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I “parenti” di Mussolini

Siamo verso la fine del 1942 e la guerra sta andando decisamente male per l’Italia fascista. Eppure Mussolini in quel periodo tragico della nostra storia trova il tempo di avviare un’indagine sui “parenti” che hanno bussato alla sua porta durante l’intero ventennio. Le motivazioni di questa impresa complicata ed assurda non sono chiare, forse possono ricercarsi nell’esasperazione del Duce del Fascismo per le suppliche e le pretese di qualche congiunto.

L’archivio dei postulanti

«Voglio sapere quanti sono e quanti soldi mi hanno pompato!» pare abbia detto al segretario De Cesare. Per diversi mesi i funzionari investigativi della Presidenza del Consiglio lavorano per ottemperare all’ordine di Mussolini. Compilano coscienziosamente ben 334 schede scritte con la macchina per scrivere speciale che consente a Mussolini di leggere senza gli occhiali da presbite.

Di queste, 105 sono dedicate ai familiari di Rachele Guidi, la moglie del Duce; le altre 229 riguardano i parenti di Mussolini. Dallo schedario mancano i congiunti stretti, ossia i componenti della famiglia del Duce, e di quelle di suo fratello Arnaldo e di sua sorella Edvige. Si tratta di una pletora di parenti, molti dei quali “acquisiti” che per anni hanno cercato di intercettare favori e compensi da parte del Duce.

Parenti per “caso”

Alcune di queste “parentele” sono quanto di più arzigogolato possa esserci. E’ il caso di tale Renato Filippetti, di Cisterna, il quale, essendo (come spiega il funzionario schedatore) «marito di Artusi Maria che è nipote di Artusi Luigi, fratello di Artusi Corrado marito di Guidi Augusta, sorella di S.E. Donna Rachele», si presenta come «parente del Duce», pretende di sedere nei posti riservati alle autorità nel cinema Littoria. L’investigatore sottolinea come il Filippetti si intrattiene con giovani donne equivoche nella propria abitazione. Per evitare ogni possibile scandalo il “parente” acquisito viene trasferito a Pistoia, presso l’Unione provinciale dell’agricoltura con uno stipendio di 1305,40 lire al mese (circa 1200 euro di oggi).

Ogni scheda contiene una rapida biografia del “congiunto”: generalità, grado di parentela, occupazione, reddito accertato, informazioni di polizia; poi c’è il riassunto delle lettere che ognuno ha scritto a Mussolini nel Ventennio e le postille che il Duce ha posto in calce alle stesse. La più diffusa è questa: «100. M.», ovvero una cifra che dovrebbe liquidare il fastidioso postulante.

Qualche volta il parente di turno ottiene tutt’altro che un favore o una somma di denaro. E’ il caso del cognato Corrado Artusi, marito della sorella di Rachele, che esibendo biglietti da visita in cui si spaccia come Cavaliere e riporta il grado di parentela con il Duce, dopo essersi fatto coinvolgere in una serie di imprese ai margini della legalità verrà fatto internare nell’Istituto psichiatrico di Imola.

Anche brave persone

Non tutti i “parenti” di Mussolini sono un’orda di profittatori, alcuni sono brave persone che si accontentano di poco come Benito Melandri, cugino del Duce e commesso delle Regie poste, che si accontenta di un trasferimento da Firenze a Ravenna, o come Giovanni Gimelli, bracciante di mestiere e cognato di Mussolini (per avere sposato una sorella di Rachele) che domanda e ottiene 1000 lire «in cambio di un biglietto di egual taglio scaduto» e che continua a vivere del suo lavoro – come segnalano i carabinieri – rifiutando di iscriversi al Partito fascista.

Ma se qualcuno si accontenta di poco, altri, veri e propri avvoltoi, sotto la minaccia a volte neppure tanto velata di provocare scandali, alzano il tiro. Uno di questi è Alfredo De Rosa, la cui parentela con il Duce, dipende dal matrimonio di sua figlia con Vito Mussolini, figlio di Arnaldo.

De Rosa è un poco di buono che ha sul groppone diverse denunce. La prima lettera conservata nel carteggio riservato di Mussolini è del marzo 1937. Così scrive: «Mia figlia è oggi una delle donne più felici del mondo e ringrazio V.E. che ha evitato di umiliarmi e non ha permesso ad altri di sostituirmi». Evidentemente era stato salvato dal licenziamento. In seguito De Rosa comunica che la Corte d’appello di Milano lo ha riabilitato ed è riconoscente al Duce «per l’alto incarico che gli è stato affidato».

Quale incarico sia non lo specifica, ma i carabinieri segnalano che la famiglia De Rosa abita a Milano in un lussuoso appartamento in via Fatebenefratelli, per cui paga un affitto di 16 000 lire l’anno. Successivamente, De Rosa viene richiamato alle armi col grado di capitano ed è destinato a Roma come direttore dei conti all’Officina militare.

I cugini terribili

Tra i più terribili parenti del Duce ci sono i tre cugini Tullio, Venusta e Cleonice, figli di Alcide che era fratello del padre del Duce. La prima a farsi viva è la Venusta che ha aperto un negozio di stoffe a Predappio ma non fa buoni affari. «Per non infangare il nome che porto», scrive, «mi occorrono 20 000 lire per pagare i debiti.» E Mussolini postilla: «5000 sono anche troppe».

La donna però non si da per vinta prende altri soldi a prestito firmando le cambiali con il nome da ragazza, Venusta Mussolini e costringendo così il Duce a pagare per non finire sul libro dei protesti. Sarebbe troppo lungo riportare tutti i casi di continue, assillanti richieste di denaro pervenute a Mussolini. In molti casi il Duce pagherà attraverso dazioni di denaro o posti di lavoro con laute retribuzioni, in altri cercherà di porre un freno all’avidità di un parentame cresciuto contemporaneamente all’ascesa politica del Dittatore.

Fonte:

L’Archivio segreto di Mussolini di A. Petacco

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