abbia personalmente od attraverso un suo sicario fatta uccidere, quella notte stessa. La sventurata consorte del georgiano aveva appena trentunenne.

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